Provare a creare occupazione giovanile in modo sbagliato

28/07/2014 di Federico Nascimben

Mentre il bonus giovani del governo Letta non ha praticamente prodotto nuovi giovani occupati, la garanzia giovani non sta certamente dando gli esiti sventolati. E ovviamente non poteva che essere altrimenti

Disoccupazione e lavoro

Stando agli ultimi dati Istat, a maggio il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,6% (10,4% ad aprile in Ue e 11,7% nell’Eurozona), mentre il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 43% (22,5% ad aprile in Ue e 23,5% nell’Eurozona). Come evidenziato da tali cifre, la differenza tra il tasso generale di disoccupazione italiano ed europeo è sull’ordine dell’1-2%, mentre la differenza sul tasso di disoccupazione giovanile è sull’ordine del 20% circa.

Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), andamento dal 2004 al 2013. Fonte: Istat.
Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), andamento dal 2004 al 2013.
Fonte: Istat.

Il primo dei due provvedimenti approvati per provare ad arginare il fenomeno nel nostro Paese è il c.d. “bonus giovani” del Governo Letta. Come ampiamente previsto e preventivabile, i risultati sono stati alquanto deludenti, e non poteva essere altrimenti quando a mancare è la domanda, e quando l’incentivo ha durata temporanea, mentre il posto di lavoro è a tempo indeterminato, e il periodo economico è segnato da una fortissima incertezza; tutto ciò al netto dei dubbi del caso riguardanti l’efficacia e la possibilità che tali assunzioni, come osserva Boeri, sarebbero comunque avvenute. Secondo quanto riportato dal Sole24Ore un mese fa, a fine giugno le domande presentate erano solamente 22 mila: ad un anno esatto dall’approvazione del decreto è stato raggiunto solamente il 10% dell’obiettivo dichiarato nell’arco dei primi 18 mesi (200 mila nuove assunzioni).

Aprendo una piccola digressione, è notevole la somiglianza fra quanto sta avvenendo nel tentare di contrastare il continuo aumento della disoccupazione giovanile ed il continuo susseguirsi di proposte/provvedimenti per aumentare il credito a disposizione delle imprese. In entrambi i casi, infatti, ciò che non si prende in considerazione è l’assenza di domanda in base alla quale viene a mancare il fattore primo e imprescindibile perché le imprese ricerchino nuove assunzioni e nuovi prestiti; mentre si agisce dal lato dell’offerta estendendo, nel primo caso, il periodo temporale e il numero di proroghe al contratto a tempo determinato e, nel secondo, ampliando l’offerta di soggetti che possono erogare credito. Sarebbe superfluo aggiungere che, a questo punto – anche dopo un bonus da 80 euro selettivo, non ancora definitivo e dalle coperture incerte, che non sta producendo (ovviamente) i risultati di stimolo previsti per i sopracitati motivi – sarebbe più che opportuno agire dal lato delle imprese, tagliando IRES e IRAP. Ma la scarsità di fondi data da una spending review che non decolla e che, in astratto, sarà destinata a coprire nuovi buchi di bilancio e impegni di spesa già dichiarati/assunti, rende irrealistico pensare ad effetti sostanziali.

Il secondo provvedimento, al centro di una battente propaganda da un anno a questa parte, è la c.d. garanzia giovani o youth guarantee, che si inserisce in un progetto di matrice europea. Anche in questo caso, al netto dei notevoli dubbi sull’efficacia di una misura del genere – che sono all’incirca gli stessi elencati prima, ove a mancare è in primis la domanda -, i numeri diffusi in un articolo del Corriere di inizio luglio non sono confortanti: 100 mila giovani iscritti e solo 2 mila offerte di lavoro, dove la differenza nell’organizzazione regionale la fa ancora una volta da padrone.

Pur non volendo in alcun modo negare le carenze dei giovani italiani, gli esempi sopra elencati, assieme al difficilissimo percorso che si intravede per la seconda (e certamente più importante) tappa del JobsAct, chiamata alla fase parlamentare in autunno, e accompagnata dai classici decreti attuativi, fanno intendere che la lezione non sembra essere stata assimilata, e che la strada da fare è ancora molto lunga, in una Paese così restio nel provare a rompere la divisione tra insider ed outsider del mercato del lavoro.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus