PSA – Lo screening da ripensare

30/11/2014 di Pasquale Cacciatore

“Ho scoperto il marcatore del cancro alla prostata e la medicina moderna lo ha trasformato in un disastro di sanità pubblica” - Eloquente e diretto, Richard Ablin, lo scienziato che per primo individuò il prostate specific antigen, si fa portavoce della necessità di ripensare in toto lo screening prostatico

Prostate specific antigen

“Ho scoperto il marcatore del cancro alla prostata e la medicina moderna lo ha trasformato in un disastro di sanità pubblica”. Pochi mezzi termini, sin da quando fu pubblicato il suo primo volume relativo all’argomento, da parte di Richard Ablin, patologo che una quarantina d’anni fa scoprì il prostate specific antigen (PSA), l’antigene specifico prostatico, marcatore associato al carcinoma della prostata. Antigene i cui livelli – generalmente – salgono e scendono in funzione della patologia della ghiandola, tanto più quella tumorale, e che in poco tempo divenne un vero e proprio marker tumorale, fino a trasformarsi in elemento di uno dei principali screening proposti agli uomini oltre i 50-60 anni. Il PSA, d’altronde, è comodo e veloce: basta un prelievo venoso e in poche ore si ha sulla carta un valore da confrontare con un agile cut-off che per molto tempo è stato immodificato; un semplice numero che può dire se è necessario osservare meglio la propria prostata, nel sospetto di un carcinoma, o se si può (in teoria) vivere tranquilli fino al prossimo controllo.

Intere politiche sanitarie negli scorsi decenni – ovvero, dall’introduzione in larga scala del PSA come test di screening – sono state fondate su studi di predittività ed efficacia del valore di tale esame, ma come ha più volte affermato Ablin, quello che si è messo in atto è un perverso gioco della medicina moderna, che si è disperatamente aggrappata a questo elemento finendo per snaturalizzarsi e portando alla rovina quello che, sulla carta, era apparso come un eccezionale risultato di ricerche. La preoccupazione principale, infatti, è relativa all’eccessiva fiducia posta nel PSA, che ha condotto, e continua a condurre, ad un numero spropositato di overdiagnosi e falsi positivi, con le conseguenze cliniche, chirurgiche e psicologiche facilmente immaginabili sia per i pazienti che per le amministrazioni sanitarie.

Insomma, dopo decenni di ottimismo, negli scorsi anni qualcuno (tra cui lo stesso Ablin) si è fatto promotore di un’iniziativa di ripensamento dello screening, al fine di evitare questa brusca accelerazione nella diagnosi. Eppure la letteratura internazionale continua a dare risultati ambivalenti, nonostante quello che magari il consenso scientifico ha avuto modo di apprezzare nelle corsie degli ospedali o negli ambulatori. Gli ultimi studi che dimostrano un’efficacia dello screening con PSA nella riduzione del carcinoma prostatico sono europei (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer e il Goteborg Study svedese), ed hanno dimostrato un calo rispettivo del 20 e 40% di mortalità. Eppure i dati di questi studi (il Goteborg, nello specifico) non sono stati aperti al pubblico, sollevando dubbi e perplessità sull’effettiva bontà scientifica dei risultati.

Ed il vizio di questi studi sembra sia stato individuato da due ricercatori australiani, che indagando fra i dati disponibili al pubblico scientifico hanno scoperto che, scomponendo l’European Randomized Study in pezzi, i risultati finali son tutt’altro che positivi. Innanzitutto, una buona componente numerica dei pazienti inclusi deriva da uno studio finlandese, che ha dimostrato l’inutilità dello screening; in più il Goteborg Study, ampiamente incluso in quello europeo, ha studiato uomini che – se positivi per carcinoma – erano messi in terapia monoormonale – ed oggi se ne conoscono i rischi proprio per quanto riguarda la neoplasia-. Se poi si considera che ben il 60% del materiale totale dell’European Randomized Study deriva dal Goteborg Study, e che questo è l’unico tra quelli in territorio europeo ad aver dimostrato un vantaggio dello screening, si capisce perché, anche questa volta, tutto il materiale a favore del PSA va preso con le pinze. Per non parlare, inoltre, dei conflitti d’interesse individuati fra molti appartenenti al board direttivo degli studi con aziende farmaceutiche in prima linea nel mercato dello screening per PSA, o dell’assurda assenza di comunicazione relativa all’inclusione nello studio a molti dei pazienti non sottoposti a screening.

Appare allora impellente dare valore a ciò che Ablin afferma a gran voce: la necessità di ripensare lo screening del PSA, e di farlo in modo deciso e rapido. Non è infatti più possibile tollerare un grado di discrepanza tale fra fonti scientifiche, ormai sempre più incerte, ed esperienze cliniche palesemente discordanti con l’idea standard del vantaggio di screening; sia per i pazienti, che – spesso anziani – si posson ritrovare obbligati ad inuili interventi che pregiudicano la qualità della vita, sia per il bilancio sanitario, che potrebbe risparmiare moltissimo in termini di screening o prestazioni non necessarie.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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