Gli eroi rivoluzionari, modelli positivi?

15/01/2013 di Edoardo Moschini

Prospero-GallinariÈ morto Prospero Gallinari. Dopo aver letto il titolo sui giornali, devo ammettere, il nome riusciva a richiamarmi solo vaghi ricordi, un estremista, un rivoluzionario, un brigatista. Documentandomi meglio, le idee mi si schiariscono: Gallinari è stato un feroce brigatista marchiatosi di vari crimini efferati tra cui il sequestro, e il conseguente omicidio, del deputato della DC Aldo Moro. In un primo momento rimango un po’ colpito da questa mia evidente carenza storico-culturale. Delle BR conosco i principali esponenti, i risvolti politici, gli ideali, ma solo vagamente avevo conoscenza di questo personaggio. Riflettendo su questa mancanza mi rendo però conto quanto, forse, sia normale per me – cresciuto nel ventennio successivo alla sua cattura –  ignorare non tanto l’esistenza quanto la conoscenza approfondita di tale personaggio. Alla fine sono cresciuto negli anni ’90 e nel primo decennio del nuovo millennio, basandomi  su “miti” diversi rispetto a quelli che erano alla giornata sul finire degli anni ’70.

Non ho parlato di “miti” a sproposito. Infatti la cosa che mi ha lasciato più stupito di tutte è stata non tanto la grande risonanza mediatica data alla sua scomparsa, quanto – aprendo internet e i principali social network – le grandi pagine di apprezzamento e cordoglio rivolte a questa figura storica del terrorismo italiano. Una vera e propria “divinazione”, per un eroe che, a detta di molti, aveva intrapreso la strada giusta per il cambiamento, per l’annientamento del potere capitalista e dei suoi esponenti, che aveva scelto la lotta armata e la latitanza per portare al trionfo il potere proletario. Parole importanti, ricche di un significato storico molto pesante; ma chi le ha scritte sa di cosa sta parlando? Chi oggi parla di potere proletario, di fascismo o di comunismo ha veramente idea di cosa siano, cosa comportino, oppure scrive queste affermazioni perché annebbiato dai racconti onirici di grandi “imprese“, come quelle brigatiste degli anni passati?

 Sorge dunque naturale porsi altre domande. La prima, forse la più importante, è se questi siano effettivamente gli “eroi” che le generazioni future dovrebbero seguire. Le reazioni odierne sottolineano infatti quanto, molte persone non ancora nate ai tempi, si identifichino, almeno in parte, in questi personaggi. Ma questa mitizzazione di eroi – permettetemi di dire – negativi, è normale? Fin dai grandi autori greci, infatti,  si è parlato di eroe nella sola accezione legata ad un personaggio positivo, che offriva la sua forza e il suo coraggio alla sua gente o per difendere la propria terra; questi nuovi eroi moderni, creati dai media e da una cultura popolare radicata nel mitizzare figure negative, non sembrano avere alcuna delle caratteristiche con cui Virgilio dipinse Enea.

La spiegazione, però, non può essere data solo addossando le colpe ai media. Va rintracciata anche nella cultura che anima il nostro popolo, da sempre bisognoso di eroi e di uomini da mitizzare per compensare le insicurezze date dalla cattiva amministrazione statale, dai problemi quotidiani e, diciamolo, qualche volta, anche da un livello di cultura ancora piuttosto basso nel nostro Paese. Uno dei problemi principali è rintracciabile nelle ideologie che albeggiano oggi nelle menti dei più giovani; vi è una crescente convinzione che la lotta sociale, sia a destra che a sinistra, non sia ancora finita, i figli dei “sessantottini” sono cresciuti nel convincimento di essere ancora gomito a gomito con i padri in una lotta che forse era già passata per i padri stessi. Infatti la stessa lotta degli anni di piombo era già vintage per chi la stava combattendo all’epoca, essendo nata dai racconti che si erano tramandati in famiglia e nei circoli, ed essendo incentrata sugli eroi della resistenza e su quello che era stato fatto contro il fascismo; ne consegue, inevitabilmente, che gli anni di piombo erano già stati, loro mal grado, la scia di una cometa chiamata resistenza.

La conclusione, purtroppo,  ha del grottesco. I giovani di oggi si abbandonano a sfoghi sulla rete con frasi rivoluzionarie da far impallidire anche Robespierre aventi come denominatore comune la violenza, l’incitazione alla lotta armata e non stiamo parlando, almeno non sempre, di giovani inseriti in realtà difficili.L’unica speranza, di fronte all’impotenza di questo degrado culturale, sarebbe la possibilità, da parte delle generazioni a venire di rintracciare dei veri eroi positivi, di farne esempi da seguire, abbandonando l’icona predominante del delinquente dannato, tanto di moda ai giorni nostri, anche nel rispetto di tutti quei morti lasciati dietro dagli anni di Piombo. Queste figure, però, oggi, latitano più che mai.

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Edoardo Moschini

Nasce a Torino il 24/04/1985, e scopre fin da subito una passione per le materie umanistiche. Dopo essersi diplomato nel 2004 al Liceo Classico Gioberti di Torino si iscrive, sempre nel capoluogo sabaudo, alla facoltà di Giurisprudenza conclusa nel 2010 con una tesi di diritto penale sportivo sul doping. Nel 2010 si trasferisce a Roma, dove vive tutt'ora, per frequentare la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali presso la LUISS Guido Carli, portata a termine nel 2012. Ha collaborato nel 2012 con l'Ufficio GIP del Tribunale di Roma.
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