No alla proposta Boeri, sì alla decontribuzione. L’importante è che ci sia fiducia

09/11/2015 di Federico Nascimben

Il Governo rinuncia a mettere mano in maniera strutturale sulla materia pensionistica, ma prolunga una misura che sta dando risultati molto modesti, perché ciò che conta è la fiducia

La scorsa settimana è stata presentata la c.d. “proposta Boeri“, che prende il nome dal suo ideatore, nonché presidente dell’Inps. Ieri un editoriale di Luca Ricolfi sul Sole24Ore evidenziava la dubbia utilità della decontribuzione triennale per le assunzioni a tempo indeterminato. Ma le scelte del Governo – che boccia la prima e prolunga la seconda – puntano tutto sulla fiducia.

Senza ripeterci su un argomento già trattato nelle pagine di Europinione – e di cui condividiamo pienamente l’opinione di Francesco Cancellato su Linkesta – l’esecutivo ha deciso di “non appoggiare” la proposta di Boeri in quanto, secondo il ministero del Lavoro è un “contributo utile ma si è deciso di rinviare perché quel piano, oltre a misure utili come la flessibilità in uscita, ne contiene altre che mettono le mani nel portafoglio a milioni di pensionati, con costi sociali non indifferenti e non equi”.

Mentre ancora più significativa è stata la motivazione addotta dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi: “Alcuni correttivi proposti dall’Inps di Tito Boeri avevano un valore di equità: si sarebbe chiesto un contributo a chi ha avuto più di quanto versato. Non mi è sembrato il momento: dobbiamo dare fiducia agli italiani. Se metti le mani sulle pensioni di gente che prende 2.000 euro al mese, non è una manovra che dà serenità e fiducia. Per carità, magari è pure giusto a livello teorico. Ma la linea di questa legge è la fiducia, la fiducia, la fiducia. E, dunque, non si tagliano le pensioni”. Renzi, quindi, ha cambiato completamente idea rispetto a qualche anno fa, così come Pietro Ichino, perché (per entrambi) è tutta una questione di fiducia.

Una delle misure più note assunte dal Governo per sostenere la ripresa, rilanciare l’occupazione e così anche la fiducia di famiglie e imprese, è la decontribuzione triennale per le nuove assunzioni, appena riconfermata in versione ridotta nell’ultimo disegno di legge di Stabilità.

Ebbene, scrive Ricolfi a tal proposito: “Perché dico che il bilancio è magro? Non sono, 185mila posti di lavoro [cioè quelli creati nei primi nove mesi dell’anno, ndr], un risultato comunque apprezzabile? ll bilancio è magro, innanzitutto, in termini di costi e benefici. Perché i costi sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in 3 anni, per i soli assunti nel 2015), ma i benefici occupazionali sono stati minimi. Per rendersene conto, basta confrontare l’incremento di posti nei primi 9 mesi del 2015 (vigente la decontribuzione, e con il Pil in crescita), con quello dei primi 9 mesi del 2014 (senza decontribuzione, e con il Pil in calo). Sembra incredibile, ma la formazione di posti di lavoro è del tutto analoga: 185mila nel 2015, 159mila nel 2014. La differenza è trascurabile (prossima all’errore statistico), tanto più se si considera che nel 2014 l’economia andava decisamente peggio che nel 2015. Nel corso di quest’anno, nonostante una congiuntura decisamente più favorevole, nonché la spinta della decontribuzione, la formazione di posti di lavoro è migliorata di appena 26mila posti (185mila contro 159mila). Poiché la decontribuzione una spinta comunque l’ha data, viene da chiedersi che cosa sarebbe successo senza di essa”.

In buona sostanza quindi il Governo rinuncia per l’ennesima volta a mettere mano in maniera strutturale sulla questione pensionistica, anche al costo di capovolte e girandole non indifferenti, per le solite motivazioni elettorali. Allo stesso tempo riconferma una misura che ha dei costi elevati per le casse dello Stato, anche se i risultati che sta dando sono sull’ordine dei decimali di punto, per dirla alla Ricolfi. Ma le conseguenze di misure spot possono essere pericolose.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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