Un programma ambizioso passa per il taglio dei costi alla Pubblica Amministrazione

30/04/2013 di Luca Andrea Palmieri

Dal discorso di Enrico Letta alle camere si è evinto che il nuovo premier ha un programma molto ambizioso, che non pare limitarsi a uno-due anni di governo. Persino la capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Roberta Lombardi, ha lasciato aperto uno spiraglio al dialogo, ammettendo che sono stati citati circa una decina dei punti del programma del Movimento. Certo, rimane scetticismo (la Lombardi ha dichiarato, in un’intervista al Corriere della Sera, che “Letta sembra sceso da Marte”). Ma il fatto che un argomento come il reddito di cittadinanza abbia alla fine “sfondato” nel dibattito politico, diventando parte del programma governativo ha sicuramente portato soddisfazione.

Discorsi di questo genere ovviamente aprono a una serie di problematiche. Nel suo ultimo articolo il nostro Federico Nascimben mette in rilievo come le parole di Letta abbiano un carattere “generale”, ovvero la messa in rilievo di una serie di obiettivi rispetto ai quali il “Davide” Governo dovrà proporre soluzioni al “Golia” Parlamento, che le discuterà in aula al fine di arrivare a soluzioni condivise. Bisogna vedere quanto le soluzioni saranno soddisfacenti per i cittadini; c’è sempre il rischio di fare le cose a metà e di non accontentare nessuno.

D'Alia
Gianpiero D’Alia, ministro della PA. Spetterebbe a lui il difficile compito di riformarne le spese?

Altro dei problemi fondamentali è quello delle risorse. Letta ha parlato di riduzione del cuneo fiscale, del già citato reddito minimo garantito (con ogni probabilità non nell’accezione di Grillo, ma in un’ottica più vicina a quella degli altri paesi europei), di incentivi per il lavoro giovanile. Insomma, l’idea è quella di abbassare la pressione fiscale e mettere in atto una serie di misure che rendano più efficiente il welfare. E’ difficile pensare che una formula del genere non si riduca al classico motto “meno tasse, più servizi”, tanto caro ai leader politici quanto di difficile attuazione. Ma si tratta di un discorso così improponibile? La risposta più di moda, giustamente, è che bisogna effettuare tagli alla spesa pubblica improduttiva. Anche il governo Monti pareva avviato su quella strada, ma inutilmente. Nell’ultimo anno il debito pubblico ha sforato la quota 2 mila miliardi, e la sua percentuale rispetto al Pil va verso il 130%, soprattutto in vista dell’attuazione del decreto sui pagamenti della PA (che richiede un esborso di 40 miliardi).

I famosi tagli alla politica in questo senso possono poco. Si tratta di cifre che superano “appena” il miliardo di euro, coprendo cifre intorno allo 0,5% della spesa pubblica. Dal punto di vista dell’immagine e dell’esempio, soprattutto in periodo di crisi, sono tagli essenziali. Ma aiutano poco la situazione economica del paese. Al contrario vi sono tagli sostanziali e molto più abbondanti che andrebbero effettuati, e di cui poco si parla. Sono i tagli ai mille rivoli della Pubblica Amministrazione, a tutti quei “ruscelli” che si dipanano dal fiume principale dei servizi e che spesso coincidono con sprechi fini a sé stessi, spese che non portano alcun vantaggio al contribuente.

Non si tratta dunque della spesa pubblica diretta, ma di quella dei contributi che la PA elargisce ad una serie letteralmente infinita di enti pubblici collegati. Questa spesa è spesso organizzata in maniera tale da essere strettamente connessa ai servizi pubblici essenziali o di manutenzione, senza però contribuirvi direttamente. Le Camere di Commercio ad esempio svolgono un ruolo di grande importanza e tradizione, e sono probabilmente anche sotto-sfruttate dal punto di visto del potenziale di associazione d’impresa. Eppure a queste sono direttamente collegate molte “aziende speciali”, dove gli sprechi sono ignobili: vi sono casi in cui il 50% dei fondi attribuiti sono spesi esclusivamente per compensi ai consigli d’amministrazione, ai sindaci d’impresa, ai revisori dei conti, ai consulenti, etc.

Allo stesso tempo spesso si trovano enti come le ASI (i consorzi per la Aree di Sviluppo Industriale, che si occupano di promozione, sviluppo e piani regolatori industriali), che agganciano le retribuzioni dei propri consigli di amministrazione agli enti politici: in pratica il Presidente del CdA guadagna quanto il presidente della Provincia, gli altri membri quanto gli assessori provinciali. Moltiplicando questa realtà anche per migliaia di altri enti, nonché per tutte le province e le regioni (se non addirittura per i comuni), ci si rende conto come le cifre in questione facciano impallidire i costi basilari della politica. Tagliare in maniera netta buona parte di queste spese permetterebbe di recuperare decine di miliardi, e sicuramente farebbe si che si trovino i 15 miliardi che, a quanto pare, servono subito.

Il problema viene ora dal dialogo delle forze politiche. Un discorso del genere inevitabilmente va ad intaccare interessi che spesso non corrispondono, e che si traducono in veti incrociati. Certo, la riduzione della spesa della PA sta nel solco del miglioramento della sua efficienza. L’abbattimento delle spese improduttive in questo senso dovrebbe essere base del programma per qualsiasi forza politica. Non va dimenticato però che il discorso passa per gli enti territoriali, solitamente molto gelosi della propria autonomia. E’ facile aspettarsi che interventi del genere porterebbero a un vero e proprio braccio di ferro, che passa in buona parte per le quote di consenso dei leader locali. Questi hanno sempre, indistintamente dal proprio potere politico, costruito il proprio consenso sulla capacità di spandere soldi pubblici sul territorio, troppo spesso al di fuori di ogni ragionamento sull’efficienza.

E’ proprio contro questo genere di aberrazioni, dalla storia lunga nel nostro paese, che bisogna combattere. Dall’”alto” del Parlamento i partiti devono iniziare a dare l’esempio (e su questo le motivazioni del Movimento 5 Stelle sono indiscutibili). Ma allo stesso tempo devono essere in grado di imporsi davvero sul lato “basso” della gestione amministrativa. Il risultato sarebbe enorme: il taglio della spesa più improduttiva a favore di misure, al contrario, più produttive possibili per il rilancio dell’economia. E’ facile intuire come tale argomento possa determinare non solo l’efficacia, ma anche la durata del governo: sarebbe la base per il rilancio del paese. La sensazione, comunque, è che sarà un percorso difficile: già per l’IMU, in queste ore, il dibattito è serrato. Pare che verrà raggiunta una soluzione di compromesso (sospensione per i prossimi mesi). Speriamo di non doverci abituare a compromessi al ribasso.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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