Processo Ruby: quando proprio tutti sembrano avere un torto

17/05/2013 di Luca Andrea Palmieri

L’ultimo atto (in ordine temporale) del processo Ruby si sta svolgendo in queste ore al tribunale di Milano. La ragazza marocchina, centro focale della causa sui festini che pare si tenessero ad Arcore nella villa dell’ex premier Silvio Berlusconi, è stata chiamata a testimoniare (per la prima volta in aula dopo le fughe dello scorso anno), sul processo “Ruby bis”, ovvero quello a carico di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. Va forse fatta qualche riflessione di fondo sul modo in cui questa storia è percepita dall’opinione pubblica, su come sia stata gestita dalla magistratura e su come i protagonisti, in particolare l’ex premier, evitino di rispondere a certe domande (o, si potrebbe dire, di farsele porre, visto che nessun giornalista ne è mai stato in grado, per volontà o per impedimento).

Karima El Mahroug, in arte Ruby
Karima El Mahroug, in arte Ruby

Il voto in aula – Il capitolo più famoso di questa triste vicenda fu quello sul voto in aula, datato aprile 2011, per stabilire se, secondo Silvio Berlusconi, Ruby fosse o meno la nipote di Mubarak (allora, prima della primavera araba, leader egiziano). Quel voto appare ridicolo in sé, ma un senso tecnicamente poteva averlo: si votò a favore di una richiesta da parte della maggioranza parlamentare per un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro la procura di Milano. In pratica, secondo la maggioranza, la procura non poteva agire in quanto Berlusconi avrebbe agito “nell’esercizio delle sue funzioni” di primo ministro, nell’accogliere la nipote di un capo di Stato.

L’inviolabilità – L’istituto dell’inviolabilità è presente nel nostro ordinamento a tutela dei parlamentari e del governo, di modo che gli altri poteri dello Stato non possano influire sul loro mandato. Si tratta di un retaggio del periodo post-fascista su cui ci sarebbe molto da discutere, e che sicuramente avrebbe bisogno di essere riformato; ma che trova ancora oggi una sua forza nel principio per cui i Parlamentari sono gli unici organi dei tre poteri direttamente eletti dal popolo. I magistrati, no: un maggior grado di tutela dovrebbe porre al riparo quantomeno da spinte influenzanti. Insomma, è nel suo piccolo anche un monito per il cittadino a stare attento a chi vota, visto che è in quel voto che si esprime principalmente la sua capacità di scelta delle istituzioni. Sui casi più spinosi che riguardano l’inviolabilità è l’aula a pronunciarsi, come in questo caso: il reato supposto, dato il voto, sarebbe stato “ministeriale”, e la procura non avrebbe avuto la competenza per occuparsene, nell’immediato (restano comunque forti dubbi sul fatto che la “supposizione” del primo ministro possa cambiare la configurazione del reato). La caduta del governo, in ogni caso, sbloccò gli atti, facendo decadere la tutela da Presidente del Consiglio dei Ministri.

Un problema di credibilità – Il problema di questa storia è che pare assurdo che l’ex premier possa aver deciso arbitrariamente, per sentito dire da supposti amici, che Karima El Mahroug (nome reale di Ruby) potesse essere la nipote di Mubarak. Se così fosse, allora dovrebbero sorgere altri problemi altrettanto gravi. Perché il primo ministro di un paese, o il suo staff per lui, nel momento in cui una persona dichiara di essere un personaggio rilevante, non fa dei controlli sulla sua identità? Quali garanzie vi sono sulla sicurezza di quella persona, e per riflesso del paese che rappresenta, se si comporta in maniera così superficiale? Stupisce che l’opinione pubblica e il mondo del giornalismo una domanda del genere non l’abbiano fatta: probabilmente troppo presi dal pensiero che la storia della “nipote di Mubarak” potesse essere una giustificazione ad hoc fin dall’inizio.

Il PM Ilda Boccassini durante la requisitoria del processo Ruby
Il PM Ilda Boccassini durante la requisitoria del processo Ruby

Eppure, per quanto il sospetto possa esserci, è giusto porsi queste domande, soprattutto alla luce di un voto che, per quanto indigesto a buona parte dell’opinione pubblica, aveva dato specifica indicazione in questo senso. Eppure non uno dei commentatori si è mosso in questo senso. E neppure la requisitoria del Pubblico Ministero Ilda Boccassini, incentrata sulla “furbizia” di Ruby pare aver sollevato dubbi di questo genere. D’altronde anche in questo senso ci sarebbe molto da dire. Chi ha ascoltato quantomeno parti del suo discorso può aver avuto modo di percepire il modo in cui la Boccassini ha lanciato le sue accuse contro l’ex-premier e la giovane marocchina.

Il problema della neutralità della giustizia – La funzione del Pubblico Ministero è quella di un super-partes che sostiene l’accusa da un punto di vista totalmente neutro: la valutazione dei fatti va effettuata senza alcuna interferenza personale, né dalle proprie idee né dalle proprie propensioni. Tutti però sono esseri umani: riuscire a escludere se stessi da qualsiasi grado di giudizio è totalmente impossibile. La Boccassini, con il modo in cui ha, ormai da tempo, impostato la sua azione giudiziaria da idea di aver rinunciato ad ogni impersonalità di giudizio. Qua non si tratta semplicemente di capire chi è innocente e chi è colpevole, si tratta di far si che la macchina della giustizia sia credibile nel suo corso.

Il PM Boccassini, in assenza di flagranza di reato (ergo di prove assolutamente inoppugnabili), potrebbe avere anche completamente ragione: ma nel momento in cui il suo giudizio risulta scevro di neutralità, darà sempre modo a qualcuno di contestare le sue valutazioni. E’ sottile l’equilibrio su cui si gioca la macchina della giustizia, e non è un caso che sia fondata sui difficilissimi principi di neutralità: perché la giustizia funzioni davvero (ovvero sia accettata da tutti i cittadini, in quanto, molto più che della politica, è un istituto a garanzia di tutti), deve essere indipendente e discreta. Il PM Boccassini queste caratteristiche pare averle perse di vista, e questo danneggia i processi di cui si occupa, allargando il caos giuridico e istituzionale di cui il paese è vittima.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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