Il processo di integrazione europea dei Balcani occidentali: sfide ed opportunità

11/06/2014 di Vincenzo Romano

Integrazione Balcani

Il Kosovo al voto. L’8 giugno scorso, il più giovane stato d’Europa è tornato al voto per il rinnovo del suo Parlamento. Le elezioni anticipate, convocate in seguito allo stallo nella maggioranza di governo sulla questione della trasformazione delle forze di sicurezza in un vero esercito di professionisti e riservisti, hanno confermato alla guida del Kosovo il premier uscente Hashim Thaçi , appartenente al Partito democratico del Kosovo (PDK). Thaçi, lo ricordiamo, è lex capo della guerriglia indipendentista (UCK) protagonista della resistenza del popolo kosovaro albanese contro la Serbia, nonché condannato in contumacia, nel 1997, dalle autorità locali serbe per atti di terrorismo contro il regime. Quello di domenica è un voto che consolida il cammino verso la democrazia in Kosovo e rafforza le prospettive di normalizzazione dei rapporti con Belgrado sulla base degli Accordi di Bruxelles dell’aprile 2013.

Con il 31% delle preferenze, il PDK è riuscito a distanziare di 5 punti il partito di opposizione, la Lega Democratica del Kosovo. Il risultato mette però in evidenza la necessità del premier Thaçi di trovare il sostegno necessario per l’implementazione delle riforme di cui il paese ha forte bisogno e proseguire così il suo cammino di avvicinamento all’Unione Europea. Per la prima volta dopo l’indipendenza dalla Serbia (febbraio 2008) alle elezioni ha preso parte la metà di ciò che resta della minoranza serba, che ha seguito l’appello di Belgrado, sollecitando i cittadini di propria nazionalità ad avere rappresentanti al parlamento di Pristina.

Integrazione BalcaniIl processo di integrazione. Il processo di avvicinamento del Kosovo è solo parte di un più ampio disegno di integrazione dei Balcani occidentali nell’area Europea. Nonostante la recente crisi economica, il processo di Europeizzazione della regione sta continuando in maniera serrata e decisa: il motivo fondamentale riguarda la forte dipendenza delle regione dall’Europa per investimenti diretti, accesso al credito e trasferimento delle rimesse di cittadini extra-comunitari verso i paesi di appartenenza nella regione. Oltre alla recente entrata della Croazia (luglio 2013), ad oggi vi sono tre paesi candidati – Macedonia, Montenegro e Serbia – ed altri tre potenziali – Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo.

Dispute interne e debolezze dei sistemi amministrativi. Nonostante i timidi segnali di avanzamento, molte sono le sfide e le difficoltà che i paesi dell’area si trovano ad affrontare, a partire dai livori che esistono tra alcuni di essi e che hanno le proprie radici nelle guerre balcaniche degli anni ’90 del secolo scorso: dalla rivalità storica tra Macedonia e Grecia, a quella sloveno-croata, fino ad arrivare al caso della Serbia e della Croazia, impegnate in una disputa di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia.

Altra questione importante rispetto all’integrazione europea è quella sollevata dalla prof. Elbasani (Jean Monnet fellow presso il Centro per gli Studi Avanzati Robert Schuman di Firenze) in un suo articolo intitolato European Integration in the Western Balkans: Revising the Transformative Power of the EU”. In tale articolo viene sottolineata l’inopportunità del principio di condizionalità imposto dalle istituzioni europee nello stimolo di riforme politiche, economiche e sociali dei paesi “candidati” all’entrata nell’Unione. La critica della Elbasani continua con la proposta di una maggiore “sensibilizzazione” delle istituzioni europee alle realtà locali, alla luce anche di quelle che sono le condizioni di sviluppo iniziali di tali paesi, e di una serie di target che siano maggiormente realistici e raggiungibili.

Il caso bosniaco. Caso emblematico del fallimento del principio di condizionalità è quello della Bosnia-Erzegovina, dove le riforme richieste dall’UE erano oggettivamente troppo ambiziose per un paese che non aveva gli strumenti adatti per implementarle. Il processo di integrazione si è di fatto rivelato inefficace. In seguito alle proteste scoppiate all’inizio del 2014, il dibattito pubblico si è focalizzato sul cambiamento di rotta da imprimere alla politica del paese, messa in difficoltà dalla inefficacia delle politiche di condizionalità dell’UE. Questo ha portato altresì ad una forte reazione delle élite locali, le quali hanno impedito ad ogni modo qualsiasi tipo di riforma costituzionale.

Le reazioni si sono avute anche da parte delle popolazioni locali che hanno cercato di porre all’attenzione del dibattito pubblico le riforme economiche e sociali necessarie per far ripartire il paese, mettendo da parte la retorica etnica posta in essere dai governanti locali. La sfida per la Bosnia è adesso quella di incanalare tali istanze politiche verso un processo di trasformazione che riesca a rompere il sistema clientelare presente ancora nel paese.

Coinvolgere le opinioni pubbliche. Altra questione fondamentale per la buona riuscita dell’integrazione europea riguarda il coinvolgimento delle opinioni pubbliche. Ciò è possibile soltanto attraverso due strumenti. Il primo è quello di rendere consapevoli i cittadini delle riforme che devono essere implementate per la buona riuscita del processo di integrazione. Il secondo riguarda la strategia di comunicazione della Commissione europea: vista la complessità dei meccanismi istituzionali europei e soprattutto la complessità delle regolamentazioni, la Commissione dovrebbe rendere maggiormente leggibili, misurabili e comparabili i documenti che approva con sempre maggiore frequenza, permettendo, da un lato, ai governi locali di implementarli correttamente e, dall’altro, di divulgarli da parte dei mass media e stimolare così un dibattito pubblico.

“Paesi piccoli, piccoli problemi?”. Come si è potuto constatare il processo di integrazione europea dei Balcani occidentali è di non facile attuazione. In questo caso possiamo rispondere alla domanda di Easterly, affermando che “paesi piccoli” non comportano necessariamente “piccoli problemi”.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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