Processo “Infinito”, ‘ndrangheta e politica a braccetto in Lombardia

05/06/2013 di Luca Tritto

Pubblicate le motivazioni delle sentenze di primo grado del più grande processo alla mafia nel nord

Processo infinito

Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di primo grado del processo “Infinito”, che ha smantellato le strutture ‘ndranghetiste in Lombardia, dopo alcuni problemi già analizzati in un precedente articolo. Un’operazione scattata nel luglio 2010 in contemporanea tra Milano e Reggio Calabria, tesa a dimostrare l’esistenza di strutture criminali radicate al Nord, ma collegate tramite un “cordone ombelicale” con la terra d’origine, la Calabria. Circa 300 arresti hanno portato alla luce l’esistenza in Lombardia delle formazioni tipiche della mafia calabrese, i “locali”, i quali gestivano tutti gli affari leciti e illeciti a Milano e provincia. Il tutto, però, dietro la direzione strategica dei locali calabresi, riuniti nel gotha della “Provincia”, della quale la “Lombardia” non era che diretta emanazione. In mezzo a ciò, va collocato l’omicidio di Carmelo “Nuzzo” Novella, del 2008. Novella, originario di Guardavalle, Catanzaro, aveva deciso di scindere la Lombardia dalla Provincia, auto attribuendosi il grado di Infinito. Un distacco non voluto dalla madrepatria calabrese, punito con la morte. Dall’inchiesta e dal processo, sono emersi soprattutto tutti i contatti con la classe politica lombarda.

L’operazione Crimine-Infinito – L’inchiesta è stata condotta in collaborazione tra le Procure d Milano e Reggio Calabria, coordinate da Ilda Boccassini e dal procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri. Due filoni di indagine per ricostruire la nascita, l’evoluzione e il potere della ‘Ndrangheta in Lombardia, dove sono state ricreate le medesime strutture esistenti in Calabria, ossia il locali. Quest’ultimi, rappresentano l’unione di sette ‘ndrine, o clan, i quali controllano un territorio, a capo delle quali viene posto un capo-società, nel rispetto di tutti i rituali della terra d’origine. La riunione al Santuario della Madonna di Polsi, a San Luca, la “mamma” della ‘Ndrangheta, aveva sancito la nascita della Provincia, il maxi mandamento rappresentante la Calabria, al quale avrebbe dovuto rispondere la “Lombardia”, la riunione dei locali al Nord. A capo della Provincia venne posto l’ottantenne Domenico Oppedisano di Rosarno, mentre i lombardi decisero, nella famosa riunione nel centro “Falcone-Borsellino” di Paderno Dugnano, l’elezione di Salvatore Zappia come rappresentante supremo. Carmelo Novella aveva deciso di rompere i legami e rendere autonoma la Lombardia, ma il suo sogno si infranse in quel bar di San Vittore Olona sotto i colpi di Antonino Belnome, condannato e poi divenuto collaboratore di giustizia.

Gli affari – Una volta stabiliti territori, gradi, gerarchie e competenze, i clan calabresi hanno continuato ciò che hanno fatto per decenni: il controllo criminale del territorio. Gli affari si muovevano intorno lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’acquisto di immobili, le estorsioni, l’usura e, soprattutto, appalti pubblici ed edilizia, con lo sguardo rivolto verso l’affare del secolo: l’EXPO 2015. Un’infiltrazione silenziosa, dovuta all’inserimento di capitali illeciti nella Regione tra le più ricche d’Italia. Un inquinamento dell’economia, una distorsione della concorrenza. Il mercato del movimento terra viene monopolizzato dai calabresi, con gli imprenditori locali vessati da intimidazioni ed estorsioni, oppure conniventi e consapevoli del fatto che associarsi con certa gente può essere pericoloso, ma anche molto sicuro e redditizio. Lo spaccio di droga, le attività economiche e gli appalti sono il pane quotidiano dei criminali calabresi, molto attenti nel mantenere gli equilibri non solo tra loro, ma anche con le altre forme di criminalità presenti in Lombardia, dai siciliani, con i quali sono stati scoperti legami riguardo gli stupefacenti, agli stranieri, soprattutto slavi, albanesi, marocchini e sudamericani. Dalle operazioni di criminalità quotidiana, si passa ai rapporti con l’area grigia, i professionisti collusi. Da qui, il passo verso i contatti con i politici è stato davvero breve.

I rapporti con la politica – La politica è di fondamentale importanza, se si vogliono portare avanti certi affari. Una figura di spicco evidenziata dall’inchiesta è quella di Carlo Chiriaco, ex direttore della ASL di Pavia, il quale era il vero punto di unione tra ‘Ndrangheta e politica, motivo per il quale è stato condannato a 13 anni di reclusione. Tra i suoi contatti eccellenti figurava l’ex deputato Pdl Giancarlo Abelli. Il successivo capo supremo della Lombardia, Pino Neri, è invece accusato di aver favorito l’elezione di un suo protetto, Francesco Rocco Del Prete, come consigliere comunale di Pavia. Grazie ad una lista civica denominata “Rinnovare Pavia”, si voleva appoggiare il futuro sindaco Alessandro Cattaneo. Quest’ultimo non è un personaggio da poco: nome importante nel Pdl lombardo, è stato anche Presidente provvisorio dell’ANCI, e ha partecipato a numerose cene elettorali offerte proprio dal superBoss Pino Neri. In altri filoni di indagine si è scoperto il reato di voto di scambio tra il consigliere regionale Zambetti, in quota Formigoni, il quale era però terrorizzato dall’idea di dover ricambiare i voti con i favori richiesti dai clan. Ancora, il capo del locale di Bollate, Vincenzo Mandalari, in una intercettazione dimostra come la ‘Ndrangheta non ha colore politico, ma punta su chi può garantire più servizi e affari : “Destra o sinistra, non è importante, a livello locale“.

Si potrebbe continuare con gli altri rapporti emersi dal processo e dalla sentenza. Ciò che va evidenziato, tuttavia, non è solo il livello quantitativo e qualitativo dei soggetti politici aventi rapporti con la criminalità organizzata (Lega Nord inclusa). Il fattore sconcertante è l’assenza di cognizione del fenomeno all’interno di una Regione fondamentale come la Lombardia per l’economia italiana. Non si contano i politici che hanno negato l’esistenza del fenomeno oltre la Calabria. Per ignoranza o convenienza, è arduo definire tale atteggiamento. Alla luce di questa sentenza, qualora fosse confermata in Cassazione, sarà giuridicamente provata l’esistenza di queste infiltrazioni. A quel punto, sarà davvero difficile negare una realtà talmente inquietante.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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