Privatizzazioni, queste sconosciute

25/05/2015 di Federico Nascimben

Com'è cambiato il programma del Governo sulle privatizzazioni dal Def 2014 a quello del 2015. E cosa dovrebbe cambiare per evitare che il debito pubblico ci cada addosso

La scorsa settimana il Fondo monetario internazionale (Fmi), mentre da una parte promuoveva le riforme del Governo Renzi, alzando le stime di crescita del Pil, dall’altra criticava la lentezza del processo di privatizzazioni. Nello specifico:

“Un processo di privatizzazioni più veloce ridurrebbe il debito, ma i progressi rimangono deludenti. La recente vendita di azioni Enel rappresenta un passo in avanti. Approfittando delle favorevoli condizioni del mercato, il target delle privatizzazioni dovrebbe essere più ambizioso”.

Lo statement del Fmi è causato dagli importanti cambi di programma del Governo fra il Def del 2014 e quello del 2015. Se nel primo si prevedevano privatizzazioni per lo 0,7% del Pil dal 2014 al 2017 (pari a circa 10 miliardi di euro all’anno), nel secondo tale stima scendeva drasticamente all’1,7% cumulato di qui al 2018 (0,4% nel 2015, 0,5% nel 2016 e 2017 e 0,3% nel 2018, pari a circa 25/30 miliardi complessivi).

Nel dettaglio, nel Def 2014 si scriveva che:

“Le privatizzazioni annunciate nei mesi scorsi sono in fase avanzata e attraverso il loro completamento si potrà contribuire alla progressiva riduzione del debito pubblico. Il Governo ha pianificato la cessione di quote di aziende pubbliche. Le società coinvolte nell’operazione di valorizzazione degli asset includono società a partecipazione diretta quali ENI, STMicroelectonics, ENAV, nonché società in cui lo Stato detiene partecipazioni indirettamente tramite Cassa Depositi e Prestiti, quali SACE, FINCANTIERI, CDP Reti, TAG (Trans Austria Gastleitung GmbH) e, tramite Ferrovie dello Stato, in Grandi Stazioni – Cento Stazioni. Gli introiti, a norma di legge, saranno utilizzati per ridurre il debito pubblico. I proventi derivanti da tali privatizzazioni sono previsti ammontare a circa 0,7 punti percentuali di PIL all’anno nel periodo 2014-2017.

Un primo passo nella vendita delle partecipazioni statali è stato fatto già a gennaio 2014, attraverso l’approvazione di due decreti che regolamentano l’alienazione del 40 per cento delle quote del capitale di Poste Italiane e il 49 per cento delle quote di capitale di ENAV“.

Nel Def 2015, invece, si scrive che:

La realizzazione delle cessioni delle quote in Poste Italiane e ENAV avverrà nel 2015, con uno slittamento rispetto alla tempistica inizialmente prevista di completamento delle dismissioni entro il 2014, a motivo sia del cambio di management delle due società, sia della complessità delle operazioni medesime che necessitano di tempi di preparazione più lunghi rispetto a quelli inizialmente stimati.

[…] Con riferimento alla cessione della partecipazione detenuta in STMicroelectronics Holding, nel rispetto degli impegni definiti negli accordi parasociali in essere con l’Azionista pubblico francese (con il quale si esercita il controllo congiunto e paritetico della Holding), la Società può essere ceduta ad un soggetto pubblico. Tale soggetto è stato individuato nel Fondo Strategico Italiano (Società del Gruppo CDP) o sue controllate. La fase preparatoria per la realizzazione di tale cessione è in corso di completamento.

Nel mese di febbraio 2015, il Ministero ha ceduto a primarie banche nazionali e internazionali, attraverso una procedura di vendita accelerata (accelerated book building), un pacchetto di azioni ENEL pari al 5,74% del capitale della Società, riducendo la propria partecipazione dal 31,24% al 25,50%. Il corrispettivo della vendita delle azioni ENEL è ammontato complessivamente a circa 2,2 miliardi. Sono state avviate le attività preparatorie per la privatizzazione del Gruppo Ferrovie dello Stato, di intesa con la Società e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, al fine di individuare le modalità più idonee per la realizzazione dell’operazione. Il MEF ha selezionato i consulenti finanziario e legale che lo assisteranno nell’individuazione di tale modalità e nell’intero processo di privatizzazione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ad aprile giustificò il cambio di passo ribadendo che veniva “confermata la strategia, ma i tempi sono dominati dall’andamento dei mercati e dalla necessità di valorizzare al meglio le aziende statali, che hanno un valore in sé e continueranno ad averlo. Parliamo di privatizzazioni ma non di perdita di controllo”.

In buona sostanza, Padoan ribadiva per l’ennesima volta la declinazione italiana del concetto di privatizzazioni, in cui lo Stato non perde mai il controllo e vengono cedute solo quote di minoranza, o effettuate partite di giro attraverso Cassa depositi e prestiti. Oppure, ancora, per difendere alcune “aziende strategiche” si inventano interventi ponte da parte di Poste. La cosa oltremodo curiosa è data dal fatto che la volontà di procedere verso privatizzazioni e dismissioni viene sottolineata con continuità da parte del ministro dell’Economia – immaginiamo a causa del forcing europeo sul tema, che le richiede al fine di diminuire lo stock di debito – ma poi non accade praticamente nulla e, anzi, nei documenti ufficiali i target vengono rivisti al ribasso (sul tema è interessante leggere anche come il consigliere economico di Palazzo Chigi, Yoram Gutgeld, abbia cambiato le proprie idee nel giro di un paio d’anni).

Privatizzare non significa solo vendere i “gioielli di famiglia”. Soprattutto in Italia, alla luce delle difficoltà/limitazioni che incontra il processo di spending review, dovrebbe equivalere ad una revisione del perimetro d’intervento dello Stato, favorendo sistemi sanitari e previdenziali complementari; in questo senso, però, anche le imprese private dovrebbero fare la propria parte, favorendo a loro vota un welfare di stampo aziendale (come scrisse un paio d’anni fa l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, in un libro).

Linee di indirizzo generali da seguire per evitare che il debito pubblico ci cada addosso.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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