Privatizzazione Rai, è ora della resa dei conti?

14/06/2013 di Andrea Viscardi

È possibile ristrutturare il servizio pubblico uscendo tutti vincitori?

Privatizzazione Rai

Terremoto greco – Martedì scorso la Ert – televisione di stato greca – ha chiuso i battenti, creando reazioni di protesta in tutta la nazione. Non tanto, forse, per la chiusura in sè ma per il fatto che la stessa sia stata decisa nell’arco di mezza giornata, lasciando a piedi, letteralmente dal mattino alla sera, tremila lavoratori. Una decisione drastica, decisa dal governo per risparmiare, avendo in programma di riaprire la struttura – sotto nuovo nome – nel giro di circa un mese, con personale dimezzato. Una questione, però, che ripropone l’eterna discussione sul destino della nostra televisione pubblica: è necessaria la privatizzazione della Rai?

I numeri Rai– Il bilancio del 2012 si è chiuso con un passivo di 244,6 milioni di euro, la cifra raccolta per il canone l’anno passato è stata di circa 1,747 miliardi di euro, mentre il ricavo pubblicitario è sceso del 22,8%, toccando il record negativo di 745 milioni di euro. Come se non bastasse, si registra un -10% nella voce “altri ricavi” – come la distribuzione di produzioni proprie. Uno scenario spaventoso per qualsiasi azienda, i cui costi si ripercuotono nella fattispecie sullo Stato e sui suoi cittadini. In realtà in via Mazzini hanno attuato un programma per raggiungere il pareggio entro la fine del 2014, ma ha senso tutto ciò?

Privatizzazione Rai – L’OCSE raccomandava, poco più di un anno fa, la privatizzazione del settore televisivo pubblico. Un’operazione contestata da molti ma che, forse, potrebbe in realtà giovare a tutti. Le obiezioni, sono mille, e si basano principalmente su due questioni. Entrambe, in realtà, facilmente contestabili.

Servizio pubblico e democrazia – La prima di queste obiezioni sostiene il servizio pubblico rappresenti un elemento imprescindibile di ogni stato democratico. Ora, sebbene a livello di massima un’affermazione di questo tipo possa essere considerata come un assunto, qualcuno dovrebbe indicare che tipo di servizio pubblico sia rappresentato dalla Rai. Nei palinsesti sempre meno spazio viene lasciato alla cultura – basti pensare, ad esempio, alla chiusura di una trasmissione come “La Storia Siamo Noi” – e sempre più sono i programmi dediti al – mi si passi il termine a me poco consono – “rincoglionimento mediatico” dello spettatore. In una chiave del tutto sovrapponibile a quella delle televisioni commerciali. Inoltre, se proprio vogliamo dirlo, l’unico servizio pubblico rimasto è forse quello utile ai partiti, quello dei salotti di Ballarò, di Bruno Vespa o dell’Annunziata. Programmi che potrebbero essere conservati anche dopo una privatizzazione parziale dell’azienda o imponendo vincoli in tal senso agli acquirenti. Inoltre, l’ingresso di nuovi operatori non potrebbe che portare nuove risorse – in termine di competitività, di diversificazione e di investimenti – a tutto il settore televisivo italiano.

Privatizzazione rai? Terra di conquista – La seconda obiezione è che, dare in pasto ai privati la Rai, nella situazione di duopolio attuale, potrebbe rischiare di far cadere i media italiani in uno stato a dir poco pericoloso per la democrazia intera. In realtà, anche questo problema si potrebbe arginare facilmente. Se la preoccupazione è quella di un monopolio più o meno tacito, basterebbe porre precisi paletti ai possibili acquirenti, così da evitare un’ipotesi di qusto tipo. Non detenere alcun tipo di canale televisivo o non avere interessi nell’editoria, ad esempio. Una soluzione capace di garantire, e non poco, maggior pluralità al sistema.

La privatizzazione può essere parziale – Attenzione, inoltre. Tutti parlano di privatizzazione rai generalizzata, la realtà è che la strada da percorrere non è per forza questa. Il mantenimento di una delle tre reti principali – accompagnato da una ristrutturazione della stessa – permetterebbe, de facto, un risparmio enorme e la possibilità di garantire, contemporaneamente,  un servizio di qualità maggiore ai cittadini. Volendo spingersi più in là, una ristrutturazione che comporti anche investimenti nella produzione, potrebbe rilanciare il settore della televisione made in Italy e rappresentare, nell’arco di una decina di anni, una fonte di introiti tale da diminuire ulteriormente il costo pubblico dell’ente.

Oggi, il ministro dell’economia, ha affermato pubblicamente che l’aumento dell’IVA sarà inevitabile, quattro sarebbero i miliardi di euro necessari per evitarlo. Stiamo parlando di una tassa generalizzata, che colpisce tutti senza distinzione, molto più di quanto non faccià l’IMU. La vendita di due delle tre reti terrestri e di quelle satellitari avrebbe potuto portare in cassa intorno ai 2,5 miliardi di euro, senza contare i soldi utilizzati dallo stato per coprire le perdite annuali dell’azienda e il costo del canone imposto ai cittadini. Insomma, meglio abbassare la pressione fiscale, ottimizzando il servizio pubblico e rilanciandolo sotto una nuova identità o imparare a cucinare con Antonella Clerici (contratto biennale da tre milioni di euro)?

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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