Furto alla Banca d’Italia: quando la privatizzazione è di troppo

10/12/2013 di Redazione

Proponiamo un articolo del nostro mensile, capace di suscitare un forte interesse

Il decreto che trasforma bankitalia

(N.B. L’articolo si basa sul testo del decreto originale, essendo di decembre, prima delle modifiche)

Banca d’Italia, le tappe. Con la legge bancaria del 1936 le quote di capitale della Banca d’Italia furono assegnate a banche pubbliche, per un valore complessivo di 300 milioni di lire, valore da allora mai modificato. Con quella legge la Banca centrale italiana diveniva un istituto di diritto pubblico, espropriando le azioni ai privati e assegnandole a banche di proprietà pubblica. Il guaio arrivò nel 1990 con la privatizzazione del settore bancario (“legge Amato”, 218/1990). Privatizzando le banche azioniste di Palazzo Koch si privatizzò lo stesso capitale della Banca centrale italiana: ecco che il vigilante (la Banca d’Italia) diveniva di proprietà dei vigilati (le banche private). In questo modo il 94,33 % di Bankitalia è passato nelle mani di soggetti privati, mentre soltanto il restante 5,66% è rimasto pubblico (di proprietà di Inps e Inail) . Successivamente il processo di aggregazione del settore bancario, mediante fusioni ed acquisizioni, ha reso ancor più evidente il pasticcio concentrando le quote di capitale della BI: così Unicredit  è arrivata a detenere il 22% delle azioni e Intesa San Paolo addirittura il 30%. Da circa venti anni, quindi, il capitale della Banca centrale italiana è di proprietà di enti privati (banche e assicurazioni), sebbene, è doveroso specificarlo, questi non abbiano alcuna incidenza nella gestione della Banca stessa. Nel 2005 il Governo Berlusconi tentò di mettere a posto le cose, prevedendo, con la legge 262,  la “ripubblicizzazione” di Bankitalia, ovvero il trasferimento a enti pubblici delle quote di capitale della Banca centrale, eliminando, entro il 31 dicembre 2008, i soggetti privati dall’azionariato. Quelle disposizioni tuttavia sono rimaste sulla carta e le banche private hanno mantenuto il possesso dell’Istituto di Via Nazionale.

Banca d'Italia, public company, privatizzazioneIl decreto. Arriviamo così al 23 novembre 2013. Il Consiglio dei Ministri, per decreto, senza un minimo di dibattito politico, ha deciso una modifica storica della governance della Banca d’Italia. Questi i punti salienti del testo approvato:

  • Rivalutazione del capitale della Banca centrale fino a 7,5 miliardi di euro;
  • Tetto massimo di quote detenibili da ciascun partecipante al 5% del capitale;
  • Ampliamento del novero dei soggetti autorizzati a detenere quote, che debbono essere “banche, fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, inclusi fondi pensione – europei”;
  • Tetto massimo dei dividendi distribuibili agli azionisti pari al 6% del capitale;
  • Autorizzazione, per le banche partecipanti, ad includere nei loro bilanci la rivalutazione delle quote di capitale della Banca d’Italia.

Le conseguenze. Prevedendo il limite massimo del 5% di capitale detenibile da ciascun partecipante, si trasforma la Banca centrale in una public company, ovvero in una società ad azionariato diffuso. Il fatto che si autorizzi “soggetti europei” a detenere quote di capitale apre alla possibilità che la proprietà della Banca d’Italia possa un giorno diventare straniera: sarebbe il primo caso al mondo di una banca centrale detenuta da una maggioranza di diversa nazionalità. Certo, si dirà che i proprietari non potranno governarla. Vero, ma beneficeranno dei redditi conseguiti dalla Banca d’Italia nella attività di compravendita titoli e gestione riserve. Infatti si stabilisce la distribuzione ai soci di dividendi  per un importo annuale massimo pari al 6% del capitale, ovvero 450 milioni di euro l’anno (sei – sette volte quanto distribuito attualmente). Qualche volpe potrà affermare l’esistenza di paesi (Belgio e Giappone) le cui banche centrali sono addirittura quotate in borsa,  ma il 50% delle stesse è di proprietà dello Stato (in Italia invece solo il 5,66%). Altri potranno argomentare che anche la FED americana è di proprietà privata. Ma negli States sono previsti seri meccanismi di accountability, il reddito della banca federale finisce al Tesoro (e quindi ai contribuenti) e sono fissate importanti restrizioni al trasferimento delle quote di capitale tra i diversi soggetti privati (mentre nel nuovo assetto di Bankitalia si prevede la libera trasferibilità delle quote di capitale sul mercato).

Bankitalia, public company, decreto cdmSuperficialità. Dal 1936 il capitale della Banca centrale italiana ha mantenuto un valore simbolico (156 mila euro, in 300 mila azioni da 52 centesimi ciascuna), oggi se ne decide la rivalutazione a 7,5 miliardi di euro. Non si comprende, però, come sia stata eseguita tale valutazione: non si distingue cosa sia di proprietà della Banca centrale e cosa invece sia in semplice gestione alla stessa. Occorre considerare, infatti, come nei suoi forzieri l’Istituto di Via Nazionale abbia la terza riserva aurea del Mondo, per un valore intorno ai 100 miliardi di euro (vera garanzia di solvibilità del nostro debito pubblico), cui si sommano altre decine di miliardi di riserve valutarie e titoli. La rivalutazione decisa lascerebbe pertanto pensare che le riserve iscritte in bilancio non siano considerate di proprietà di Bankitalia, tuttavia non si distingue nemmeno chiaramente chi sia il proprietario dei diversi attivi patrimoniali. Finché la proprietà di Palazzo Koch è rimasta in mano pubblica il problema non si è posto, ma con la privatizzazione dell’azionariato la questione esiste eccome. Vi è concordanza naturalmente nel ritenere quell’oro dello Stato, ovvero degli italiani, ma, a scanso di equivoci, sarebbe meglio chiarire bene la differenza tra proprietà e custodia. Infatti, finché i proprietari sono italiani (anche se privati) la questione è di certo gestibile, ma se tra un decennio l’azionariato dovesse essere in maggioranza straniero, allora questo potrebbe rivendicare la proprietà degli attivi iscritti a bilancio.

Perché?. Non si comprende, inoltre, la volontà di voler estendere in maniera così ampia l’azionariato. Se è vero che una compagine societaria privata garantisce una maggiore indipendenza dell’Istituto monetario da eventuali pressioni politiche, è anche vero che un’operazione così condotta lo rende soggetto ad altrettanto pericolose pressioni private. Si potrà obiettare che in origine le banche centrali occidentali nacquero come enti privati, ma la prospettiva cambiò nel momento in cui la scienza economica scopri l’importanza della politica monetaria nonché il rischio derivante dal permettere l’emissione di moneta a soggetti privati. Basti pensare che fu proprio lo scandalo della Banca Romana del 1893 a determinare la nascita, come istituto privato avente finalità pubblica, della Banca d’Italia, e fu la Grande depressione degli anni Trenta a convincere della necessità di rendere pubblico il capitale dell’Istituto. La giustificazione secondo la quale un azionariato privato è condizione necessaria a garantire l’indipendenza della Banca centrale non è convincente: è possibile avere indipendenza dalla politica anche con capitale di proprietà pubblica (si pensi alle diverse Authority di vigilanza settoriale). La volontà di rendere l’azionariato diffuso e soprattutto di permettere la libera circolazione delle quote sul mercato può risultare addirittura pericolosa poiché il limite massimo del 5% del capitale detenibile da ciascun partecipante non impedisce che si creino alleanze tra azionisti capaci di controllare la maggioranza dell’Istituto. Azionisti che sono gli stessi soggetti che la Banca centrale è chiamata a vigilare. Inoltre, il fatto che i partecipanti debbano essere “europei” non vieta in maniera assoluta che soggetti extraeuropei possano entrare indirettamente nel capitale di Bankitalia attraverso partecipazioni in istituti bancari continentali.  Nel complesso la decisione assunta con il decreto del 23 novembre appare poco comprensibile: in un paese come l’Italia dove ci si ostina a mantenere di proprietà pubblica migliaia di aziende in costante perdita (si pensi alle proteste che nascono ogniqualvolta sorge l’ipotesi di privatizzare una qualunque municipalizzata), si decide per decreto, senza il ben che minimo dibattito politico, di provvedere alla riorganizzazione in public company dell’istituzione economica più importante e prestigiosa del Paese.

Far cassa nel modo sbagliato. Il reale motivo di questa operazione è di natura fiscale e contabile. Uno scambio tra uno Stato alla ricerca di denaro e banche alla ricerca di credibilità. Rivalutando il capitale di Bankitalia, da 156 mila euro a 7,5 miliardi, da un lato si permette allo Stato di tassare la plusvalenza che le singole banche ottengono sulle rispettive quote di capitale, incassando immediatamente tra il miliardo e il miliardo e mezzo di euro; dall’altro la rivalutazione rafforza la patrimonializzazione delle banche italiane in vista dell’asset quality review che la BCE effettuerà su di esse nel 2014. Le banche si vedono rivalutare le proprie quote, rafforzano così dal punto di vista contabile il loro patrimonio, risultando più solide sotto i riflettori europei, in cambio esse pagano subito allo Stato 1-1,5 miliardi di euro; denaro che poi le stesse banche recupereranno in soli 3-4 anni grazie alla distribuzione dei dividendi della Banca d’Italia. Per un miliardo di euro lo Stato ignora la legge del 2005, regala l’Istituto di Via Nazionale e i suoi corposi dividendi alle banche, senza nemmeno preventivamente fare chiarezza su cosa sia di proprietà della Banca centrale italiana e cosa in semplice gestione alla stessa. Nulla impedirà agli azionisti di domani di mettere in discussione il valore della Banca, chiedendo una nuova valutazione, mentre il Parlamento non avrà ancora definito la proprietà degli attivi iscritti a bilancio. Immaginiamo, ad esempio, una maggioranza di banche tedesche azioniste della BI che reclamano la proprietà delle riserve accumulate da Palazzo Koch nel corso della sua lunga storia. A quel punto, allo Stato italiano non resterà che dare attuazione alla legge del 2005 ricomprando le quote della Banca centrale nazionale, ma dovrà farlo ad un valore decine di volte superiore al miliardo di imposte incassato oggi. Quello che attualmente appare un generoso regalo alle banche diverrebbe paragonabile ad un furto ai danni degli italiani.

A.M

blog comments powered by Disqus