Il principe di Talleyrand. Rivoluzione e restaurazione a corte

23/04/2016 di Silvia Mangano

Attore comprimario nella storia della Francia rivoluzionaria dal 1789 al 1830, il principe di Talleyrand è una delle figure più amate e contestate della tarda età moderna.

Talleyrand

Nato da un’antichissima famiglia nobiliare, che tuttavia non vantava molte ricchezze, Charles Maurice de Talleyrand-Périgord fu avviato fin da piccolo alla carriera ecclesiastica. Nonostante il retaggio militare della propria ascendenza, il giovane fu costretto a entrare nelle fila del primo stato a causa di una malformazione al piede. Dopo una serrata gavetta, in cui fu prima studente al Collège d’Harcourt a Parigi, poi assistente dello zio presso l’arcivescovo di Reims, entrò nel seminario di Saint-Sulpice nel 1770. Nel suo caso, meno raro di quanto si pensi all’epoca, la vocazione ecclesiastica e quella religiosa non coincidevano: la formazione teologica, non gli aveva impedito di strutturare un’indole disillusa e uno scetticismo che avrebbero connotato tutti gli aspetti della sua vita.

Attirato dalla fortuna e dalla bella vita che i principi della Chiesa conducevano nel XVIII secolo, Talleyrand non cercò di nascondere la sua minima attitudine alla vita ascetica. Ancora seminarista, venne cacciato da Sain-Sulpice (1775), poiché viveva in palese stato di concubinato con la sua amante. Ciononostante, nell’aprile di quell’anno, ricevette gli ordini minori e solo sei mesi dopo divenne abbate di Saint-Denis per ordine del re. Nel 1779 fu ordinato sacerdote e suo zio, divenuto ormai arcivescovo di Reims, lo nominò suo vicario generale.

L’ambizione, cibo spirituale dell’anima di Talleyrand, gli impedì di saziarsi con la routine secolarizzata dell’alto clero francese e lo spinse ad aspirare a incarichi sempre più prestigiosi. Consapevole di doversi destreggiare tra l’appoggio del re e il favore della chiesa francese, negli anni tra il 1780 e il 1785 portò avanti una politica schiettamente a difesa dell’autonomia giurisdizionale ed economica ecclesiastica nei confronti del fisco e della giustizia di Luigi XVI, ma si conquistò il favore del re grazie a una cospicua donazione (15 milioni) che riuscì a far approvare dall’Assemblea della Chiesa gallicana. Inoltre, l’esperienza “parlamentare” acquisita durante le sessioni dell’assemblea contribuirono a formare il talento politico di cui Talleyrand sapeva di essere dotato. Finalmente, nel novembre del 1788, i suoi sforzi furono ripagati con la nomina a vescovo di Autun. Ma, quando il 15 marzo 1789, prese possesso della sede vescovile, la Rivoluzione era ormai alle porte.

Stati Generali 1789
Gli Stati Generali del 1789

A distanza di 175 anni dall’ultima convocazione, gli Stati Generali indetti in gran fretta da Luigi XVI dovettero affrontare l’imminente tracollo economico della Francia. I deputati dei tre stati (clero, nobiltà e terzo stato) presentarono una serie di lamentele – i cahiers de doléances – e le rispettive soluzioni a tali problematiche; tra questi, Talleyrand si ritagliò un originalissimo spazio. Fu durante gli Stati Generali, infatti, che si consumò la prima “inversione di tendenza” del vescovo. Rinnegando completamente la sua posizione originaria, Talleyrand propose l’abrogazione della decima e la nazionalizzazione delle proprietà della chiesa: di fronte allo sgomento degli altri vescovi, sostenne la cancellazione di tutti i privilegi dell’alto clero in favore delle posizioni più estremiste del terzo stato. Cavalcando l’onda rivoluzionaria, si garantì l’appellativo di “vescovo della Rivoluzione” firmando per primo la Costituzione Civile del Clero (luglio 1790) e celebrando la messa di commemorazione della presa della Bastiglia. Probabilmente già stanco della condizione vescovile, non reagì tragicamente di fronte alla scomunica comminata dal papa Pio VI, preferendo abbandonare il pastorale per divenire amministratore del dipartimento di Parigi nel gennaio del 1791.

Le doti politiche di Talleyrand furono prontamente utilizzate dal governo rivoluzionario, il quale lo inviò a Londra per impedire che l’Inghilterra e la Prussia si unissero all’Austria nel dichiarare guerra alla Francia. Se le prime negoziazioni si conclusero con un nulla di fatto, la seconda ambasceria non ottenne assolutamente il risultato sperato. Il definitivo rovesciamento della monarchia, le stragi perpetrate nel seno della nobiltà francese e l’ostilità degli émigré, cioè dei controrivoluzionari costretti a emigrare in Inghilterra, pose Talleyrand in bilico tra due precipizi. Apertamente sostenitore della decapitazione del sovrano, l’ex-vescovo era riuscito a ottenere il mandato diplomatico per sfuggire alle pressioni politiche dei giacobini di Robespierre, che non apprezzavano il suo comportamento licenzioso e l’appartenenza alla nobiltà di spada; mentre, a causa della sua fama di “prete giacobino”, venne escluso da tutti i circoli di Londra e la sua posizione alla corte del re inglese precipitò vertiginosamente.  Espulso dall’Inghilterra, a causa dell’odio che si era attirato da parte degli esuli, e ricercato in Francia, dopo la scoperta di un carteggio segreto con il sovrano, Talleyrand emigrò negli Stati Uniti, cercando fortuna a Filadelfia.

Talleyrand
L’incoronazione di Napoleone I (David): Talleyrand è a destra, con un mantello rosso.

In seguito alla caduta del Terrore (luglio 1794), tornò in Francia e, attraverso una serie di trame politiche, riuscì a risalire gli onori degli altari e a ottenere il ministero degli esteri durante gli ultimi anni del Direttorio. Pur non stimandolo personalmente, Talleyrand comprese il peso politico di Napoleone e durante il colpo di stato, consumatosi il 9 novembre 1799, si schierò al suo fianco. Questo ulteriore cambio di bandiera si concretizzò nella nuova linea politica seguita da Talleyrand, tesa a garantire l’appoggio della popolazione francese, prima al consolato e poi all’impero, grazie a riforme in campo fiscale e giuridico e con la stipulazione del concordato con Roma. I contrasti tra il ministro e l’imperatore si inasprirono di fronte alla politica espansionistica di Napoleone e alla sua insaziabile ambizione, che avevano portato la Francia a uno stato di guerra permanente con tutte le potenze dell’epoca. Conscio della imminente catastrofe che si stava per abbattere sul regime napoleonico, nel 1807 rassegnò le sue dimissioni e si allontanò gradualmente dalla scena politica.

Con la disastrosa campagna di Russia, Napoleone fu costretto a richiamare Talleyrand al ministero degli esteri. Quest’ultimo, tuttavia, con un nuovo voltafaccia, rifiutò l’incarico, sentendosi apostrofare dall’imperatore con il (meritato?) appellativo di “merda in una calza di seta”. Ormai consapevole della sorte di Napoleone, collaborò con le potenze europee per rovesciare l’impero e fu in gran parte grazie alla sua opera di convincimento che gli alleati acconsentirono al ritorno dei Borboni sul trono di Francia: quegli stessi Borboni cui lui e gli altri rivoluzionari avevano tagliato la testa. E fu proprio come ministro del nuovo re di Francia, Luigi XVIII, che Talleyrand toccò l’apice della sua carriera.

Talleyrand, Carlo X
Incoronazione di Carlo X (Gerard): Talleyrand è al centro, con un cappello piumato ed osserva il Re

Partecipò al Congresso di Vienna (1815) in qualità di rappresentante francese e riuscì ad assicurare alla Francia una pace conveniente e a ristabilire l’ordine prerivoluzionario, sconfessando la fama che l’aveva accompagnato fin dal 1789. Si compiva così la grande opera di restaurazione che avrebbe spianato la strada al secolo delle rivoluzioni. Tornato in Francia da vincitore, Talleyrand fu costretto a subire la rabbia degli esiliati, richiamati in patria dal nuovo re Carlo X (Luigi XVIII era morto) e desiderosi di vendetta, e ad abbandonare la scena politica per ritirarsi in solitudine fino al 1829. Non sazio dei giochi politici, concesse il suo appoggio a Luigi Filippo, duca d’Orléans, durante la Rivoluzione di Luglio e ne appoggiò la candidatura al trono per scacciare la monarchia reazionaria di Carlo X e instaurare quella borghese dell’Orléans, di cui divenne ministro degli esteri fino al 1834. Ritiratosi nel castello di Valençay, vi morì nel 1838.

Di rado i politici che partecipano a eventi rivoluzionari sopravvivono ai passaggi di governo: Luigi XVI, Danton, Robespierre e Napoleone ne sono tristi esempi. Sopravvivere a sei governi, alcuni dei quali tra i più sanguinari della storia, non è frutto solo della buona sorte, ma è la spia di un acume politico che, sebbene non ammirevole in termini di fedeltà, è da considerarsi incredibile. L’iniziale svantaggio fisico che gli aveva impedito di cercare l’onore nell’esercito, l’aveva costretto ad affinare l’unica capacità con cui seppe destreggiarsi nelle sale del potere e salvarsi la vita innumerevoli volte. Non un santo, ma un vescovo vizioso. Non un patriota, ma un politico spregiudicato. Di fronte a una nazione che grondava sangue da una generazione, Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, personalità geniale ed egocentrica, mise a frutto i suoi talenti solo per la propria gloria.

The following two tabs change content below.

Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
blog comments powered by Disqus