Le Primarie PSOE: i socialisti spagnoli cercano il loro Renzi

22/06/2014 di Andrea Fiorentino

Un partito in crisi – È il grande sconfitto delle elezioni europee dello scorso 25 maggio, che lo hanno visto crollare ad un misero 23% – il 5,73% in meno rispetto alle politiche del 2011 e il 16,33% rispetto alle europee del 2009. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo sotto la debole e declinante leadership di Alfredo Pérez Rubalcaba, si è finora dimostrato incapace di offrire agli spagnoli un’alternativa credibile al governo di Mariano Rajoy, del Partito Popolare. Il PSOE, dominato da un ceto politico logoro, sfiancato e privo di freschezza, non è riuscito ad incanalare l’ondata di malessere contro le politiche austerity del governo e gli scandali di corruzione nel Partito Popolare, che a sua volta, invece, ha trovato sbocco nel voto alla sinistra radicale, da Izquierda Unida a Podemos – movimento politico nato dall’esperienza degli Indignatos e vera rivelazione di queste elezioni.

Alfredo Pérez Rubalcaba
Alfredo Pérez Rubalcaba

Le primarie – Il disastro elettorale ha trascinato il partito nella bufera. Rubalcaba si è dimesso, ma resterà in sella fino al nuovo congresso, quando il suo successore verrà designato tramite le primarie fissate per il 13 luglio. L’annuncio che ha suscitato più scalpore riguarda il rifiuto di correre per la segreteria di Susana Díaz, giovane governatrice dell’Andalusía, la cui grande popolarità si è rivelata cruciale per la vittoria del PSOE nella regione. Vista come una garanzia di difesa continuità nell’esigenza del cambiamento e sostenuta da grandi personalità del partito – Gonzáles e Zapatero, nonché lo stesso Rubalcaba – la sua vittoria era già data per certa. Il suo rifiuto è strategico, motivato dalla volontà di consolidare la sua posizione all’interno del partito e di non bruciarsi prematuramente nelle vicine politiche del 2015. Sa che il tempo è dalla sua parte. Nel frattempo, la sua mossa inaspettata ha spiazzato tutti, rendendo la scalata alla segreteria molto più competitiva ed incerta. Finora si sono fatti avanti quattro candidati. Vincerà chi saprà interpretare la forte domanda di rinnovamento. Un rinnovamento che, secondo molti, non può prescindere dall’affermazione di una nuova generazione di leader e dalla rottura con il passato e l’eredità di Zapatero e Rubalcaba: caras nuevas, cioè volti nuovi, è il leitmotiv di questi giorni.

L’ala sinistra – A meno di eclatanti sorprese, dovrebbero avere poche speranze di affermarsi José Antonio Tapias e Alberto Sotillos, esponenti delle istanze più radicali e minoritarie. Il primo, candidato della corrente Izquierda Socialista, docente di filosofia di 52 anni, è sostenitore di una netta sterzata a sinistra e l’abolizione dalla riforma costituzione del 2011, che ha introdotto l’obbligo di pareggio di bilancio. Il secondo, candidato del collettivo Socialismo Democrático, sociologo di appena 28 anni, si propone di restituire il partito ai militanti, valorizzandone la partecipazione all’interno di una struttura più aperta ed orizzontale, ispirata ai principi della democrazia diretta e basata sulla rete.

Insider vs. outsider – Si prefigura quindi un serrato testa a testa tra gli altri due candidati: Eduardo Madina e Pedro Sánchez. Il primo, 38enne, è un perfetto insider. Basco, nel 2002 fu vittima di un attentato dinamitardo dell’ETA, costatogli l’amputazione di una gamba. È considerato molto vicino all’ex premier socialista Zapatero, che ne ha promosso la fiorente carriera politica nazionale: eletto per la prima volta al Congresso nel 2004, all’età di 28 anni, nel 2009 è stato nominato segretario generale del gruppo parlamentare, carica che detiene tuttora. Il secondo è un (quasi) perfetto outsider, sconosciuto ai più. 42 anni, docente di economia, è stato eletto deputato per la prima volta nel 2009 – dopo una parentesi da consigliere comunale a Madrid – e riconfermato nel 2011. Vanta una discreta carriera internazionale: consulente in molti progetti internazionali, è stato inviato delle Nazioni Unite a Sarajevo durante la guerra in Kosovo e consulente della socialista Barbara Dürhkop nel Parlamento europeo. Parla inglese e francese – novità rispetto al provincialismo di cui classe politica viene spesso tacciata. È molto attivo sui social network e aggiorna costantemente il suo blog. Carismatico, ha appreso l’importanza del gioco di squadra dal suo grande amore: il basket. Sogna el cambio, sia nel PSOE che nel paese.

Quel paragone con Renzi – Il profilo atipico, la scarsa notorietà, l’aura di outsider cresciuto lontano dai grigi apparati di partito e dai giochi di palazzo potrebbero rivelarsi per Pedro la chiave del suo successo. La tentazione di voltare definitivamente pagina è troppo forte nell’elettorato e tra gli iscritti, e incontra anche il sostegno di qualche dirigente. Il nuovismo contagia tutti. E non manca chi – nella stampa, come negli angusti corridoi della politica madrilena – già lo accosta a Matteo Renzi, nell’auspicio – o nel timore – che, allo stesso modo del premier, riesca a “cambiare verso” ad un partito in crisi. Quel che è sicuro è che l’ha studiato molto bene. Consapevole che il suo punto forte risiede soprattutto nel suo particolare status, è su di esso che ha deciso di impostare la sua strategia comunicativa, con uno storytelling che ricalca in maniera impressionante quello del rottamatore. Così, non perde occasione – in tv, nelle interviste sulla stampa, nei post di Twitter – per rimarcare la sua immagine di rappresentante del “nuovo” e del “fare”, del tutto estraneo al vecchio ed immobile establishment. «Non ero tra gli eleggibili», ama ripetere, vantandosi del fatto che la sua candidatura non sia stata calata dall’alto, caldeggiata dai maggiorenti del partito. A rendere ancora più chiara l’idea, il frequente ricorso a slogan basati su giochi di parole – facili da ricordare e adatti ad essere ripresi dai media come titoli – come quelli cui ci ha tanto abituato il segretario del PD: «la leadership deve essere esercitata da persone che spingano, non da persone spinte (a candidarsi, ndr)». E ancora: «non aspiro a personificare un cambiamento di immagine; aspiro a essere immagine del cambiamento». Per non parlare dell’hashtag #AhoraPedro, che subito richiama alla memoria l’«Adesso!» che campeggiava sul camper delle primarie del 2012, perse da Renzi contro Bersani.

Pedro-Sanchez-PSOE
Pedro Sánchez

Il nodo dell’uguaglianza – Passando dalla retorica all’analisi dei contenuti, tuttavia, il paragone con l’ex sindaco si rivela più traballante. Intriso di ideali socialisti e obbligato, in primarie “chiuse”, a convincere i militanti di base – per vocazione e posizione inclini alla conservazione e alla difesa dell’identità -, Sánchez appare ancora lontano dall’approccio post-ideologico di Renzi. Così, la sua assoluta priorità e una dura lotta in favore dell’uguaglianza. Una parola poco presente nel vocabolario renziano, sempre molto attento ad affiancarla alle parole “merito” ed “ambizione” e a rimarcare la distinzione tra l’uguaglianza intesa in senso liberale – dei punti di partenza, delle opportunità – e l’egualitarismo socialista – che mortifica il talento. Come spiega nel suo commento-manifesto ad una nuova edizione del bestseller di Norberto Bobbio “Destra e Sinistra”, la demarcazione tra i due opposti della politica moderna non si fonda più tanto sulla frattura classica disuguaglianza-uguaglianza, ma sul derby tra conservazione e innovazione, tra stagnazione e movimento. Un discorso  completamente assente dalla forma mentis del diputado, che in risposta alla crisi economica e sociale che sta divorando la Spagna propone le fallimentari ricette della vecchia sinistra europea, dalla guerra al grande patrimonio in puro stile Hollande all’ennesima invocazione di «un maggiore intervento dello Stato nell’economia». Proposte che troverebbero il plauso dei Barca, dei Fassina e degli altri presunti custodi della “vera” sinistra, da sempre in prima linea nel combattere l’eretico Renzi – accusato di essere un corpo estraneo alla sinistra e di somministrare le «ricette della destra» – e che invece ha posto tra le priorità dell’agenda di governo la riduzione della pressione fiscale, l’alleggerimento e la semplificazione della macchina amministrativa e le privatizzazioni.

Le riforme – Infine, Sánchez condivide con Renzi l’aspirazione ad attuare un vasto ed articolato programma di riforme istituzionali. A cominciare da una nuova legge sui partiti, alle prese con una crisi di fiducia e di consenso senza precedenti nella storia della Spagna post-franchista e aggravata dagli scandali, in particolare quello che l’anno scorso ha travolto il PP e fatto tremare il governo Rajoy. El cambio passa attraverso proposte innovative e coraggiose: primarie aperte obbligatorie per tutti i gruppi politici, limite al numero dei mandati per le cariche partitiche ed istituzionali, trasparenza nei bilanci, tetto ai finanziamenti privati, erogazione del finanziamento pubblico subordinato al grado di democrazia interna e al risultato elettorale. A ciò si aggiunge, restando in ambito legislativo, la proposta di una nuova legge elettorale ispirata al modello tedesco, che possa mitigare la rigidità di un sistema a liste bloccate grazie alla compresenza dei collegi uninominali, capaci di recuperare un rapporto più diretto tra gli elettori ed i loro rappresentanti. Infine, come antidoto contro la pericolosa avanzata delle forze secessioniste catalane, Sánchez – come altri nel suo partito – propone una urgente riforma dello Stato in senso federale, accompagnata da una riforma che renda il Senado una vera camera territoriale, «altrimenti tanto vale chiuderlo ed andare verso il monocameralismo».

La monarchia – A proposito del dibattito che si è aperto sul futuro della monarchia in seguito alla decisione di Juan Carlos di abdicare, si è mostrato molto prudente: repubblicano e costituzionalista, chiede alla casa reale «rigenerazione, trasparenza ed esemplarità» e ha aperto il dibattito sull’eliminazione di alcuni privilegi anacronistici per una monarchia del XXI secolo, a partire da quello dell’inviolabilità del sovrano.

Il futuro -Se sarà eletto segretario, ha promesso, non si chiuderà nelle stanze della Ferraz – il Nazareno del PSOE – ma continuerà a passare gran parte del suo tempo nei territori, «tra la gente». Lo sguardo è già puntato alle elezioni amministrative, regionali e politiche del 2015, primo cruciale banco di prova per il futuro leader socialista. Con solo un anno a disposizione, rimettere insieme i pezzi di un partito in piena crisi e riportarlo al governo del paese potrebbe rivelarsi un’impresa molto ardua. E per «cambiare verso» servirà ben più di un superficiale nuovismo mediatico. Come hanno evidenziato le ultime elezioni europee, questa sinistra o si “rottama” davvero, o muore.

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Nasce a Velletri, provincia di Roma, il 10 gennaio 1991. Dopo la maturità classica si iscrive al corso di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha una grande passione per la politica e la storia contemporanea.

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