Primarie Parlamentari del PD: tra democrazia, rischi e attenzione mediatica.

21/12/2012 di Luca Andrea Palmieri

Per il Partito Democratico le primarie tra il leader Bersani e il “giovane rampante” Renzi sono state una grande occasione, colta nonostante le difficoltà. L’incontro-scontro tra il messaggio di rinnovamento renziano e l’immagine rassicurante del leader del PD hanno permesso al partito di mostrarsi aperto come mai prima d’ora alla discussione e (ipoteticamente, almeno) al cambiamento. Ma uno degli effetti più importanti è stato quello, messo poco in evidenza dai media, di aver dato al centro-sinistra modo di palesare i propri programmi e le proprie idee al grande pubblico come mai era successo prima d’ora.

D’altronde, come poteva il Pd perdere l’occasione? Dopo quasi vent’anni di centralismo televisivo del centro-destra, grazie soprattutto agli ascolti della Mediaset berlusconiana, la momentanea uscita di scena del leader Pdl ha finalmente aperto spazi. La formula dei dibattiti televisivi tra i candidati è stata un successo: le reti italiane hanno fatto a gara per ottenerne l’esclusiva; inoltre Sky prima e la Rai in seguito hanno dato una mano a loro volta, reinventando format che, nonostante i limiti, hanno rilanciato un’immagine moderna del principale partito di centro-sinistra. Se da un lato il successo mediatico è stato innegabile, dal punto di vista degli elettori il risultato è stato ancora migliore. Nonostante le problematiche di un regolamento fin troppo burocratico, e le inevitabili polemiche portate da una certa chiusura del voto tra i due turni, l’elettore del centro-sinistra si è sentito parte di una comunità, ha percepito la possibilità di scelta ed ha risposto in massa: i 3 milioni di votanti al primo turno sono un successo innegabile, con buona pace delle urla di Beppe Grillo e dell’antipolitica.

Su questa base, per la direzione nazionale del Pd le primarie per i candidati parlamentari sono diventate obbligatorie. Soprattutto oggi che i riflettori sono concentrati sul dualismo tra la candidatura di Monti ed il ritorno di Berlusconi, senza contare l’assalto mediatico di quest’ultimo, già avviato a tutte le fasce d’ascolto televisive. Ed infatti Bersani ha raccolto al volo l’invito lanciato dal lombardo Pippo Civati, futuro candidato segretario. L’occasione è duplice. Da un lato c’è la possibilità di dimostrare ancor più la democraticità del partito, evidenziando che le “cattivissime” liste bloccate del Porcellum sono dreogabili quando si ha alle spalle un partito ben strutturato ed una base di elettori attiva. Dall’altro lato, c’è la possibilità di rimettersi al centro della scena mediatica in un periodo cruciale, a meno di un mese dalla par condicio e limitando lo strapotere mediatico di Berlusconi. Insomma, si da scelta alla base, con un notevole ritorno di reputazione e si ottiene un’attenzione essenziale nel periodo più intenso della campagna elettorale: come prendere due piccioni con una fava.

Ovviamente i rischi non mancano (né mancheranno), e ci vuole poco perché la conclamata “festa democratica” diventi un clamoroso boomerang. Si parte dalle questioni organizzative: è evidente che problemi di conteggio come quelli che hanno caratterizzato il primo turno (che diventa, a questo punto, un laboratorio da tenere in grande considerazione) devono essere assolutamente evitati in campagna elettorale; altrimenti gli avversari politici azzanneranno senza pietà. Ma i problemi, a dirla tutta, sono già iniziati. Tutta la diatriba regolamentare sulle deroghe e sul listino bloccato hanno di certo scosso gli animi interni al partito, per non parlare del fermento degli attuali Parlamentari, costretti a compattare in fretta e furia il loro consenso su base territoriale.

La decisione di Veltroni e di D’Alema di non ricandidarsi avrà certamente il suo peso (anche se i ministri non devono per forza essere Parlamentari…). Ma deroghe come quelle della Bindi aprono senza dubbio a critiche pericolose nell’ottica dell’elettorato moderato, non per forza originario del Pd, che ha appoggiato Matteo Renzi. Quel 40% di voti al secondo turno si basava in parte sull’idea di rottamare alcune facce fin troppo note. Fatto sta che i dieci richiedenti deroga (tra i quali si possono citare anche vecchi leoni di partito, come Fioroni, Marini e Anna Finocchiaro) dovranno in teoria comunque passare per lo scoglio delle primarie. Rischia invece di diventare ancora più spinoso il nodo dei 47 capilista e del 10% del listino bloccato, ovvero quei 10 candidati ogni 100 che saranno indicati dalla direzione nazionale senza passare per le primarie, e che con tutta probabilità verranno inseriti alle posizioni più alte delle liste di circoscrizione. Chi saranno questi candidati? La discussione al riguardo è ancora in atto, ma le prime voci parlano di molti “volti noti”. Se queste voci si confermeranno, il PD si aprirà di certo a molte critiche, soprattutto per quel che riguarda esclusioni eccellenti nell’ambito di competenze specifiche.

Le circoscrizioni avranno infatti base provinciale, ed il rischio che a vincere siano solo i “capitani di consenso” delle varie realtà locali è alto. L’allarme è stato lanciato per primo da Andrea Sarubbi, ex giornalista e deputato noto per la sua cronaca dei lavori parlamentari attraverso Twitter ed il suo blog, molto attivo sul fronte dei problemi dei rifugiati politici e dei richiedenti asilo, che dovrà costruirsi di punto in bianco un consenso locale a Roma (nel 2008 era candidato in Campania, per quanto romano). Il discorso non esclude anche soggetti più “tecnici”, come Roberto “Bobo” Giachetti, ex radicale, noto nei corridoi della Camera per la sua conoscenza dei regolamenti parlamentari e la capacità di coniugarli al meglio con le esigenze del Pd, più che per la sua notorietà sul piano territoriale. E su queste situazioni iniziano i primi sussurri maligni: è ben noto che i due sono stati tra i pochi sostenitori, a livello parlamentare, della candidatura alle primarie di Matteo Renzi. Altrettanti sussurri circondano il nome di Anna Paola Concia, parlamentare estremamente attiva sui diritti civili degli omosessuali, interesse decisamente poco locale: la voce che gira è che sia stata Rosy Bindi a volere la sua esclusione.

Il rischio per il Partito Democratico è che, se personaggi più noti per le loro carriere che per le loro competenze imperverseranno nel listino bloccato, critiche e maldicenze di questo genere potrebbero moltiplicarsi, rendendo ben più teso del necessario il clima di queste primarie. E a quel punto le urla di avversari e anti-politica contro “il solito finto rinnovamento” si alzeranno ben oltre gli scranni di Montecitorio. Tra l’altro poche ore fa proprio Pippo Civati ha pubblicato sul suo blog la notizia di parlamentari che cercherebbero di raccogliere più firme del dovuto per danneggiare le richieste di candidatura degli outsider locali.

Insomma, è innegabile che nelle primarie parlamentari del PD si incrocino buone prospettive per il partito e per la libertà di scelta dell’elettorato; ma, si sa, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Spetterà al segretario Bersani l’arduo compito di far funzionare tutto a dovere, evitando che la campagna elettorale infuocata che ci aspetta possa diventar base per una seconda “gioiosa macchina da guerra”. E nell’occasione storica che il centro-sinistra ha, queste primarie saranno per il PD il crocevia più importante.

Luca Andrea Palmieri

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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