Primarie di Milano: la vittoria di Sala è il tramonto arancione di Pisapia

08/02/2016 di Edoardo O. Canavese

Sala vince, ma Balzani e Majorino insieme avrebbero potuto sconfiggerlo. Le primarie di Milano sono la conferma della leadership di Renzi che condiziona la politica dei grandi centri locali, ma è anche il pasticcio di un sindaco che sognava un’altra Milano arancione ma che infine ha fatto tutto perché ciò non accadesse.

Con meno margine di quanto alla vigilia si pensasse, Giuseppe Sala è il candidato del centrosinistra per le elezioni comunali di Milano. Dei sessantamila elettori (seimila in meno del 2010), il 42% aderisce al programma del commissario di Expo. La candidata di Pisapia, Francesca Balzani, conquista la seconda piazza con il 34% mentre Pierfrancesco Majorino si deve accontentare del terzo posto col 23%. Vince l’uomo di Expo, soprattutto l’uomo di Renzi, forte di una robusta partecipazione elettorale che non può essere appannata dalle vacue polemiche sul voto dei cinesi (tutti i candidati fecero campagna presso le comunità straniere cittadine). Perde, in particolare, la Milano di Pisapia che, con il sostegno degli assessori verso Sala e l’abbandono di Majorino ad una onorevole lotta in solitaria, ha assistito allo sbiadirsi della riedizione del sogno arancione.

Se tra Sala e i due competitors sono volati stracci, soprattutto sui conti Expo, l’armonia non ha nemmeno dominato tra la Balzani e Majorino. Entrambi assessori, entrambi forti di un sostegno popolare decisamente più mancino rispetto a quello garantito a Sala, hanno perduto l’incredibile occasione di trovare una sintesi politica e di rappresentare una forte proposta unitaria per la continuità della giunta Pisapia. La Balzani ha rivelato pubblicamente che fu Majorino tra i più entusiasti sostenitori della sua candidatura, mentre l’attuale assessore alle politiche sociali ha accusato la collega di volerlo sì coinvolgere in un’alleanza, ma per un ruolo di gregario. Se è indubbio che Sala sia espressione della linea del partito nazionale, Majorino, per l’attenzione al sociale e alla sinistra extra-Pd e la Balzani, per l’affiatamento maturato con Pisapia, rappresentavano insieme la migliore offerta politica nel segno della continuità. Forse però i protagonismi dei singoli sono stati più forti dei tentativi d’intesa.

Renzi vince. La battaglia più importante, quella che conta, è ancora lontana, ma si garantisce come premier e come segretario di partito il riconoscimento di una scommessa politica riuscita. Sala, il gran cerimoniere di Expo, ha fatto breccia nel Pd cittadino, superando le accuse di collusione con le destre e i dubbi sul bilancio finale dell’esposizione universale sul cibo. E ha archiviato Pisapia. Se nel 2011 il Pd si era dimostrato timido e diviso in una partita nevralgica della politica italiana, lasciando che fosse infine il candidato di Sel a spuntarla, stavolta l’impegno del partito è stato profondo, anche a costo di qualche antipatico sgambetto (l’interferenza di qualche ministro nelle primarie). Il Pd, che nel corso della giunta Pisapia, pur essendo partito di maggioranza in consiglio comunale ha dovuto contrattare ogni aspetto dell’azione municipale col sindaco, con Sala avrebbe completo controllo della macchina comunale. Una possibilità che liquida la gestione Pisapia anche a causa dell’ambigua gestione delle primarie da parte dell’ormai ex primo cittadino.

La scelta della Balzani ha rappresentato un’operazione dall’alto, tardiva e personalistica, che ha sollevato più di una perplessità nella politica milanese. Se la grande maggioranza degli assessori di Pisapia si erano già schierati al fianco di Sala, la discesa in campo dell’assessore al bilancio ha evidenziato lo scollamento tra sindaco e giunta. Tanto più che il neutralismo di Pisapia, in veste di arbitro delle “primarie più belle”, ha lasciato spazio ad un rumoroso endorsement che ha chiarito la paternità dell’operazione Balzani. Si fatica a comprendere perché piuttosto Pisapia non abbia rivolto l’attenzione ad un’altra figura, magari lo stesso Majorino, magari più nota e popolare, cui garantire la necessaria spinta per sorpassare il candidato di Roma, Sala. La tentazione di Pisapia di divenire kingmaker del futuro politico di Milano ha impedito la continuazione dell’esperienza stessa, e ha determinato il tramonto dell’alleanza tra Pd e Sel, di cui Pisapia stesso è esponente.

Già, c’è sinistra oltre al Pd; si vede poco, però. Sel è rimasta alla finestra, abbandonata dal sindaco che riuscì ad imporre e che forse sperava si ricandidasse, incapace di svincolarsi dai fatti romani e dalla rottura nazionale tra Vendola e Renzi, troppo debole per indicare un proprio candidato. Dopo la vittoria di Sala, dalla pagina Facebook milanese il partito annuncia una pausa di riflessione. Non ci sono dubbi invece in casa Civati: attaccando il Pd sull’ “affaire Chinatown”, ha bollato Sala come candidato di destra, ha dimenticato il sostegno che Majorino gli diede in occasione del congresso nazionale del 2013 e ha promesso una candidatura alternativa, evidentemente senza alcuna ambizione comunale ma dalla marcata carica anti-dem.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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