Prima le modifiche al porcellum, poi una nuova legge elettorale e le riforme istituzionali?

23/05/2013 di Federico Nascimben

Semplificando, potremmo dire che da trent’anni parliamo di riforme istituzionali senza farle, e da vent’anni non cresciamo (tralasciando il fatto che negli anni ’80 la crescita economica è stata drogata dall’aumento vertiginoso di spesa e debito pubblico). Troppo poco – quasi nulla, anzi – è stato fatto per modernizzare la seconda parte della nostra Costituzione. Questa, insomma, dovrebbe essere l’ultima chiamata, soprattutto per un Governo che per metà è nato proprio per fare quelle tanto attese riforme istituzionali.

Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali
Gaetano Quagliariello, Ministro per le Riforme Costituzionali

L’avvio del nuovo progetto – Il monito di Quagliariello, neo Ministro per le Riforme Costituzionali, è stato proprio questo. Ieri, infatti, con l’audizione sulle linee programmatiche alle Commissioni Affari Costituzionali riunite, è stato avviato ufficialmente il percorso che inizierà il suo lungo iter parlamentare il 29 maggio, quando entrambe le Camere voteranno una mozione per istituire la Convenzione. Questa, dopo molte polemiche, sarà costituita dai soli membri delle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato e verrà, però, supportata da un gruppo di esperti, che farà anche da raccordo tra Parlamento e Governo. Inoltre, secondo le parole del Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, il progetto prevede di arrivare alla doppia lettura della riforma costituzionale già entro il 31 luglio.

La riforma della legge elettorale – Sempre ieri, è stato concordato un programma, diviso in due fasi, di revisione del “Porcellum”. La prima fase si concluderà entro l’estate, e prevede una clausola di salvaguardia per mettere in sicurezza l’attuale legge elettorale dopo i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dalla Consulta e dalla Cassazione. L’unica cosa certa è che verrà fissato il quorum che, se raggiunto, farà scattare il premio di maggioranza: presumibilmente tale soglia sarà attorno al 40%. La seconda fase, invece, prevede una vera e propria riforma della legge elettorale che, questa volta, dovrà essere legata alla forma di governo prescelta.

La forma di governo – “Il pilastro fondamentale del disegno riformatore è naturalmente quello della forma di Governo. L’obiettivo è un assetto che garantisca la formazione di esecutivi stabili, sorretti da maggioranze certe e durature, e in grado di assumere le decisioni necessarie per incidere con efficacia e risolutezza sul tessuto socio – economico del Paese, traghettandolo verso l’auspicata modernizzazione”. In questo senso, le strade indicate dal Ministro Quagliariello sono due: semipresidenzialismo oppure parlamentarismo razionalizzato. Per quanto attiene a questa seconda possibilità i modelli possibili sono tre: inglese, tedesco e neoparlamentare, il sistema utilizzato per le regioni e gli enti locali nel nostro Paese (comunque, per ulteriori approfondimenti, si rimanda ad un articolo scritto precedentemente).

La nuova cornice costituzionale – Infine, il nuovo esecutivo prevede tutta una serie di riforme cornice volte e completare la modernizzazione del nostro assetto istituzionale. Viene previsto: il superamento del bicameralismo paritario e simmetrico, dove sarà la sola Camera a dare la fiducia al governo mentre il Senato sarà rappresentativo delle autonomie e assorbirà le competenze del sistema delle conferenze; la riduzione del numero dei parlamentari, che sarà legata, da una parte, al nuovo assetto del bicameralismo e, dall’altra, ad un allineamento agli standard europei per quanto riguarda il rapporto parlamentari-elettori; la rivisitazione dei regolamenti parlamentari, per permettere al’esecutivo di portare avanti con coerenza il proprio programma di governo e evitare l’abuso della decretazione d’urgenza, della fiducia e dei maxiemendamenti; la rivisitazione degli istituti di democrazia diretta, permettendone l’allineamento alle attuali esigenze di partecipazione dei cittadini; la revisione del Titolo V, superando l’attuale “policentrismo caotico” e riordinando le competenze fra Stato e Regioni (magari assieme ad una clausola di supremazia statale); un intervento sulle istituzioni locali, superando le attuali province e portando a compimento il federalismo fiscale; la riduzione dei costi della politica e dei suoi meccanismi di finanziamento dando anche attuazione all’art. 49 della Costituzione prevedendo una legge organica sui partiti; la regolamentazione dell’attività di lobbying.

Il metodo utilizzato – Nella relazione del Ministro vi è l’indubbia consapevolezza che, se si sono succeduti così tanti tentativi andati a vuoto, uno dei motivi sta anche nel metodo utilizzato per portare avanti tali riforme. Assieme all’indubbia volontà di non cambiare nulla perché “la nostra è la Costituzione più bella del mondo” – o perché, forse, vi erano motivi legati alla convenienza di un sistema lento e farraginoso -, vi è stata la colpa di riforme tentate a “colpi di maggioranza” e, quindi, portate avanti senza la necessaria condivisione. Per evitare tutto questo, si legge, si cercheranno di perseguire tre obiettivi: il coinvolgimento di soggetti esterni al Parlamento, in particolare di esperti del settore; l’avvio di un iter procedurale contestuale nei due rami del Parlamento;  la partecipazione democratica, prevedendo un referendum confermativo (anche nel qual caso le riforme costituzionali venissero approvate una maggioranza dei due terzi), nel quale i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi su quesiti relativi alle varie riforme.

Alcune considerazioni – Ovviamente, dopo così tanti tentativi di riforma andati male, il dubbio sorge spontaneo: perché ora, con una maggioranza così composita (e quindi divisa), si dovrebbe riuscire a fare tutto ciò che non è stato fatto in trent’anni? Naturalmente le possibilità che anche questo tentativo non vada a buon fine sono più elevate del caso contrario (soprattutto se parliamo di una riforma complessiva del sistema). Ma ci sono alcune ragioni per sperare: la consapevolezza che un sistema istituzionale inefficiente ha dei costi in termini economici e di qualità della legislazione; la spinta proveniente dall’esterno, ovvero un clima di fiducia ai minimi storici a causa dei continui scandali e dell’insoddisfazione generale; le motivazioni che hanno spinto il Presidente Napolitano a far nascere questo governo; la crisi economica. Occorre comunque prudenza, perché la c.d. “clausola di salvaguardia” sulla legge elettorale dev’essere vista come un importante monito: ora come ora è molto difficile che qualsiasi coalizione arrivi al 40% dei consensi e, in tal caso, per via del generale clima di incertezza, si tornerebbe ad un proporzionale puro (con soglia di sbarramento) che permetterebbe ai partiti di non uscire veramente vincitori, ma neppure veramente sconfitti. In secondo luogo, il rischio che si approvi una riforma “all’italiana” priva, cioè, della necessaria coerenza e organicità, rischierebbe di ritrovarsi nuovamente punto e a capo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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