Prima fiducia per il decreto carceri, ma la situazione non cambia

02/08/2014 di Giacomo Bandini

Il testo presentato contiene due misure significative, ma non ancora sufficienti a portare avanti la rivoluzione necessaria

Carceri Italia

Fiducia pendente – Ne avevamo già parlato riguardo ai decreti pendenti, fra quest’ultimi infatti spiccava quello relativamente alle carceri. Un provvedimento necessario alla luce di un’inadeguatezza storica del sistema giudiziario e penitenziario italiano e recentemente sottoposto al severo sguardo dell’Unione Europea, in particolare dopo la sentenza Torreggiani che ci condanna a porre alcuni cambiamenti dell’intero sistema. Per superare lo stallo, determinato anche da opposizioni piuttosto agguerrite, verrà posta la fiducia dal governo sul testo approvato precedentemente dalla Camera. Lo ha annunciato ieri all’Assemblea di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi.

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Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando

Maggioranza battuta a sorpresa – In realtà il 31 luglio il decreto si trovava al vaglio degli emendamenti alla commissione Giustizia del Senato, precedente alla futura votazione in Aula, dove si è verificata una situazione incresciosa: il governo è stato battuto su di un emendamento ritenuto vitale. Quest’ultimo prevedeva che i magistrati di prima nomina potessero essere assegnati al Tribunale di sorveglianza, ossia a quell’organo giudiziario atto alle decisioni definitive riguardo tutte le richieste di pene alternative alla detenzione in carcere. La facoltà di porre tali richieste è attribuita solitamente a condannati a pene brevi o a detenuti in carcere secondo vari canoni. La modifica al testo era stata presentata dal presidente della commissione Nitto Palma (Forza Italia) ed è passato grazie all’appoggio di alcuni esponenti della maggioranza: Gianluca Susta (Scelta Civica) e Tito Di Maggio (Per l’Italia) hanno votato sì, Enrico Buemi (Partito Socialista Italiano) si è invece astenuto. Il Pd ha così espresso la propria contrarietà e il ministro Orlando ha dichiarato che l’emendamento verrà inserito prossimamente nella più ampia riforma della giustizia, ma le tensioni sono rimaste. In particolare da parte della Lega Nord e del Movimento 5 Stelle, da sempre contrari all’approvazione del decreto come passato alla Camera a febbraio.

Condanna Europea – L’urgenza del governo sul varo di un decreto carceri è però comprensibile. Alla vigilia del semestre europeo italiano, ci ritroviamo di fronte all’ennesimo ammonimento proveniente dalle istituzioni comunitarie. Si ricordi, fra l’altro, che anche il governo Monti aveva subito numerose pressioni riguardo una modifica significativa del sistema penitenziario italiano tanto da far parlare di indulto ed amnistia con tanto di Berlusconi coinvolto. Lo Stato Italiano è stato condannato da tempo in via definitiva da una sentenza ben precisa della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: la sentenza cosiddetta Torreggiani dell’8 gennaio 2013, che riprende ben 7 ricorsi da parte di detenuti avvenuti fra il 2009 e il 2010. I ricorrenti denunciavano una detenzione disumana e contraria all’art. 3 Cedu. Si trovavano difatti a scontare la pena in celle di nove metri quadrati, da condividere con altre due persone, per periodi che andavano da 14 a 54 mesi, tra il 2006 e il 2011. Essi descrivevano inoltre una situazione tale per cui le celle erano scarsamente illuminate e l’accesso all’acqua calda per le docce quasi assente. La Cedu, riconoscendo come legittimo il ricorso degli ex detenuti e verificando numerose falle nel sistema carcerario italiano, concede un anno di tempo all’Italia per modificare la normativa vigente.

Un decreto insufficiente – Ed eccoci qua. Con un decreto effettivamente ancora misero di norme e contenente due misure significative, ma insufficienti a rivoluzionare un sistema: riduzione della condanna e risarcimenti in denaro per i detenuti condannati per reati di minore gravità costretti a condizioni non accettabili; il mancato esercizio della custodia cautelare in carcere quando la pena da scontare non è superiore a tre anni, con l’esclusione però per alcuni reati considerati di gravità superiore come associazione a delinquere, stalking e furto aggravato. In ogni caso, come paventato da molti, l’indulto è praticamente mascherato, in quanto la legge permetterebbe anche a recidivi di vedere pene ridotte o appunto la mancata incarcerazione nel caso di pene inferiori a tre anni. Il dubbio, così, rimane: è più urgente in modo primario svuotare i penitenziari, ormai in condizioni più che pietose, oppure temporeggiare fino a che non vi sia una riforma strutturale di comune accordo fra tutte le forze politiche? Nel frattempo si rischia un’altra sanzione da parte dell’Ue, che si andrebbe ad accumulare con il già cospicuo elenco nel caso di mancato adeguamento alla sentenza, rispettata parzialmente col nuovo decreto. Con la fiducia, ovviamente, passerà il decreto voluto dal governo, ma una cosa pare sempre più chiara: a furia di tamponare la ferita, rischiamo di non capire quanto sia grande.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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