Il prezzo del petrolio continua a calare, perché?

06/08/2015 di Federico Nascimben

Eccesso di offerta nella produzione, accordo sul nucleare iraniano e bolla cinese portano una ventata deflazionistica sui prezzi del greggio. Analizziamo le conseguenze sui Paesi esportatori e i possibili andamenti futuri

Lunedì il prezzo del petrolio ha toccato i 45 dollari al barile (il livello più basso da inizio anno), per poi risalire a 50. Ma il calo è ancora più sensibile se lo si confronta con i 110 dollari al barile registrati poco più di un anno fa, a maggio 2014.

Prezzo petrolio
Andamento del prezzo del petrolio greggio (Brent e WTI, cioè West Texas Intermediate) da maggio 2014 a luglio 2015. Fonte: Quartz su dati Baker Hughes.

Come si può notare dal grafico qui sopra, dai massimi del periodo preso a riferimento è iniziata una discesa che ha raggiunto i 50 dollari a marzo 2015, seguita da una breve risalita fino ai 70 dollari di giugno. Tale ripresa nei prezzi era dovuta alle tensioni presenti nell’area mediorientale che avevano portato ad una restrizione dell’offerta; ad un aumento della domanda cinese; ai maggiori consumi di benzina negli Stati Uniti che nel frattempo avevano diminuito anche la produzione; al calo per tre settimane consecutive della riserve di greggio.

Le ragioni alla base del nuovo calo del prezzo del petrolio sono fondamentalmente tre: l’eccesso di offerta nella produzione del petrolio, l’accorso sul nucleare iraniano e il rallentamento dell’economia cinese che avrà conseguenze sulla crescita mondiale.

La produzione di greggio

La produzione di greggio da parte dei Paesi Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) a luglio ha raggiunto livelli record e la scorsa settimana l’Organizzazione ha ribadito che non ha intenzione di ridurre l’offerta. Concausa del livello eccezionale di offerta sono anche gli Stati Uniti attraverso la produzione del c.d. petrolio di scisto (shale oil in inglese) e cicli di produzione più brevi che hanno permesso di raddoppiare il numero di barili prodotti giornalmente rispetto alla metà degli anni Duemila.

I costi di estrazione del petrolio di scisto che devono sostenere le grandi compagnie petrolifere americane sono superiori rispetto a quelli sostenuti dai sauditi. Dal 2009 alla fine del 2014 c’è stato un fortissimo incremento del numero di impianti di estrazione da parte degli americani, seguito da un brusco calo fino alla metà dell’anno, per poi riprendere leggermente da allora. Proprio per contrastare lo shale a stelle e strisce – ma non solo – i sauditi hanno mantenuto invariata o aumentato la loro produzione.

Sul Financial Times una citazione di John Kemp della Reuters fa infatti notare che “l’Arabia Saudita sembra star calcolando che i bassi prezzi incoraggeranno una crescita sufficiente della domanda mentre vi sarà una restrizione della produzione da parte dei Paesi non Opec e non produttori di scisto, permettendo così al mercato di tornare a riassorbire l’export iraniano nel 2016 senza dover tagliare la propria produzione”.

(Interessante notare a fine pagina dell’articolo del FT i due grafici riguardanti la Russia).

L’accordo sul nucleare iraniano

L’accordo sul nucleare iraniano siglato a luglio prevede la rimozione dell’embargo praticato nei confronti delle esportazioni di Teheran, oltre a un più generale alleggerimento delle sanzioni internazionali. L’Iran, dopo aver recentemente aumentato la produzione di 500.000 barili al giorno potrebbe aumentarla ulteriormente fino a 1 milione nel giro di qualche settimana, nel momento in cui terminerà l’embargo, raggiungendo così i livelli precedenti alle sanzioni sulle esportazioni del 2012, che ne facevano il secondo Paese Opec per produzione.

Il rallentamento dell’economia cinese

Il tasso di crescita fatto registrare nel 2014 dalla Cina (+7,4%) è stato il peggiore dal 1990. A ciò si è aggiunto lo scoppio della bolla finanziaria che ha contribuito ad aumentare i dubbi sullo stato di salute di Pechino e sulle sue dinamiche di crescita, con attese ben inferiori rispetto al passato. Ciò ovviamente non può che ripercuotersi sul prezzo del petrolio, spingendolo al ribasso, visto il calo della domanda da parte del principale importatore mondiale.

Quali conseguenze?

Secondo stime del Fondo monetario internazionale (Fmi) sono circa 20 i Paesi che ricavano più del 50% delle proprie entrate statali dalla vendita di prodotti petroliferi, a cui se ne aggiungono altri 10 che registrano entrate comprese fra il 25 e il 50%. Importanti ripercussioni – che accentuano la necessità di aggiustamenti strutturali e inficiano la crescita del Prodotto – sono già in atto all’interno di queste economie, come avevamo provato a spiegare parlando dei Paesi in via di sviluppo.

Ma naturalmente anche le principali compagnie petrolifere stanno subendo notevoli danni: Exxon Mobil ha annunciato la peggior trimestrale dal 2009; Chevron ha registrato una perdita da 2,2 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre; British Petroleum (Bp) nell’ultima trimestrale ha visto diminuire i profitti del 64% in termini tendenziali.

Per quanto riguarda i possibili andamenti futuri, c’è chi come Gary Ross, fondatore della società di consulenza PIRA Energy Group, vede un ritorno del greggio a 100 dollari al barile entro cinque anni; mentre dall’altra parte troviamo chi come Bob Dudley, ceo di Bp, prevede prezzi bassi per lunghi periodi, e chi come Ali Al Naimi, ministro del Petrolio saudita, in dicembre sosteneva che il mondo potrebbe addirittura non rivedere più un prezzo del greggio a 100 dollari. Allo stesso tempo, l’Agenzia internazionale per l’energia avverte che i mercati si trovano di fronte ad “un massiccio eccesso di offerta”, sicché i prezzi potrebbero cadere ulteriormente prima che l’offerta si affievolisca nel 2016.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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