Presidenziali in Afghanistan: cambio della guardia?

31/03/2014 di Stefano Sarsale

Il prossimo 5 aprile, 12 milioni di afghani saranno chiamati ad eleggere il nuovo Presidente afghano e i membri delle amministrazioni provinciali

Tornata Elettorale – Il prossimo 5 aprile, 12 milioni di afghani saranno chiamati ad eleggere il nuovo Presidente afghano e i membri delle amministrazioni provinciali. Hamid Karzai, presidente uscente ed in carica dal 7 dicembre 2004, è colui che ha rappresentato, sia nel bene che nel male, lo scenario afghano post-talebano. Quella che si accinge ad iniziare è dunque una fase delicatissima, non solo per quanto concerne la guida politica del paese. È giunto, infatti, il ritiro anche dell’International Security Alleance Force (ISAF), il contingente internazionale creato con risoluzione ONU nel dicembre 2001, passato sotto la guida della NATO nel 2003 e incaricato di supportare il governo afgano e proteggere Kabul dalle derive terroristiche.

Riforme – Le elezioni che si svolgeranno a breve sono state caratterizzate da una preparazione notevole, nella quale si è cercato di riformare il sistema elettorale in modo tale da garantire la maggiore trasparenza possibile. Di particolare rilevo sono le riforme riguardanti i regolamenti per le votazioni, il ruolo della commissione ECC (Electoral Complaints Commission), a cui è stato dato il compito di esaminare i ricorsi per i brogli e le irregolarità elettorali e infine la modifica della composizione della commissione elettorale indipendente afghana IEC (Independent Election Commission for Afghanistan), a cui è stata data una maggiore indipendenza dall’esecutivo. Va purtroppo detto che l’effetto reale di queste riforme è stato finora di scarsissimo rilievo, dal momento che non hanno concretamente inciso sul vero sistema di potere vigente in Afghanistan: le logiche clientelari basate su legami etnico – tribali. Questo sistema si rifletterà presumibilmente in una speculare frammentazione politica che influenzerà le dinamiche elettorali e l’espressione delle preferenze il prossimo 5 aprile.

afghanistanDifficoltà interne – Nonostante la sorveglianza da parte di centinaia di migliaia di osservatori, sia internazionali che afghani, in Afghanistan non si può ancora parlare di svolta democratica a tutti gli effetti. Non va dimenticato che il Paese è stato teatro di numerosissimi anni di conflitto ed è ancor oggi lacerato dagli oltre trent’anni di guerra civile e dalle numerose tensioni sociali interne di tipo religioso, linguistico ed etnico. In un tale contesto, il percorso di riconciliazione e di ricostruzione statale incontra non pochi ostacoli. L’estrema eterogeneità etnica e l’altissimo livello di conflittualità inter-tribale sono, pertanto, i fattori che presumibilmente influenzeranno in modo maggiore l’andamento del voto e lo sviluppo futuro del Paese, sul quale continua a gravare la consistente minaccia dell’insorgenza talebana.

I candidati – Il 6 ottobre 2013 sono scaduti i termini di presentazione delle candidature. Solo 11 candidature su 27 sono state accolte e tra i pre-selezionati compaiono ex ministri e parlamentari, figure islamiche conservatrici e signori della guerra. Sono stati esclusi dalla competizione persone di minor rilievo provenienti dalla società civile, in modo da dare una continuità istituzionale col passato. Aspetto che risulta molto interessante da notare è il fatto che nelle liste presentate, ciascun candidato abbia posto come potenziali vice presidenti degli esponenti di altre etnie: questo è un piccolo passo in avanti dal momento che gli stessi candidati si sono resi conto che per garantire la rappresentanza, la tutela e la legittimazione delle principali componenti etniche del Paese, sia necessario avere l’appoggio non solo della propria area di provenienza, ma serva un compromesso basato sulle divergenze. Ad una settimana dal voto, tra gli 11 candidati, coloro che rappresentano una reale possibilità alla successione di Karzai sono: Abdullah Abdullah, Mohammad Ashraf Ghani Ahmadzai e Zalmai Rassul. Abdullah (1959) è un medico di padre pashtun e madre tagica di Kabul (Ministro degli esteri tra il 2001-05) e ha concorso con Karzai alle presidenziali del 2009. Egli ha proposto Mohammad Khan (pashtun) come primo Vice-Presidente, e Mohammad Mohaqiq (di etnia hazara) come secondo Vice-Presidente (SVP). Mohammad Ashraf Ghani Ahmadzai è antropologo ed economista di etnia pashtun, uno dei massimi esponenti della società civile/intellettuale afghana. Come PVP ha proposto il Gen.e Abdul Rashid Dostum e Sarwar Danish (hazara) come SVP. Zalmai Rassul, medico di etnia pashtun originario di Kabul che dal 2010 all’ottobre 2013 è stato Ministro degli esteri. Egli ha designato Ahmad Zia Massoud, leader tagico del National Front e fratello del leggendario comandante della resistenza anti-talebana Ahmad Shah Massoud come PVP e Habiba Surabi (hazara), come SVP. Gli altri 8 vengono sostanzialmente visti come possibilità minori di nuovi ingressi sulla scena politica del Paese.

Il confronto – Aspetto che risulta interessante da considerare è l’evoluzione che la campagna elettorale ha assunto nel Paese. Questa è stata infatti la prima volta in cui i 5 candidati favoriti si sono affrontati in un confronto televisivo “alla occidentale” (precisamente il 4 febbraio). I risultati di questo confronto sono stati tuttavia scarsi, dal momento che da successivi sondaggi effettuati da ATR e TOLO (le due principali emittenti afghane), è emerso che il confronto non sia riuscito a polarizzare le preferenze degli elettori. In tutte le 34 province afghane, nessuno dei candidati potrebbe riuscire a vincere direttamente al primo turno dal momento che è necessaria la maggioranza assoluta dei voti per essere eletto e sarà quindi probabilmente necessario ricorrere al ballottaggio tra i due che avranno raccolto i maggiori consensi.

L’esito – Chiunque sia il vincitore delle elezioni, lo scenario che egli si troverà ad affrontare è senza dubbio quello di un Paese in bilico tra strascichi di passato e incertezze del futuro. Dal punto di vista della politica interna, il nuovo Presidente dovrà far fronte ad una nazione spaccata e lacerata dal punto di vista interno e fortemente minacciata dall’insorgenza talebana. La questione interna è poi legata a doppio filo con i rapporti di politica estera in materia di sicurezza. Il nuovo governatore afgano dovrà infatti confrontarsi con le problematiche di sicurezza che emergeranno dal progressivo ritiro dei contingenti NATO, ma dovrà anche saper gestire gli sviluppi delle delicate relazioni strette con gli Stati Uniti tramite il BSA (Bilateral Security Agreement), e quelle con gli alleati, i SOFA (State of Force Agreement). Questi accordi sono necessari per delineare la natura del supporto internazionale alla stabilizzazione del Paese, dopo il ritiro previsto per questo anno. In particolare, gli accordi definiranno le modalità e le funzioni dei contingenti militari che rimarranno in Afghanistan a supporto del governo di Kabul. Il ruolo più importante che svolgeranno consisterà nel supportare il governo nel delicato percorso di transizione e, soprattutto, nel contrastare l’attivismo mai cessato dei talebani. I talebani infatti, perfettamente consci dell’importanza simbolica e politica delle elezioni, hanno minacciato pesanti rappresaglie sia contro i seggi che contro organizzatori ed elettori. Al solito quindi, le elezioni si svolgeranno in un clima teso con il reale rischio di attentati.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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