Presidente della Repubblica: la funzione suppletiva nella storia italiana

14/01/2015 di Lorenzo

Dal «Nano maledetto, non sarai mai eletto» ricevuto da Amiltore Fanfani, ai record detenuti da Giovanni Spadolini e Cesare Merzagora. Cos'è la funzione suppletiva e come ha caratterizzato la storia della Repubblica Italiana

Alle ore 10:35 di oggi, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ufficializzato le sue dimissioni dalla carica che ricopriva da nove anni. Poca attenzione, per ovvi motivi, è stata data in questi giorni alla figura che, nell’interregno che va dalle dimissioni alla prima votazione del 29 gennaio, eserciterà una funzione suppletiva della sede vacante: il Presidente del Senato (nel caso specifico, Pietro Grasso). Quella del supplente – anche se non prevista esplicitamente dalla Costituzione italiana – è una figura facilmente ricavabile dalla disposizione contenuta nell’articolo 86 della stessa ed ha assunto, nella prassi della storia repubblicana, una notevole importanza in caso di dimissioni anticipate da parte del Presidente della Repubblica.

«Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato. In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei Deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.»

Dai due commi che compongono tale articolo, derivano le due possibili forme di supplenza, il cui prerequisito è il carattere assoluto, non quindi di difficoltà, anche grave, ma di impossibilità del Presidente della Repubblica a svolgere le proprie funzioni.

1- Impedimento temporaneo: ad esempio, nel caso di un’infermità temporanea.  In questo caso segue una supplenza temporanea, sino a che il Capo dello Stato non sarà nuovamente in grado di svolgere la sua funzione.

2- Impedimento permanente: riguarda la cessazione dei poteri del Presidente della Repubblica, per dimmissioni, morte o impossibilità permanente di ricoprire la propria funzione. La supplenza, sarà quindi seguita dall’elezione di un suo successore. Le dimissioni presentate oggi da Giorgio Napolitano rientrano in tale fattispecie, così come la morte o le disparate ipotesi di malattie gravi e permanenti del Presidente.

La carica di supplente, come detto, è attribuita dalla Costituzione al Presidente del Senato della Repubblica. Il primo comma dell’articolo 86 configura una caso di supplenza personale e non di supplenza di organi: cioè il supplente non agisce come Presidente del Senato ma solo in quanto qualificato dalla titolarità di tale presidenza. Egli subentra nella posizione giuridica di Capo dello Stato per ciò che riguarda l’uso delle funzioni, e dismette, senza perderla definitivamente, la veste di Presidente del Senato e di senatore. I poteri restano i poteri dell’organo “Capo dello Stato”, ma vengono esercitati da una persona fisica diversa dal titolare ordinario, a ciò legittimata dalla legge: si realizza cioè, una dissociazione tra titolarità del potere e l’esercizio di esso. Discussa rimane, invece, l’interpretazione giuridica che vede da una parte i sostenitori dei pieni poteri conferiti al Capo dello Stato e dall’altra coloro che sostengono che i poteri, che implichino la autonoma determinazione, ossia la nomina del primo ministro, del governo o dello scioglimento di una o entrambe le Camere, non possano essere esercitati dal supplente se non in casi straordinari.

Nella nostra storia repubblicana abbiamo avuto altri cinque casi di supplenza alla Presidenza della Repubblica, la prima delle quali è avvenuta durante la breve esperienza al colle del presidente Antonio Segni che, eletto nel 1962, venne sostituito, dopo un grave attacco di trombosi, dal presidente del Senato, Cesare Merzagora. Quest’ultimo, oltre che detenere il record di durata come “supplente”  (quasi cinque mesi dall’11 agosto al 29 dicembre 1964), fu il primo e unico Presidente del Senato chiamato a supplire per impedimento temporaneo prima e dimissioni volontarie poi, avvenute il 6 dicembre dello stesso anno. Cesare Merzagora arrivò alla supplenza in un momento inaspettato: aveva infatti appena lasciato la Capitale per le vacanze estive e portava dentro di sé l’intenzione di rimettere l’incarico di Presidente del Senato dopo essere stato messo all’angolo dalla ritrovata intesa tra le forze del centro-sinistra. Solamente il malore del già anziano Segni, forse dovuto ai postumi di un’aspra conversazione avuta con l’esponente dei socialdemocratici Giuseppe Saragat e il primo ministro di allora, Aldo Moro, ritardarono di qualche anno la sua volontà di uscire dal mondo politico. La sua supplenza durò fino al 28 dicembre dello stesso anno, quando il Parlamento, in seduta comune, elesse proprio Giuseppe Saragat.

Il secondo caso di supplenza si ebbe invece sul finire degli anni settanta e in corrispondenza con uno degli episodi più cruenti della nostra storia politica: il rapimento e la morte di Aldo Moro. Il protagonista di tale supplenza fu una delle eminenze grigie della Democrazia Cristiana: Amintore Fanfani che sostituì Giovanni Leone. Sebbene pochi mesi prima la sua estraneità allo scandalo Lockheed fosse stata pienamente riconosciuta dalla commissione bicamerale d’indagine con un voto ampiamente favorevole, il 15 giugno 1978, su richiesta del PCI e probabilmente d’accordo con la maggioranza della DC, il presidente Giovanni Leone, caduto oramai in disgrazia anche all’interno del suo partito, rassegnava le sue dimissioni quattordici giorni prima dell’inizio del cosiddetto semestre bianco.

Fanfani, allora Presidente del Senato, tenne l’incarico 23 giorni, dal 15 giugno all’8 luglio del 1978, fino all’elezione di Sandro Pertini. Bisogna ricordare come, nei giorni precedenti l’elezione del capo dello stato, fu paventata da alcuni l’ipotesi di lasciare al Quirinale colui che aveva sostituito temporaneamente il Presidente dimissionario. Infelicemente, sul nome di Fanfani non confluirono che una manciata di voti. Venne confermata così la curiosa profezia della tornata presidenziale del 1971, quando, nelle vesti di Presidente del Senato (e di papabile per il Colle), Fanfani si trovò davanti ai suoi occhi un curioso messaggio lasciato da un elettore sulla scheda quirinalizia, il quale recitava: «Nano maledetto, non sarai mai eletto» e, seguita poi, dopo che egli ritirò ufficialmente la sua candidatura, da un altro messaggio: «Te l’avevo detto, nano maledetto, che non venivi eletto».

Altro presidente supplente fu Francesco Cossiga che, a causa delle dimissioni, anticipate di pochi giorni, del presidente Pertini (avvenute il 29 giugno 1985), ricoprì ad interim la presidenza per poi essere catapultato, per la prima volta nella storia repubblicana, proprio al Colle al primo scrutinio, ottenendo una vasta maggioranza.

Essendo quella del Merzagora una supplenza derivata per la gran parte del suo tempo da un impedimento temporaneo del Capo dello Stato, il record, per quanto concerne le dimissioni volontarie del Presidente della Repubblica, spetta al repubblicano Giovanni Spadolini. Questi, oltre ad aver infranto un altro primato nella storia repubblicana — fu infatti il primo capo dell’esecutivo non democristiano dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale — tenne la supplenza per un mese intero (dal 28 aprile al 25 maggio 1992) fino a che, dopo ben sedici scrutini, la spuntò Oscar Luigi Scalfaro. Dalle urne del sei aprile, tutti i grandi partiti della Prima Repubblica erano usciti con le ossa rotte dallo scandalo di Tangentopoli e, nella difficoltà del momento – sommata alla Strage di Capaci del 23 maggio – il presidente Cossiga preferì abdicare alle sue prerogative, lasciando la patata bollente della nomina del nuovo esecutivo al suo successore. Famosa, per il particolare momento storico, è l’ironica celebrazione che il grande giornalista Indro Montanelli tributò al neo-eletto Scalfaro:

“Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo (in realtà erano 200) che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”

Durò solo tre giorni l’ultima, cronologicamente parlando, delle supplenze fino ad oggi succedutesi. Il 15 maggio 1999, il presidente dell’emergenza Scalfaro rassegnava anticipatamente le sue dimissioni per lasciar posto al suo successore Carlo Azeglio Ciampi. In questo breve lasso di tempo, la supplenza alla Presidenza della Repubblica venne assunta da Nicola Mancino.

Per il presidente del Senato Pietro Grasso, da oggi, si tratterà formalmente della seconda volta che esercita questo tipo di supplenza, dato che era già seconda carica dello Stato al momento della scadenza del primo mandato di Napolitano. In quel caso, però, fu una supplenza-lampo, durata poche ore, perché il Presidente si reinsediò come successore di se stesso, dopo l’elezione da parte del Parlamento in seduta il 20 aprile 2013.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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