Presidente della Repubblica, il suicidio di Bersani e la lungimiranza di Berlusconi

19/04/2013 di Andrea Viscardi

Prevedibile? – Che il nome di Franco Marini come prossimo Presidente della Repubblica non fosse andato giù a gran parte del PD era un dato di fatto. Nella serata di ieri le critiche provenienti da ogni parte avevano sommerso il Segretario e reso ancora più incerto il suo futuro ruolo. Sino all’ultimo, però, il Partito aveva minimizzato, fiducioso di raggiungere il quorum. Una speranza distrutta già dai primi minuti dello scrutinio, quando è apparsa chiaramente non solo l’impossibilità di eleggere il Presidente della Repubblica alla prima votazione, ma che forse era il caso di depennare il nome dell’ex sindacalista dal taccuino e convocare la base.

Presidente della Repubblica, Berlusconi vincePromesse infrante – Franco Marini ha ricevuto infatti solamente 521 voti. Un numero su cui riflettere, perché i conti, diciamocelo, non tornano proprio. Tranne i renziani e Sel – i quali avevano apertamente annunciato il loro non sostegno – sono stati in molti i franchi tiratori. I rappresentanti di PD e di centrodestra, tra Camera e Senato, sono in tutto 672. 425 per il PD e 247 per PdL, Lega e Fratelli d’Italia. Volendo credere, come sembra, che a destra abbiano votato tutti compatti, allora all’appello mancano circa 151 voti dei parlamentari PD, senza considerare, poi, i grandi elettori regionali e gli esponenti montiani (66), molti dei quali favorevoli all’ex leader del PPI. L’impressione, quindi, è di un Partito capace di perdere, nell’arco di pochi giorni, la fiducia di circa un terzo dei propri parlamentari.

Dietrofront e ribaltone ?- Il problema, ora, non è tanto trovare un altro nome – il PD ha sempre avuto e continua ad avere la forza per presentare un candidato veramente suo e portarlo al Quirinale – quanto quale strada percorrere. Bersani, diciamocelo, farebbe veramente in fretta a mettere ai voti del Partito il nuovo nome, ma a quel punto sarebbe totale la rottura sull’ “uomo di coesione”. Quel personaggio condiviso a destra e a sinistra. Se la strada è questa, potrebbe addirittura prospettarsi un vero e proprio ribaltone. Qualora la scelta del Partito convergesse su Prodi, questo rappresenterebbe un’apertura verso il Movimento 5 Stelle. Bisognerà vedere se l’M5S sarà disposto ad accettarla.  L’appello di Grillo al Segretario per sostenere Rodotà sembra destinato a cadere nel vuoto, ma non dimentichiamoci che il nome di Prodi aveva riscosso un certo successo alla Quirinarie del Movimento. Politicamente parlando, comunque, scegliendo Prodi la sconfitta sarebbe doppia, e disintegrerebbe qualsiasi residuo di credibilità, o coerenza, di Bersani. Al momento, comunque, fare il nome del prossimo inquilino del Quirinale è cosa praticamente impossibile per chiunque. Forse anche per gli stessi Partiti.

Ti conosco, mascherina? – Già, perché forse il romagnolo non conosceva così bene la “mascherina” come pensava. Berlusconi ha costretto il Segretario all’angolo e ha creato due scenari, dai quali sarebbe uscito in entrambi i casi vincitore. Se Marini fosse stato eletto, allora, il suo obbiettivo di un uomo “bipartisan” sarebbe stato raggiunto. In caso contrario, come avvenuto, il leader del centrodestra era perfettamente a conoscenza del fatto che un eventuale fallimento della proposta sarebbe stato causato non dal PdL, fedele e compatto alle sue spalle, ma da una spaccatura interna al PD. Bisognava solo attendere al varco. Tanto di guadagnato per il Cavaliere, soprattutto in vista di un probabile ritorno alle urne. Divide et impera.

Smacchiare il giaguaro? – Inutili gli appelli della base del Partito, Bersani ha voluto andare avanti per la sua strada. Non era una scelta sbagliata di principio. La strada della condivisione era l’unica possibile per tentare di ricreare un clima di serenità all’interno del Parlamento, oggi più indispensabile che mai. L’errore è stato il personaggio sul quale confluire tale strategia. Anche i più ingenui sapevano quanto Marini sarebbe stato osteggiato da gran parte del Partito e, cosa secondaria ma in parte influente, dai cittadini. Se poi, come sembra, il nome è stato proposto dal PD piuttosto che dal PdL, allora una domanda sorge spontanea. Perchè?

This is the end – Comunque vada, con l’ennesima mossa sbagliata nel giro di poche settimane, possiamo affermare che l’esperienza di Bersani a capo del Partito Democratico sia giunta alla fine. Se dopo le elezioni tutti smentivano possibili primarie, oggi le voci sono sempre di più. Intanto gli elettori sono esausti, dimostrazione è l’occupazione della sede di Torino. D’Alema e Veltroni sembrano non comprendere neanche loro dove voglia arrivare a parare il Segretario. Le tensioni interne al Partito sono troppe, e in una situazione simile difficilmente Bersani potrebbe essere in grado di guidare un prossimo governo, anche dovesse riuscire ad evitare le urne. La domanda, ora, è chi guiderà la sinistra del domani.  Sinistra, o sinistre, perché che per il PD vi sia un futuro, dopo gli ultimi due mesi, è cosa tutta da vedere.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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