Il premio nobel e le sfide per il futuro degli economisti

16/10/2016 di Alessandro Mauri

Premio nobel per l'economia a due studiosi della teoria dei contratti, ma le sfide per gli economisti sono nel campo della macroeconomia

Il premio Nobel per l’economia è andato quest’anno a Oliver Hart e Bengt Holmström, due economisti che si sono concentrati in particolare sullo studio della cosiddetta “teoria dei contratti”, campo di indagine che nasce attorno agli anni ’40 per risolvere il problema della informazione incompleta.

La teoria dei contratti – Il premio è andato dunque a due studiosi che hanno affrontato, su due fronti differenti, uno dei problemi principali a cui l’economia moderna si sta dedicando: la teoria dei contratti. In particolare, il premio Nobel Bengt Holmström, finlandese di nascita, ma docente negli Stati Uniti, ha affrontato il tema del problema “Principal/Agent”. Questa tipologia di relazione, quella cioè tra mandante e mandatario è alla base di molti problemi contrattuali, dal momento che si pone come garantire un’unità di interessi tra l’agente e il mandante. Le considerazioni pratiche più note di questo tipo di comportamenti sono quelle legate ai contratti dei top manager e dei banchieri che, nonostante abbandonino le aziende per cui hanno lavorato con perdite colossali, ottengono spesso liquidazioni milionarie. Per anni infatti si è ritenuto che per allineare gli interessi dei manager a quelli degli azionisti occorresse ricoprire i primi di ingenti bonus, magari legati all’andamento azionario dell’impresa (ad esempio attraverso stock options). Holmström ha cercato di disegnare pacchetti più completi, considerando la distribuzione nel tempo della remunerazione, delle modalità di erogazione, i conflitti di interessi, i possibili malus, e così via.

La selezione avversa – Impatti importanti degli studi compiuti dai due economisti che sono valsi il premio Nobel si possono avere anche nel campo assicurativo. Uno dei problemi principali, in questo caso, è quello dell’asimmetria informativa, per la quale l’assicurato ha più informazioni sul suo stato rispetto all’assicuratore. Studiare tipologie di contratti che evitino la “selezione avversa” può dunque essere molto conveniente. Il premio Nobel Oliver Hart ha inoltre compiuto importanti studi nel campo dei cosiddetti “contratti incompleti”. In questa tipologia di contratti, che inoltre rappresentano la maggior parte dei contratti stipulati, non sono normate tutti le possibili conseguenze del contratto. Il modo in cui includere eventi probabili ma spesso trascurati può permettere ad un contratto di essere maggiormente efficace.

Premio Nobel in continuità – Il premio Nobel ai due economisti che hanno trattato la “teoria dei contratti” evidenzia uno dei grandi temi dell’economia odierna, vale a dire l’integrazione con altri ambiti di studio, in questo caso la giurisprudenza. In realtà possiamo considerare questo premio Nobel in continuità con quelli assegnati in passato agli studiosi della teoria dei giochi (ultimo dei quali a Thomas Schelling e Robert Aumann nel 2005). Entrambe infatti cercano di affrontare il problema dell’informazione incompleta e della contrattazione tra le parti, seppur da prospettive diverse (più improntata alla matematica nella teoria dei giochi, più correlata agli aspetti legali nella teoria dei contratti).

Quello delle informazioni asimmetriche è indubbiamente un campo affascinante, ma oggi si propone una sfida molto più impegnativa per gli economisti. La crisi economica e l’attuale stagnazione hanno messo in evidenza diverse carenze nelle teorie macroeconomiche generalmente accettate, sia monetariste che neo-kenynesiane. Da un lato infatti sembra venir meno la correlazione tra moneta ed inflazione, pilastro del monetarismo e del neo-liberismo, dato che le politiche ultra-espansive delle banche centrali non hanno portato aumenti dell’indice dei prezzi. Dall’altro la curva di Phillips, ovvero la relazione inversa tra disoccupazione e inflazione, uno dei punti fermi delle teorie neo-keynesiane (per la verità già messa in discussione dalla stagflazione degli anni ’70), sembra non reggere a quanto sta accadendo negli USA, dove la disoccupazione è scesa dal 10% al 5%, ma l’inflazione è ferma al palo. Sarebbe dunque interessante provare a trovare una “terza via”, che partendo dalle evidenze emerse negli ultimi anni, proponga modelli e soluzioni adeguati ed innovativi rispetto alla infinita – e un po’ anacronistica, visto che entrambe le teorie hanno mostrato negli anni grandi lacune – lotta tra seguaci di Friedman e di Keynes.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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