La povertà in Italia aumenta, lo sappiamo

21/07/2014 di Federico Nascimben

Dagli ultimi dati Istat alle misure intraprese dagli ultimi Governi: vediamo come se la cava (male) il nostro Paese nel contrastare la crescente indigenza

Crescita demografica ed economia

La scorsa settimana l’Istat ha diffuso i nuovi dati sulla povertà in Italia, aggiornati al 2013. Dalla lettura di tali cifre si apprende che il numero di persone in condizione di povertà relativa è pari al 16,6% della popolazione (10 milioni), mentre quello delle famiglie è pari al 12,6% (3 milioni e 230 mila); le persone in condizione di povertà assoluta, invece, sono ormai il 10% della popolazione (6 milioni), mentre le famiglie nella stessa situazione sono quasi l’8% (2 milioni). Provando a fare un confronto con il 2007, cioè con l’ultimo anno pre-crisi, allora le famiglie in povertà assoluta erano il 4,1% (975 mila); in termini di individui, il dato era pari sempre al 4,1% del totale (2,4 milioni). In sostanza, in sei anni le cifre sono raddoppiate o più che raddoppiate.

Il presidente del Consiglio Renzi assieme al Ministro del Lavoro Poletti.
Il presidente del Consiglio Renzi e il Ministro del Lavoro Poletti.

La comparazione fra i dati pre-crisi e gli attuali non può certo che far riflettere sull’efficienza del nostro sistema di contrasto alla povertà e di ammortizzatori sociali. All’interno di un contesto di politiche fiscali restrittive, in cui la pressione fiscale complessiva è aumentata, non avendo margini di manovra a causa dell’elevato debito pubblico accumulato (ormai al 135% del PIL) – dato anche e soprattutto che la spesa corrente nello stesso periodo è aumentata, mentre quella in conto capitale (cioè per investimenti) è stata l’unica ad essere tagliata – si è proceduto attraverso un continuo aumento della pretesa fiscale, inasprendo il prelievo su cittadini, famiglie e imprese e favorendo conseguentemente un aumento del tasso di povertà.

Ad aggravare ulteriormente la situazione vi è inoltre il fatto che il numero di riforme strutturali approvate è stato ampiamente insufficiente, anche a causa delle infinite resistenze da parte delle innumerevoli corporazioni che da sempre caratterizzano l’Italia. Come noto, infatti, il nostro sistema di welfare a base famigliare – per cui l’unico vero ammortizzatore sociale è la famiglia con le sue risorse – favorisce coloro i quali hanno accumulato nel corso degli anni ingenti risparmi (anche grazie al forte peso delle rendite immobiliari, pensionistiche ed, in passato, obbligazionarie), mentre sfavorisce i c.d. outsider (cioè giovani e donne) e le famiglie a basso patrimonio e reddito. Non è un caso infatti che a risentire della crisi siano soprattutto le famiglie numerose, meno istruite e residenti nel Mezzogiorno. Anche al netto delle divisioni sui rimedi per contrastare la recessione economica, i fattori strutturali che bloccano la mobilità sociale e che caratterizzano il Belpaese sono noti. A mancare sono le risorse, incagliate nell’irrefrenabile ascesa della spesa corrente, naturalmente difesa a spada tratta dai percettori di tali rendite.

Riprendendo il tema delle politiche economiche adottate dai Governi Letta e Renzi, un articolo de lavoce.info – che a sua volta sintetizza un capitolo del Rapporto Caritas “il bilancio della crisi” – fa il punto sulle recenti misure adottate per contrastare la povertà.

Per il Governo Letta vengono presi in considerazione tre provvedimenti:

1 – L’incremento della detrazione da lavoro dipendente, cioè il famoso mini taglio del cuneo fiscale in salsa lettiana, che ha un’incidenza insignificante sui poveri assoluti (a causa, ovviamente, della scarsità o della mancata presenza di redditi da lavoro), mentre ha un impatto molto basso sulle famiglie in povertà relativa. Si continua quindi a scontare una mancata riforma complessiva dell’Irpef che favorisca una diminuzione delle aliquote nominali (oggi troppo elevate anche per redditi medio-bassi) a scapito di un taglio del c.d. sistema di tax expenditures.

2 – L’aumento dell’aliquota ordinaria dell’IVA, passata ad ottobre 2013 dal 21 al 22%, che ha avuto un impatto regressivo sui redditi delle famiglie più povere, in quanto le imposte indirette per definizione sono insensibili, appunto, al reddito percepito.

3 – L’impatto della nuova imposta sulla prima casa che ha invece un effetto molto complesso da calcolare a causa dei margini di manovra lasciati ai comuni per quanto riguarda le detrazioni applicabili. A seconda che queste siano più o meno elevate, infatti, vengono penalizzate di meno o di più le famiglie povere.

Al netto del carattere sperimentale della nuova carta acquisti, l’impatto complessivo delle tre misure del Governo Letta ha fatto diminuire il reddito delle famiglie più povere.

Per quanto attiene al Governo Renzi viene preso in considerazione solo il famoso dl Irpef contenente gli altrettanto famosi 80 euro che finora non si sono tramutati in maggiori spese a causa della profonda incertezza economica. Questi – come si legge su lavoce – aiutano “soprattutto i lavoratori a reddito basso, non le famiglie povere: solo una parte dei lavoratori a reddito basso vive in famiglie povere, e solo una piccola parte delle famiglie povere era soggetta a Irpef prima della riforma. Il bonus però va anche a famiglie che sono incapienti, se vi sono in esse lavoratori per i quali l’imposta lorda supera la sola detrazione da lavoro dipendente”.

Sommando i tre interventi presi in considerazione dal Governo Letta agli 80 euro del Governo Renzi, emerge che l’impatto complessivo sull’area della povertà è insignificante. Oltre a quanto già scritto in precedenza, ed in mancanza di una ripresa della domanda interna, uno dei fattori che potrebbe aiutare a migliorare il sistema italiano sul tema è rappresentato dal c.d. JobsAct. Purtroppo però finora è stata approvata per decreto solamente una ulteriore riforma dei contratti a tempo determinato; mentre gli interventi più importanti sono stati procrastinati a data da destinarsi, visto che si è preferito agire tramite disegni di legge delega che dovrebbero superare l’attuale impostazione del contratto a tempo indeterminato, del sistema di formazione e di collocamento e, infine, di cassa integrazione.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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