Fare il portoghese, una storia romana

03/09/2014 di Lorenzo

Cosa hanno in comune Roma, il Teatro Argentina ed i legati di Re Giovanni V di Braganza con il modo di dire "fare il portoghese"?

Roma, 1700 c.a.

Probabilmente la stragrande maggioranza degli italiani, soprattutto coloro che vivono a Roma, si saranno chiesti, almento una volta nella loro vita, quale sia l’origine dell’espressione: “Fare il portoghese”; un modo di dire oramai diffuso da nord a sud, ma in particolar modo nella Capitale. Tutti saranno a conoscenza del suo significato pratico o, quantomeno, lo hanno incosapevolemente sperimentato in prima persona: indica una persona che usufruisce di un servizio senza pagarlo come, ad esempio, confondendosi tra le persone per entrare ad un evento o, cosa più frequente, non pagando il biglietto del bus o del treno. Non tutti sanno, però, della sua vera origine, con cui il popolo portoghese, in realtà, non ha nulla a che vedere.

Nei primi decenni del secolo XVII il Portogallo, guidado dal re Giovanni V di Braganza, versava in un periodo di grande ricchezza e potenza, grazie alle immense risorse minerarie, come oro e diamanti, provenienti dalla colonia sudamericana del Brasile. Ovviamente i grandi beneficiari di queste immense ricchezze erano la corte e, a ruota, tutti i nobili e gli ambasciatori del Re. In un’Europa che, nello sfarzo settecentesco, aveva i suoi punti nevralgici in Versailles e nella corte papale della Città Eterna. Questi primi cinquantanni del secolo furono gli anni delle spese ingenti della corte dei Braganza che, per mano delle sue ambascerie sparse per tutta Europa, finanziò opere monumentali, capaci di mostrare, al mondo di allora, tutta la magnificenza e potenza di Lisbona.

Teatro ArgentinaMolte delle sue elargizioni in danaro arrivarono soprattutto presso la Curia Romana, questo perché il monarca portoghese incentrò  sua politica estera nella neutralità rispetto ai conflitti del continente, e nella particolare vicinanza allo Stato Pontificio, in modo da essere riconosciuto dal pontefice romano in linea con il passato ed anacronistico pensiero pre-westfaliano del riconoscimento del potere temporale da parte della Chiesa Cattolica. Questo particolare legame con la Curia permettè a Giovanni V di installare importanti e privilegiate ambascerie presso la corte del Papa e di ricevere, nel 1748, il tanto agognato titolo -per sè e per i suoi successori-  di “Sua Majestade Fidelìssima” dal pontefice Benedetto XIV.

Il suo progetto di privileggiare le ambascerie presso il Papa portò i legati del re a finanziare e patrocinare molti degli eventi organizzati nella capitale pontifícia, eventi seguiti da giganteschi e opulenti pranzi o cene all’aperto e con la distribuzione di dolci e prelibatezze di ogni tipo. Ovviamente il tutto era gratuito. Tale magnanimità piacque cosi tanto al popolo romano che ribattezzò, ben presto, il sovrano lusitano come “Il Magnifico”.

In questa atmosfera filantropica, uno dei più importanti ambasciatori del portogallo a Roma, tale Monsignor Castro, convinse la nobile famiglia degli Sforza-Cesarini ad erigere un teatro in Largo Argentina, ove viveva la maggior parte degli appartenenti alla comunità portoghese residenti nell’Urbe, nonchè l’ambasciatore stesso. Il 13 gennaio 1732, il Teatro Argentina inaugurò la sua attività con l’Opera “Berenice”, scritta dal compositore pugliese Domenico Sarro. Per l’importante occasione, l’Ambasciata del Portogallo, finanziatrice dell’evento e del rinfresco, anzichè spedire – come tradizione – i biglietti di invito allo spettacolo, dette disposizioni alla cassa all’entrata del teatro che potevano accedere gratuitamente all’evento tutti i portoghesi presenti nell’Urbe. Bastava solo che questi, al momento del loro ingresso, dichiarassero la loro nazionalità.

L’iniziativa dell’ambasciata  ebbe un notevole successo e venne presto seguita da molti altri spettacoli, sempre con le medesime disposizioni. Nello stesso tempo, la notizia non tardò a diffondersi per lungo e per largo in tutta Roma e da qui la corsa di centinaia e centinaia di Romani ad autoqualificarsi, spesso giustificandosi in maneira grottesca e con un accento non proprio lusitano, come sudditi di João “er Magnifico” per entrare “a grátis(e)” nei fastosi eventi organizzati sotto l’egida della corona portoghese. In conclusione, il famoso modo di dire e di fare presenta ben poco di portoghese, lasciando la sua simpatica paternità esclusivamente al popolo di Roma.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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