Il populismo un’arma di sinistra? Non più

09/05/2014 di Francesca R. Cicetti

La vecchia sinistra, forse, non esiste più. E noi non sappiamo se rimpiangerla. I nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio” si danno un gran da fare, ma qualsiasi loro sforzo sembra non portare a nulla di concreto. I democratici sono diventati teledemocratici, e l’ombra di una sinistra vera e propria mostra il lato B in campagna elettorale. Non dobbiamo stupirci, allora, se l’ondata vincente è quella del populismo. I giornali e le televisioni si riempiono la bocca di questa parola, come se fosse un’offesa indescrivibile, e soprattutto indecifrabile. Perché in fondo nessuno si è mai preso la briga di spiegare cosa significhi, perché esista, e soprattutto perché alle nostre orecchie suoni come il peggiore degli insulti.

Populista è chiunque. Chiunque, e incontrollabile. Destra, sinistra, centro. Ecco quindi il primo timore: populista è Grillo che cavalca il malcontento, Renzi che aumenta le buste paga, Berlusconi che firma contratti con gli italiani. Ma soprattutto, populista è il disagio della gente comune contro le élites. Un sentimento crescente e preoccupante, soprattutto perché, se anche tutti i partiti riescono a intercettarlo, nessuno è in grado di controllarlo. È un compito tradizionale della sinistra, quello di captare il malcontento che viene dal basso. Ma oggi sembra che non ne sia più capace. Forse perché di queste élites di cui ci si lamenta, anche lei fa oramai parte.

populismo-populistiIl vecchio populismo, per definizione, era cosa di sinistra. Ora non si può più dire lo stesso. I vertici sono cambiati. I vertici delle aziende, delle industrie, della politica. Colpa (o merito) della globalizzazione, delle reti tessute dall’Unione Europea, di una standardizzazione dei costumi. Ed è contro questo che insorge il nuovo populismo, un populismo che si può cavalcare, ma non imbrigliare. Non c’è da stupirsi, perché la sinistra più forte in Italia è quella democratica, sempre più simile per modi e per approcci a quella che da tempo fa da padrone in America e nel resto dell’Europa. Per gli estremismi e per la “storica” lotta popolare, la vera sfida è quella di superare le soglie di sbarramento.

Ma se nel senso stretto del termine essere populista non è un insulto, lo diventa quando si inizia a sfruttare un po’ troppo l’onda del malcontento. Soprattutto ora, con le elezioni europee in vista. La campagna elettorale è, dobbiamo ammetterlo, ancora piuttosto confusa, e una gran parte dei votanti si aggira in un clima di indecisione e incertezza (per non nominare l’astensione). Ed è qui che sorgono i “populisti”, quelli il cui nome si pronuncia con disprezzo, come fossero una storia a parte, pericolosa e ingestibile. Quelli che se la prendono con le banche, con l’euro, con l’Europa e con la Germania. E poi con gli immigrati, con Angela Merkel, con il governo ladro ogni volta che piove. Ma senza proporre alternative.

Populismo, allora, non è più ciò che viene dal popolo come esigenza stringente, seria, necessaria. È forse più una chiacchiera elettorale, uno slogan da tirare fuori nel momento giusto. Allora sì, è un’arma di tutti. Di chi la prende per primo. Poi, se ci piace, da populista diventa popolare. E poi, da popolare, universale. Insomma, una politica di sopravvivenza, per catturare l’interesse del momento e non lasciarsi sommergere. Lo sappiamo tutti, la democrazia che si fa in televisione ha sbottonato le giacche e reso colloquiali i toni, perché la formula di una chiacchierata tra amici è la migliore per accalappiare voti. Ma il Parlamento, almeno per ora, non è il Bar dello Sport. E il populismo, in fondo, continua a farci un po’ paura.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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