Il populismo “sbagliato” di Marine Le Pen

18/10/2013 di Giovanni Caccavello

Marine Le Pen, uscita Euro

Marine Le Pen – In un intervista rilasciata circa una settimana fa, Marine Le Pen, figlia d’arte di Jean-Marie Le Pen e attuale leader del partito di estrema destra Front National fondato proprio dal padre nel 1972 in opposizione al partito “Gollista”, ha dichiarato che, se vincerà le prossime elezioni nazionali, farà uscire la Francia dall’Unione Europea e di conseguenza dall’Euro. Le elezioni parlamentari Europee che si terranno nella primavera del 2014 saranno il primo vero test per la Le Pen che vede il suo partito in cima ai sondaggi francesi, con circa il 24% dei voti.

Ambiguità di fondo – Nel corso dell’intervista, Marine Le Pen ha parlato apertamente del proprio partito come un soggetto privo di confini politici, capace di ispirarsi, in alcuni punti, anche alle idee golliste. Sicuramente, negli ultimi anni, il movimento è stato sdoganato dai media e ha attecchito, oltre che su alcuni elettori tradizionalmente di estrema sinistra, anche sull’elettorato medio. L’etichetta di partito di protesta ultra nazionalista, afferma Marine Le Pen, è stata scelta dal Partito Socialista e dall’UMP per metterla in un angolo e accusarla di semplice populismo. Certo è che, nella stessa intervista, il grande mutamento del Partito rispetto ai decenni passati non appare così chiaro, almeno laddove Le Pen afferma come, una volta eletta, avvierà “un programma di quattro punti: la fine dello spazio Schengen, l’addio all’Euro, il patriottismo economico e soprattutto la superiorità del diritto nazionale sulle direttive dell’Unione Europea. Inoltre, se entro un anno non otterremo soddisfazione su questi quattro punti allora promuoveremo un referendum per chiedere l’uscita della Francia dall’Unione Europea”. Quindi, in conclusione, ecco un massiccio attacco al libero mercato, agli immigrati, alla globalizzazione.

I veri problemi – La Francia in questo momento vive, come tutti i paesi della Zona Euro, se non dell’Unione Europea, una fase d’instabilità economica a causa della lenta ripresa. Se su questo versante la colpa può derivare anche dalla fatica dell’Europa a compiersi in un sistema realmente integrato e dotato di strumenti sufficienti, l’economia parigina presenta delle criticità evidenti, del tutto indipendenti dall’Unione.

Pensioni – In particolare va tenuto presente un sistema pensionistico troppo generoso. Durante la presidenza di François Mitterand l’età pensionabile in Francia venne abbassata da 65 a 60 anni. Una riforma di Sarkozy la portò a 62. Attualmente, Romania e Ungheria, per rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea la innalzeranno a 65; in Italia, dopo la tanto discussa “Riforma Fornero” si smette di lavorare a 66 anni; in Spagna, Germania, Polonia, Grecia e Paesi Bassi si va in pensione a 67 anni, in Irlanda addirittura a 68.

Capitalismo alla francese – Altro problema della Francia è senz’altro, da un punto di vista economico, un capitalismo troppo “statale”. Nonostante le molte aziende affermate a livello internazionale si parla infatti di “Capitalismo alla Francese” poiché, per l’appunto, il livello di intromissione statale rimane molto elevato. Il Fondo Monetario Internazionale, non a caso, nel corso del suo ultimo bollettino sulla salute dell’economia d’oltralpe ha posto, come primo obiettivo, quello delle liberalizzazioni, cioè della costruzione di un mercato più libero, più concorrenziale, che abbassi i prezzi, dia più benefici ai consumatori e amplifichi la scelta dei prodotti o servizi disponibili sul mercato.

Sistema bancario a rischio – Non ultimo il problema di rischio sistemico che, secondo studi settoriali svolti dal Center For Risk Management, vedono il sistema bancario francese primeggiare nella classifica delle Banche più esposte in caso di crisi finanziaria mondiale. In totale sono 271 miliardi di euro che dovrebbero essere versati per salvarle. Segue poi la Gran Bretagna (206 miliardi di euro), la Germania (135 miliardi di euro) e l’Italia (90 miliardi di euro).

Immigrazione, disoccupazione e globalizzazione – Le criticità francesi hanno quindi poco a che fare con l’integrazione economica europea, gli immigrati, il libero mercato o la globalizzazione. La disoccupazione non è legata in alcun modo all’immigrazione. Secondo dati pubblicati da diversi economisti, come Baldwin o de Grauwe, l’immigrazione può portare sia ad un effetto positivo che ad un effetto negativo che oscilla tra il -1% ed il +1% (alcuni studi lo riducono addirittura ad un -0,3% o +0,3%). Questi studi rivelano inoltre come, l’immigrazione, in contrasto con le prediche populiste, porti ad un aumento dell’occupazione e ad un aumento del reddito nazionale. Il principali problemi dell’alto tasso di disoccupazione sono altri: forte pressione dei sindacati, salario minimo, l’indennità di disoccupazione e tutela del lavoro. Non entrando nel merito sociale di tali misure che rimangono di notevole importanza nel mondo del lavoro, bisogna solo accennare al fatto che più i costi di queste “variabili” sono alti, più, soprattutto nel caso di sindacati troppo “forti”, come nel caso francese, tendono a rendere il mercato del lavoro poco flessibile e aumentano i disoccupati.

Il fallimento del Populismo – A questo punto sarebbe necessario porsi qualche domanda sui quattro punti che Marine Le Pen vorrebbe sviluppare. L’Unione Europea è davvero l’untore di peste? La migrazione è davvero la causa dell’alto tasso di disoccupazione in Francia? Come sarebbe l’inflazione, ed il tasso di interesse in un paese che storicamente, prima del trattato di Maastricht, si assestava tra l’8% ed il 13%? La globalizzazione ha recato solo danni? La risposta alle idee di Marine Le Pen è molto semplice: il populismo trova facili ma sbagliate risposte semplificando la realtà della verità.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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