Il populismo (positivo) della cultura statunitense. In Italia non può esistere?

16/04/2013 di Andrea Viscardi

Nell’accezione prettamente italiana – ma più in generale in quella europea – la parola “populismo” suscita, applicata alla politica, una serie di sentimenti negativi. Retorica, demagogia, sfruttamento e aggiramento delle masse in nome della lotta del popolo contro le elite. Un populismo positivo, invece, può esistere. A dirla tutta, in realtà, è esistito. Non qui, ma negli Stati Uniti. Dove tutt’oggi il termine, da molti studiosi, è visto in modo differente da quanto avviene nel Vecchio Continente.

James B. Waver, populismo
James B. Waver, candidato alla presidenza nel 1892

People’s party – Siamo negli Stati Uniti del XIX secolo, nel pieno della trasformazione della società da rurale ad industriale, della neocolonizzazione del sud portata dai grandi gruppi industriali ed economici del nord, qui prende vita il populismo moderno. Qui la società agraria vedeva sempre più la propria tradizione, la propria vita, la propria terra, minacciata dal potere crescente delle elite industriali e finanziarie. Così, dopo la creazione di diversi movimenti – tra cui la “Farmer’s Alliance” texana – nel 1892, a Cincinnati, venne data vita ad un’entità politica nuova, capace di portare le rivendicazioni e le richieste di cambiamento a Washington, in contrapposizione ai democratici e ai repubblicani, rappresentanti – nelle idee del nuovo soggetto – degli interessi dei gruppi di potere economici e industriali.

Il manifesto – Il preambolo dell’ “Omaha Platform”, manifesto programmatico del partito, riportava, nelle prime righe, un messaggio ben chiaro e preciso, ripreso, successivamente, dalla gran parte dei movimenti populisti mondiali. “Corruption dominates the ballot-box, the Legislatures, the Congress, and touches even the ermine of the bench. The people are demoralized […] The fruits of the toil of millions are boldly stolen to build up colossal fortunes for a few“. Il movimento portava avanti una serie di obiettivi molto diversificati ma riassumibili in due grandi concetti: sostegno per gli strati più poveri e contrasto dei grandi gruppi economico-industriali. Questi, infatti, erano sempre più avviati verso la monopolizzazione di diversi settori, con un atteggiamento prevaricante verso le realtà presenti nelle aree di loro interesse.

Le idee – Nello specifico proponevano l’elezione diretta dei Senatori, un’imposizione fiscale graduale, la nazionalizzazione del sistema ferroviario, telegrafico e telefonico – considerati un bene pubblico. Lottavano, in particolare,  contro le appropriazioni delle terre – considerate “indebite” – portate dalle elite ferroviarie e da altre corporazioni, con l’appoggio dello stato centrale, perché la “la terra, incluse le risorse naturali, è proprietà del popolo, non dovrebbe essere monopolizzata per scopi speculativi, aggiungendo che il possesso straniero della terra dovrebbe essere proibito”.

Ascesa e declino – Il Partito morì agli inizi del XX secolo, non prima, però, di aver conseguito, nel 1892, un risultato di tutto rispetto alle Presidenziali (8,5%) e, cosa ben più importante, di aver avuto sicuramente un ruolo attivo nello spingere, due anni prima, il Presidente Benjami Harrison a promulgare lo Sherman Antitrust Act, la prima legge antitrust limitativa di monopoli e cartelli. L’importante, quindi, non è tanto la storia di vita e di morte del partito, quanto le influenze portate nei successivi sviluppi della vita economica e politica del Paese. Le elezioni del 1896, infatti, videro i Democratici assumere molte delle posizioni sostenute dal Partito del Popolo, tanto che lo stesso appoggiò la candidatura di William J. Bryan – segnando, di fatto, l’inizio della fine per il movimento. Ma non per le sue idee.

Eredità repubblicane – La prima realizzazione delle idee populiste si ebbe, come detto, con lo Sherman Antitrust Act. In realtà grandi influenze si registrarono per decenni e si tradussero in punti di svolta del sistema politico ed economico statunitense. Basti pensare ad uno dei Presidenti tra i più famosi della storia americana: Theodore Roosevelt. Per quanto avesse sempre osteggiato il People’s Party, è indubbio il ruolo svolto, durante il suo mandato, dalle rivendicazioni portate avanti due decenni prima dall’ondata populista. Fu lui, infatti, a promulgare, nel 1912, l’elezione diretta dei Senatori – passaggio di fondamentale importanza per la democrazia americana. Fu sempre il Presidente repubblicano, quindi, a impegnarsi per centralizzare il sistema ferroviario e garantire il controllo dello Stato centrale su molti aspetti inerenti attività commerciali, oltre che per un maggior controllo sulle corporazioni – attuato anche grazie agli strumenti messi a disposizione dello Sherman Act. Significative, in materia, le sue parole durante l’VIII discorso al Congresso nel 1908.

E quelle democratiche – Influenze bipartisan. Già perché molte delle rivendicazioni del Partito del Popolo – in particolare quelle inerenti aiuti agli agricoltori e all’impiego nelle opere pubbliche in tempi di depressione –  vennero adottate da altri due notissimi presidenti democratici: Woodrow Wilson (1913-1921) e, soprattutto, Franklin D. Roosevelt (1933-1945), che ne fece un cavallo di battaglia del New Deal.

Populismo positivo – La politica e i media, dunque, dovrebbero rimodellare la visione con la quale concepiscono l’idea stessa insita nel termine “populista”. Bollare un fenomeno riducendolo ad una reazione logica, conseguenza di una situazione diffusa di disagio, ma considerandolo una scatola priva di contenuti, rappresenta un danno all’intero Paese. Il populismo non è né il male né il bene assoluto. Continuare a diffondere un’idea distorta del fenomeno, però, è un attentato alla realtà. Il popolo, di per sé, può e deve essere considerato non solo come una delle tanti fonti d’ispirazione per il governo di un Paese, ma rappresenta il principale indicatore, in molti di casi, di elementi di criticità del sistema. Spesso è anche capace – per dirla in modo diretto – “di vederla molto più lunga” della politica di palazzo. Ma forse è proprio questo il problema. In Italia abbiamo dovuto aspettare il 1990 per la prima legge antitrust. Esattamente un secolo di ritardo rispetto allo Sherman Act degli Stati Uniti. Anche quello – per molti monopolisti e cartellisti oltreoceano dell’epoca – fu colpa di quel demone del populismo.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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