Il popolo dei Saharawi: esiliati senza colpe

19/09/2014 di Giacomo Bandini

Uno sguardo sulla situazione del Sahara Occidentale dove i Saharawi sono prigionieri da anni di una colonizzazione che ha portato massacri e violenza nelle vite delle tribù nomadi

Saharawi: una persecuzione che non accenna a fermarsi

Chi sono i Saharawi? – Prima della colonizzazione spagnola i Saharawi erano un popolo nomade, suddiviso in numerose tribù che si riunivano solamente in momenti di emergenza e necessità. Le origini di questa popolazione riportano ad una vera e propria fusione fra alcuni genti berbere e arabe, tanto da condividerne la stessa lingua, l’hassanya, e la stessa religione, l’Islam. A differenza di quello che si può pensare, i nomadi del Sahara Occidentale erano e sono monogami di tradizione e all’interno della loro società la figura femminile viene fortemente valorizzata, in quanto ritenuta responsabile della gestione dei campi e dell’educazione dei figli.

Storia recente – Dal punto di vista storico più recente i Saharawi, che affondano le loro radici nelle prime conquiste islamiche del VII secolo d.C., subirono la colonizzazione spagnola del 1884-1885, anno della conferenza di Berlino, quando gli stati europei si spartirono praticamente a tavolino il continente africano. Fu creato così il Sahara Spagnolo. Solo verso la fine degli anni cinquanta, una volta scoperti i giacimenti di fosfato nella città di Bu Craa, la Spagna iniziò ad interessarsi veramente al Sahara Occidentale, considerato in precedenza una specie di landa desolata dallo scarso valore economico. Allo stesso tempo crebbe a livello internazionale l’interesse verso le popolazioni autoctone di questi territori, fino a che, nel 1965, le Nazioni Unite formularono il primo invito alla Spagna ad iniziare il processo di decolonizzazione. Processo proseguito con altre sei risoluzioni fino al 1973, anno in cui, oltre a richiedere l’abbandono formale della regione, si invitava la Spagna ad organizzare un referendum sotto la tutela delle Nazioni Unite per dare la possibilità alla popolazione di esprimere liberamente il proprio diritto all’autodeterminazione. Referendum concesso effettivamente l’anno successivo ma, contrastato fortemente dal Marocco, sotto la guida di re Hassan II e dalla Mauritania – che rivendicava posizioni territoriali – venne de facto annullato. Questa opposizione portò la Spagna a disinteressarsi totalmente della zona sahariana e a stringere un accordo con Marocco e Mauritania per la spartizione del Sahara Occidentale, con benefici solamente per le ultime due. Con l’occupazione militare marocchina seguita all’accordo, iniziò anche un periodo di guerra e persecuzione nei confronti delle tribù saharawi, spingendo quest’ultime alla fuga verso la provincia di Tindouf, in Algeria, dove oggi risiedono in esilio forzato.

Sahara Occidentale
Sahara Occidentale

Gli ultimi sviluppi – Dopo la creazione della Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD), non riconosciuta peraltro dalle due nazioni occupanti, bensì solamente dall’Onu e dal Consiglio nazionale sahariano, la condizione politica delle tribù incontrò un clima favorevole ad ulteriori sviluppi positivi. La Mauritania procedette, il 25 agosto del 1979, ad un accordo di pace con la parte situata sul proprio territorio, in base al quale si impegnava al ritiro delle truppe dalle zone occupate. Nel 1990, dopo anni di guerra, vengono poi firmati gli accordi di pace anche con il Marocco grazie alla mediazione delle Nazioni Unite. Il piano definitivo prevedeva l’immediato “cessate il fuoco”, il dispiegamento di forze ONU sul territorio per la pacificazione e l’aiuto umanitario e un altro referendum di autodeterminazione. La situazione di stallo, dovuta alle posizioni contrarie del Marocco, hanno portato nel 2003 alla stesura di una seconda parte del piano iniziale. In questa erano previsti cinque anni di autonomia immediati seguiti da un referendum di autodeterminazione. Anche in questo caso il Marocco si oppose. L’ultima riunione del CDS dell’ONU ha prodotto solo un ulteriore rinvio per cercare di uscire da quello che l’allora Segretario generale Kofi Annan ha definito un “vicolo cieco”, situazione che tutt’ora continua a non risolvere il problema della popolazione.

Le violenze – L’ultimo rapporto della delegazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Diritti Umani, che si è recata nel maggio 2006 all’interno dei territori occupati del Sahara Occidentale e nei campi  profughi di Tindouf, menziona numerose testimonianze di attivisti saharawi incontrati dalla delegazione a El Aaiun, contenenti denunce di un regime di torture e violenze inflitti dalla polizia e dalle forze ausiliari marocchine nei confronti dei manifestati saharawi che rivendicano l’indipendenza del Sahara Occidentale. Nulla, difatti, sembra essere cambiato dall’occupazione militare del 1976, quando l’ingresso delle truppe nel territorio da spartire diede inizio ad un profondo processo di denaturazione dell’identità saharawi, segnato da innumerevoli violenze e sistematiche violazioni dei diritti umani oltre che da una campagna di vera e propria discriminazione razziale. Mentre si cercava di eliminare ogni segno identitario saharawi, e di isolare il Sahara Occidentale attraverso la costruzione di un muro difensivo lungo più di 2000km, si perseguiva una politica di popolamento della colonia, in modo da dare una diversa configurazione alla popolazione del Sahara Occidentale: quella di una popolazione fedele al proprio re.

Quali soluzioni? – Una realtà, però, che si protrae. Si denotano infatti, ad oggi, una serie di ritardi e lentezze nelle procedure da parte dell’ONU che hanno portato molte fasce della popolazione saharawi a non poter contemplare una pacifica risoluzione. La situazione attuale, come ricordato, è ancora in stallo ed il referendum continua ad apparire lontano. Va segnalato, poi, come la Francia abbia continuato con una campagna di pressione politica su organismi internazionali come UNHCR o il PAM (Programma Alimentare Mondiale) per diminuire le razioni di cibo da distribuire tra i Saharawi nei campi profughi e abbia a lungo garantito una sorta di sostegno incondizionato a Rabat nel conflitto del Sahara Occidentale, ricorrendo, ad esempio, al suo diritto di veto per impedire una risoluzione di condanna da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU. L’unica via per impedire la continuità di tale situazione nel Sahara Occidentale è raggiungere la massima sensibilizzazione e che la Francia – speranza ad oggi vana – porti tutto il suo peso, di interessato ex-colonialista, all’interno delle trattative con il Marocco, con cui possiede un rapporto di privilegio. Solo in questo modo potranno terminare le violenze nei confronti di una popolazione che prima di tutti ha popolato la fascia del deserto Nord-Occidentale. Diversamente, non è tollerabile il continuo rinvio della questione. Troppi sono morti o scomparsi per un territorio la cui appartenenza è stata strappata ai legittimi proprietari con la violenza.

 

 

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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