Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della Maniera

17/03/2014 di Simone Di Dato

Pontormo e Rosso Fiorentino, Palazzo Strozzi

Gli imperi non muoiono, e certamente non si dissolvono. Quelli inestimabili di Leonardo, Michelangelo e Raffaello ne sono la prova, se tanta progressione artistica fu eletta a baluardo di una nuova e più moderna “maniera” di fare pittura. Fu un certo Giorgio Vasari ad indicare l’eredità dei tre geni, tra perfezione formale e bello ideale, come riferimento, esempio da imitare. Perché i pittori manieristi fanno questo, imitano un modello, quello di un’arte perfetta che supera la natura. Per anni si è pensato a Pontormo e Rosso Fiorentino come ordinari interpreti di una corrente artistica non priva di retrogusto negativo, una patina novecentesca che nella nuova mostra di Palazzo Strozzi, trova finalmente un facile appiglio di superamento. Curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, l’esposizione ha il doppio merito di fornire un’ inedita visione di confronto e rivelazione: da un lato il dialogo tra due poetiche così diverse, dall’altro le ricerche filologiche, storiche e iconologiche relative ad opere di splendore formale e altissima poesia.
Vanno così in scena le “divergenti vie della Maniera” tra il linguaggio vario e innovativo degli schemi tradizionali per Pontormo, e l’eclettismo spregiudicato ed originale di Rosso Fiorentino.

Pontormo, Sacra conversazione (Madonna di San Ruffillo), 1514.
Pontormo, Sacra conversazione (Madonna di San Ruffillo), 1514.

“Sono uguali nella volontà d’innovazione – spiegano i curatori per chiarirne le posizioni – nella spregiudicatezza intellettuale, nell’anticonformismo e nella capacità di rispondere a tempi turbati e complessi con una lingua figurativa d’altissimo tenore poetico. Sono diversissimi nella specificità di quella lingua, a partire dai maestri di riferimento, eccettuato Andrea del Sarto che fu loro comune mentore. Sono diversi nel riferimento a committenze culturalmente lontane e politicamente, anzi, opposte: il Pontormo artista preferito dai Medici, il Rosso mai coinvolto in opere di committenza medicea e invece artista preferito dagli aristocratici fedeli ai valori repubblicani e legati all’eredità religiosa di Savonarola. Sempre fiorentino il Pontormo, che mai si mosse dalla sua città natale eccetto che per una breve trasferta a Roma in gioventù. Viaggiatore, per converso, il Rosso che lavorò, oltre Firenze, anche a Piombino, Napoli, Volterra, Roma, San Sepolcro, Città di castello, Arezzo e infine Parigi e Fontainebleau”.

Riunito per l’occasione ben il 70% della produzione di entrambi i pittori, il percorso espositivo propone 80 opere, circa 50 dipinti tra tavole, tele e affreschi staccati del Pontormo e di Rosso, a cui si aggiungono disegni, incisioni e arazzi dei maestri Andrea del Sarto e Frà Bartolomeo. Forte di numerosi prestiti nazionali, tra cui la Galleria Palatina, gli Uffizi, Museo di Capodimonte, e internazionali come la National Gallery di Londra e di Washington, il Louvre e numerosi altri, la selezione trova il suo fil rouge nell’ordine cronologico, a chiarire le profonde differenze tra gli artisti, ma anche in 10 sezioni dedicate al disegno, la ritrattistica, la religione ortodossa ed eterodossa.

Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e san Giovannino, 1514
Rosso Fiorentino, Madonna col Bambino e san Giovannino, 1514

Ad accoglierci sono i tre grandi affresci della Santissima Annunziata, Il Viaggio dei magi di Andrea del Sarto, la Visitazione del Pontormo e l’Assunzione del Rosso, il cui confronto ci fornisce distintamente le differenti scelte in fatto di ritratti dei tre. Si passa così alle preregrinazioni del Rosso tra Volterra, Roma e la Francia ( presenti il Compianto sul Cristo morto, La morte di Cleopatra e lo Sposalizio della vergine, restaurato per l’occasione), per passare ai lavori del Pontormo nella Firenze medicea, con la Cena in Emmaus, la Madonna col Bambino della collezione Capponi e il bellissimo San Girolamo. A chiudere il cerchio è una sezione che sembra riavvicinare le diverse poetiche: laddove geograficamente lontani, i due pittori maturano infatti la lezione dell’ultimo Michelangelo con un linguaggio decisamente più internazionale, sintetizzata da capolavori quali Venere e Bacco del Rosso direttamente dal Lussemburgo e Venere e Amore del Carucci della Galleria dell’Accademia di Firenze.

Sulla falsariga dei restauri, l’imperdibile mostra ripulisce dal fumo michelangiolesco e dall’abuso della parola manierismo, affreschi e ritratti che acquisiscono così un sapore inedito. Riporta talvolta alla luce colori elettrici, squillanti ma soprattutto una chiave di lettura diversa, quella che permette di leggere liberamente opere che ancora ci lasciano il cuore in disarmo.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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