La Polonia è davvero un “miracolo economico”?

09/09/2014 di Alessandro Mauri

Le caratteristiche uniche e lontane dell'ex Paese sovietico, ed un modello difficilmente esportabile nel resto d'Europa

Polonia, Economia

Unico Paese europeo a non aver conosciuto la crisi dal 2008 ad oggi, la Polonia continua ad attrarre gli interessi di investitori ed economisti. Ma il suo è davvero un modello esportabile all’estero o nasconde qualcosa?

Locomotiva europea – La Polonia è uno dei paesi che ha fatto registrare le performance più brillanti negli ultimi anni, basti pensare che tra il 1996 e il 2014 l’incremento medio del PIL è stato del 4,24%, il che fa rabbrividire quei Paesi che lottano disperatamente per qualche punto decimale di crescita. Oltre a questo, Varsavia è l’unico paese dell’Unione Europea che è riuscito ad attraversare indenne la crisi che dal 2008 attanaglia il resto del continente, riuscendo ad evitare di entrare in recessione. Questo ha fatto sì che molti investitori abbiano deciso di portare i propri capitali in Polonia, e ha destato anche l’attenzione della stampa e degli analisti internazionali, che stanno cercando di capire che cosa abbia permesso ad un Paese così arretrato al momento della caduta del muro di Berlino, di ottenere in un periodo piuttosto breve risultati così interessanti. In primo luogo va detto che proprio a causa del basso livello di produzione e di ricchezza da cui è partita ha permesso alla Polonia di crescere così tanto, secondo quel modello di catching-up economico che permette di importare tecnologie e innovazioni dall’estero e di recuperare rapidamente il distacco, ma questo spiega solo in parte le performance di Varsavia.

Polonia, PIL, Europa
PIL della Polonia nel periodo 2008-2014 Fonte: Eurostat

L’arma della svalutazione – Il primo fattore da considerare è il fatto che la Polonia non è ancora entrata nell’Euro ed anzi ha fatto slittare il suo ingresso, in un primo momento previsto addirittura nel 2015, dal 2017 al lontano 2019. Questo può essere senza dubbio un punto debole del sistema economico polacco, perché limita l’integrazione economica con gli altri paesi europei, esposti al rischio di cambio, ed espone fortemente a shock esterni, come potrebbe essere il protrarsi della crisi Ucraina e le conseguenti sanzioni e contro sanzioni tra Unione Europea e Russia. Da un altro punto di vista però il mantenimento di una moneta nazionale porta anche l’indubbio vantaggio di poter gestire più liberamente il cambio, e l’accurata politica di svalutazione dello Zloty portata avanti dai vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni ha permesso di mantenere competitive le aziende polacche. Va qui tuttavia sottolineato che la svalutazione può indurre le imprese (come è spesso avvenuto in Italia con la lira) a non investire in efficienza ed innovazione, in quanto la competitività con l’estero è garantita dal tasso di cambio, con il quale, di fatto, si svende la propria produzione.

Salari esigui – Un’altra questione molto rilevante per comprendere il “miracolo polacco” è il basso costo del lavoro, dovuto in parte ad una tassazione favorevole e in parte a dei salari ancora molto al di sotto della media dei Paesi UE, considerando che un operaio polacco guadagna in media 600 euro al mese. La combinazione bassi salari-zloty debole permette di dare grande slancio alle esportazioni e attrarre numerosi investimenti, ma espone la Polonia a problematiche sia politiche (con l’accusa di concorrenza sleale nei confronti dei partner europei) sia sistemiche, essendo molto esposta a shock di domanda esterna e avendo una domanda interna, che poi è il vero indice di benessere di un Paese, piuttosto debole. Un fattore di grande merito al governo di Varsavia è invece il sapiente e corretto uso dei fondi europei, che sono serviti a rilanciare le infrastrutture e a permettere il passaggio dalle produzioni tradizionali, su tutte cantieristiche e minerarie, a produzioni più innovative e servizi.

Un modello esportabile? – Quanto fin qui sostenuto ci permette di dire che il modello polacco è difficilmente esportabile in altre economie più avanzate e mature, il cui livello di produzione e di domanda interna è già su livelli molto elevati e non permette rapidi e notevoli balzi in avanti. Controversa è anche la questione della moneta: come detto, avere la possibilità di svalutare una moneta nazionale già di per sé debole ha i suoi vantaggi, ma espone anche a molti rischi (e i disastri della Lira nel passato lo dimostrano), e inoltre resta la questione politica per cui nel momento in cui si decide di far parte di una comunità economica quale è l’Unione Europea si dovrebbero accettare le sue regole e non approfittare dei vantaggi che offre e continuare ad agire come se si fosse un Paese estraneo.

Dunque non bisogna farsi abbagliare dai dati e dai titoli dei giornali ma, come sempre, cercare di comprendere cosa c’è dietro.  Nel caso della Polonia si tratta di una situazione eccezionale, che ha vantaggi e rischi e, quindi, non rappresenta un modello che possa essere considerato la panacea dei mali degli altri paesi, Italia compresa.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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