La politica USA sempre più come House of Cards?

10/11/2014 di Elena Cesca

Le elezioni di midterm hanno segnato due nuove tendenze nella politica americana: il ruolo futuro dei Pac "unlimited" e la crescente radicalizzazione delle posizioni dei candidati. Sarà un problema per l'America del futuro?

Ancora una volta, fra mille notizie che riempiono – o almeno dovrebbero- i giornali, l’America ha vinto a mani basse. E lo ha fatto mentre il suo presidente perdeva. Le elezioni di midterm USA che hanno avuto luogo lo scorso martedì hanno inesorabilmente attratto tutti i riflettori, mentre nel resto del mondo si continua a morire un po’ per fame, un po’ per sete (cose che ormai non fanno più notizia), un po’ per l’avanzare di un’epidemia o di un gruppo di fanatici esaltati tagliagola.

Libertà di assegno. Intanto negli States venivano spesi gli ultimi milioni di dollari della campagna elettorale più finanziata della storia americana. Già, perché lo scorso aprile, la Corte Suprema ha emesso una sentenza storica con la quale si elimina il tetto alle donazioni politiche per un ciclo elettorale. Il Chief Justice, John Roberts, un conservatore, scriveva, nel documento finale lungo ben 88 pagine, che nella Costituzione degli Stati Uniti d’America “non c’è nulla di più fondamentale del diritto a partecipare alle elezioni dei nostri rappresentanti politici”. La “libertà di assegno” e di poter donare liberamente ai cosiddetti Super Pac, ossia comitati d’azione politica che fungono da surrogato dei partiti e mezzo attraverso cui far confluire i finanziamenti pro o contro un candidato, hanno però messo in luce la distorsione verso cui si sta tristemente avviando il sistema politico americano: la partecipazione dell’elettorato è stata infatti decisamente inferiore alla partecipazione dei finanziatori.

Sergio Fabbrini, direttore della School of Government della Luiss
Sergio Fabbrini, direttore della School of Government della Luiss

Il dibattito. Cosa comporta questo fenomeno e come poter analizzare le scorse elezioni e prevedere le prossime? È stato questo uno dei punti evidenziati dal Professor Sergio Fabbrini, direttore della School of government della LUISS e ordinario di Scienza Politica, nell’ambito di un interessante dibattito sul tema “Elezioni americane di mid-term: risultati e analisi” che si è tenuto al Centro Studi Americani lo scorso 6 novembre, cui hanno preso parte anche il sottosegretario agli Esteri Marta Dassù, Giampiero Gramaglia, consigliere per la Comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali, Massimo Teodori, collaboratore del Corriere della Sera e – in collegamento dagli USA – Valentina Pasquali, giornalista, e Bill Schneider, Docente di Affari Pubblici e Internazionali e di Politiche Pubbliche alla George Mason University’s School of Public Policy.

Governo diviso. Come richiamato dal professor Fabbrini, la partecipazione è passata dal 4.6 del 2010 al 3.6. Tuttavia, non è una questione di “quanti” cittadini si siano recati alle urne ma di “quali” e per “quali” candidati essi abbiano votato. Che i repubblicani si siano aggiudicati la Camera Alta e che Obama, democratico, dovrà governare da “anatra zoppa” con un “governo diviso” è ormai risaputo. Lo hanno posto in prima pagina praticamente tutti i giornali del mondo. Se da una parte, nel corso del dibattito, Teodori ha ricordato che questo fenomeno – ovvero quello per cui il partito del presidente non gode della maggioranza nei due rami del Congresso – sia una sorta di norma non scritta nel costituzionalismo americano per cui gli Americani rifuggono istintivamente e miracolosamente la concentrazione del potere, dall’altra parte Marta Dassù ha fatto appello a una non “automatica” razionalità dell’elettorato mirante al “divided government”. Il problema emerso, tra i tanti, risiede nella tendenza tutta europea di guardare agli USA come una costola del vecchio continente. Tra i quesiti de “l’amministrazione Obama è stata davvero così deludente da esser penalizzata alle elezioni di mezzo termine?”, la risposta è stata che, certamente, il midterm ha funto da una sorta di referendum sul presidente (non siano troppo euforiche, quindi, in Europa la destra storica e quella populista- ricorda anche sul suo blog Gramaglia) della cui “legacy” dovranno disfarsi i prossimi candidati democratici e sulla quale dovranno proseguire i futuri repubblicani. Candidati, ha controbattuto Fabbrini, sempre più radicali tra elités politiche polarizzate. E sarà qui il vero nuovo corso dell’America.

Se per due secoli siamo stati abituati a pensare che la politica americana si muovesse lungo cicli storici in cui si formava una maggioranza intorno a un capo politico, un leader, che si stabilizzava intorno ai 20-25 anni, questa interpretazione non sarebbe più plausibile al giorno d’oggi. La partecipazione avviene entro collegi – ha spiegato Fabbrini – disegnati in funzione della stabilizzazione delle maggioranze all’interno di ogni Stato. Più la composizione è omogenea, più si radicalizza la politica di un candidato e quello che vince deve sostenere la parte più estrema della fazione (a sua volta sostenuta dal finanziamento esterno privato). Dall’altra parte, va a votare solo chi è convinto del programma. Ecco spiegata la bassa partecipazione.

L’America di Madison. Inoltre, una grande caratteristica del sistema politico USA risiedeva nei “compromessi” che prendevano luogo all’interno dei partiti. Ad esempio, era possibile che all’interno del Partito Repubblicano emergessero componenti liberal, soprattutto dell’Est, che fossero più vicine alle posizioni dei democrats e contarie alle scelte della maggioranza. Il risultato erano delle coalizioni trasversali capaci di riprodurre, in un certo senso, il check and balances anche nel partito stesso. Oggigiorno, invece, l’America starebbe vivendo un paradosso: se in Europa si è sviluppato il trend dei sistemi di partito che incentivano coalizioni e collaborazioni tra elités trasversali, in USA v’è ora una polarizzazione simile a quella Europea degli anni ’50.

Come risolvere o combinare, però, la polarizzazione con la separazione dei poteri che in America non vede il governo come un’istituzione, bensì come un processo, ossia il risultato di istituzioni separate che devono condividere gli stessi poteri di governo? Il governo diviso, da regola non scritta e miracolosa potrebbe divenire un ostacolo difficile da sormontare. Nel caso di Obama, cedere alla maggioranza repubblicana equivarrebbe a condurre un cattivo servizio per il prossimo candidato democratico. Dovrebbe, quindi, spingere sui suoi temi in agenda, preparandosi a due anni di astio. Il Presidente dovrebbe far ricorso in maniera sempre più pugnace alla decretazione, all’esercizio degli executive powers e del diritto di veto.

Il finanziamento privato senza vincoli potrebbe, nel prossimo futuro, intensificare questa tendenza, rendendo le elités ancora più polarizzate. Il politico di turno può già da ora accettare, per la propria campagna politica, finanziamenti da gruppi privati attraverso il classico sistema dei Pac, ma il sistema di finanziamenti rischia di essere estremizzato all’inverosimile. I fondi “unlimited”, quindi, potrebbero andare creando una sorta di eccesso di influenza degli interessi particolari, nonostante – ciò va sottolineato e ricordato – l’intero sistema sia assolutamente trasparente per i cittadini statunitensi, e ogni finanziamento consultabile online. Sarebbe meglio, forse, riprendere in mano Tocqueville e fare qualche passo indietro da House of Cards: rappresentanza degli interessi, insomma, ma senza distorcerne il significato.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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