Politica e giustizia, un pensiero in libertà

23/12/2012 di Andrea Viscardi

112415831Politica, giustizia ed informazione..jpgMontanelli, in un suo famoso intervento, criticava la “supremazia dei Partiti”, accusando la politica di aver assegnato loro un ruolo da totem, attribuendoli tutti i poteri con in più il diritto di abusare, creando, così, una mafia. Discorso che, a vent’anni da Tangentopoli, continua ad essere di estrema attualità. Il giornalista attaccava quindi i giudici, colpiti dalla partitocrazia, rei di vantarsi, di ostentare, la propria appartenenza politica e la propria tessera d’iscrizione al Partito, perdendo, così, la propria neutralità. Anche da questo punto di vista, oggi, la situazione non può considerarsi migliore: la tessera di Partito, oramai, è desueta (anche perché il possesso da parte dei magistrati è stato considerato illecito dalla Corte Costituzionale), ma la sostanza non cambia.

L’ultimo caso è quello di Antonio Ingoria. Lui, in realtà, ha deciso, o quasi, di fare un ulteriore passo e di seguire le orme di Antonio Di Pietro, non più pm ma politico.  Molti sostengono che non vi sia nulla di male, perché, naturalmente, nel momento in cui un magistrato diviene un politico abbandona la sua precedente attività.

Personalmente, credo il problema vada affrontato diversamente. La discesa in campo politico non può essere considerata un’epifania. Come poter pensare che un magistrato, una mattina, davanti al suo caffè e alla sua brioche decida, improvvisamente, di diventare un politico? Il percorso è molto più lungo e graduale. Questa intenzione deve per forza essere elaborata e sviluppata nel momento in cui, i pm, dovrebbero svolgere ancora un’attività imparziale e apolitica. Esiste, quindi, un errore di fondo, gravissimo. Il potere politico e quello giurisdizionale dovrebbero, almeno in teoria, essere indipendenti e separati, come si può accettare, allora, un contatto di questo tipo tra le due sfere? La situazione si aggrava ulteriormente se si pensa che, in linea di principio, il giudice dovrebbe essere terzo e indipendente, il politico esattamente il contrario.

Ingoria è un esempio, un prodotto, di tale situazione. Chi può dimenticare il suo intervento al Cogresso del Pdci o il suo feroce attacco, partito da un comizio, contro la proposta di riforma della giustizia del Governo Berlusconi? A prescindere da una valutazione di merito di quanto sostenuto con le sue parole, in quel momento, il giudice, era tutto fuorché terzo e imparziale. In quel momento, un rappresentante del potere giurisdizionale stava sconfinando nella sfera politica contravvenendo, di fatto, gli stessi principi costituzionali che avrebbe dovuto difendere.

Mi chiedo allora, sottolineando quanto sia una provocazione, se per garantire una netta e totale divisione delle due sfere non sia necessario ampliare il concetto di ineleggibilità con riferimento all’elettorato passivo. Un magistrato che voleva scendere in politica, sino al ddl 109 del 2006, non aveva neanche l’obbligo di dimissioni. Bastava mettersi in aspettativa. Oggi, tale pratica, sebbene vietata, non è ancora del tutto in disuso. Perché, dunque, non porre il giudice dinanzi a una condizione per l’accesso al ruolo? Condizione che consisterebbe nella rinuncia all’elettorato passivo per i successivi cinque o dieci anni dalla cessata attività lavorativa. Una sorta di revolving doors all’italiana quindi, ma che garantirebbe maggior terzietà, almeno in riferimento ad un’eventuale e imminente attività politica. Atto estremo per alcuni, ma forse, a questo punto, veramente necessario.

Certo, il problema dell’effettiva terzietà e imparzialità del giudice permarrebbe, ma è impossibile da estirpare in qualsiasi società. Credere che una persona possa annullare a tal punto la propria soggettività sino a non avere posizioni politiche personali è a dir poco stupido. E’ parte dell’essenza stessa della carica di giudice  dover dimostrare la propria terzietà, per quanto possibile, anche rispetto al suo modo di vedere il Mondo, alle sue idee. Quello che lo Stato può fare, invece, è limitare tutte quelle possibili degenerazioni che rischiano di accentuare l’aspetto ideologico del soggetto e renderlo predominante o influente su tutto il resto.

Andrea Viscardi

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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