Pisapia, niente bis. Che ne sarà della Milano arancione, tra Expo, Salvini e Renzi?

24/03/2015 di Edoardo O. Canavese

Pisapia non si ricandiderà come sindaco di Milano. Una rinuncia che sorprende i partiti cittadini, ma che diventa caso nazionale. E che apre (o chiude) un’analisi sul significato politico di quella primavera arancione che lo portò a Palazzo Marino.

Pisapia, Milano

Pisapia, niente ricandidatura – Arrivederci, Milano. Meno di quattro anni fa Giuliano Pisapia tappezzava di suoi “buongiorno” Milano, a termine della combattuta, scorbutica, nazionale campagna elettorale per la poltrona di sindaco. Letizia Moratti ce l’aveva messa tutta per non interrompere il sodalizio tra la destra e la Madunina, durevole dal ’93, anche scadendo nella falsa accusa (“Pisapia ladro d’auto per sequestro”), ma non era bastato. Ieri sera, invece, il primo cittadino ha dato il suo lungo congedo. Fino alla prossima primavera, quando scadrà il termine naturale del mandato. Prima, chiedono a destra da Salvini a Formigoni, magari in coincidenza col prossimo turno delle amministrative. Irrealistico, considerando l’appuntamento Expo che assorbirà Milano dal 1° maggio al 31 ottobre. Una cosa è certa: l’annuncio di Pisapia, nell’aria ma non scontato, ha preso in contropiede tutti quanti.

Appetito salviniano – Il più affamato è Salvini, che vorrebbe fiondarsi subito nell’arena elettorale milanese. “A Milano serve un sindaco a tempo pieno, non uno che rinuncia alla ricandidatura con un anno d’anticipo”, ha dichiarato il leghista. Non senza aggiungere di mettersi a disposizione per la poltrona di Palazzo Marino. Luogo che peraltro conosce bene, avendolo frequentato per ben diciannove anni come consigliere comunale, dal 1993 al 2012. Oggi sa che la presa di Milano significherebbe visibilità e risonanza politica senza precedenti, un po’ come fu per Renzi il comune di Firenze. E Forza Italia? Per il momento non si parla di alleanze con i leghisti, eppure comincia a saltar fuori qualche nome da contrapporre a Matteo il Destro. Uno su tutti quello di Mariastella Gelmini, già ministro dell’Istruzione di Berlusconi, proprio come fu Letizia Moratti.

Tra caos e “renziate” – Nel centrosinistra, la botta più brutta colpisce Sel, perché Pisapia era uomo di Vendola. Difficile possa saltar fuori dal cilindro un nuovo candidato di sinistra, a meno che non si ricorra alle primarie. Ed è questo il punto intorno al quale fin d’ora il centrosinistra si sta avviluppando: sì alle primarie o candidato unitario? Pisapia preferirebbe la prima strada, confidando nel valore civico e popolare dell’evento. Nel Pd invece avanza lo scetticismo, soprattutto alla luce dei recenti, controversi episodi per le regionali liguri e campane. Sul centrosinistra incombe l’ombra lunga di Renzi, che gradirebbe fare di Milano nuova terra di conquista. Anche a costo di congedare Sel e allearsi coi più mansueti centristi. Ci sarà un lungo anno per litigarci su, a riguardo.

Arancione sbiadito – Cosa resta dell’amministrazione Pisapia? E più in generale, qual è l’eredità politica che lascia a Milano? Forse dovremmo attendere l’Expo per dare una risposta, perché Expo non è solo Italia, è anche mobilità ed opportunità per Milano. Certo si può dire che la grande promessa di radicale cambiamento su cui il centrosinistra di Pisapia aveva costruito la vittoria del 2011 è stata soprattutto assorbita dalle gravose mancanze, strutturali, finanziarie, sociali della città. L’amministrazione ha dovuto far fronte ad una summa di problemi, dai debiti dell’era Moratti alla controversia sui derivati bancari, dall’emergenza inquinamento al nodo case popolare, che hanno smorzato gli entusiasmi degli inizi. Pisapia è stato un amministratore, buono o cattivo che lo si giudichi, piuttosto che un politico, serio equilibrista in una città conservatrice e insoddisfatta per natura. Ma quell’arancione che dominava sui manifesti del 2011 s’è presto ingrigito.

Fu vero cambiamento? – O fu piuttosto vanità giornalistica di chi, alla ricerca di un nuovo fenomeno di cui parlare, lo creo senza che neppure esistesse? Parliamo della “primavera arancione”, quella che portò Pisapia a Palazzo Marino, ma non solo. Nella stessa tornata elettorale il giovane Zedda la spuntò a Cagliari e De Magistris trionfò a Napoli. Allora si volle leggere quei risultati come il sintomo dell’inesorabile declino del berlusconismo, e si amplificò il risultato amministrativo, pure estremamente positivo per il centrosinistra, fino alla dimensione nazionale.

I fatti hanno dimostrato che l’arancione tornò colore prima ancora che divenir simbolo. Appena sei mesi più tardi Berlusconi saliva al Quirinale e ne scendeva dimissionario. Altri animali politici avrebbero sfruttato la brezza primaverile e avrebbe reclamato le urne. Non così Bersani, che preferì delegare a Monti. Fine delle trasmissioni, la primavera divenne autunno e ci sarebbe voluto un centrosinistra più centro e meno sinistra per comprimere Berlusconi. Ad evidenziare l’inconciliabilità di esperienze diverse come quelle dei sindaci arancioni ci pensa poi lo stesso Pisapia: “Io e De Magistris? Diversi, lui non passò dalle primarie”. “Io almeno mi ricandido”, ha sbottato il partenopeo. Schermaglie di una sinistra arancione che, qualora fosse stata più di un fenomeno mediatico, sarebbe presto stata a rischio zuffa.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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