Trionfa Rosberg nel tempio British delle “tre ruote”, e in Brasile…

01/07/2013 di Luciano Di Blasio

Il tedesco vince a Silverstone uno dei gran premi più bizzarri (e pericolosi) degli ultimi anni. Confederations targata verdeoro

Silverstone 2013, Pirelli

In una gara ad esclusione, dove il favorito Hamilton si ritrova da leader ad ultimo, cadendo per primo vittima del cedimento delle Pirelli, vince Rosberg, davanti a Webber e Alonso, mentre la safety car, a 10 giri dal termine, ravviva un finale di gara troppo spesso scontato e noioso. A Silverstone, dunque, trionfa Rosberg.  Una Silverstone – tempio storico della velocità – che per l’occasione si trasforma nell’ecatombe della posteriore sinistra: quasi il 25% dei piloti in gara si è trovato improvvisamente a guidare su tre ruote lasciando attoniti i 130000 tifosi che assiepavano le tribune, e i milioni incollati ai televisori in mondovisione.

Caporetto Pirelli, senza scusanti – Se 5 piloti hanno lo stesso problema sui pneumatici, l’80% dei quali sulla posteriore sinistra, e l’unica spiegazione in corso d’opera che Pirelli riesce a fornire è “colpa della pista, deve esserci qualcosa sull’asfalto”, è evidente quanto l’azienda italiana stia solo spianando la strada ad una pioggia di critiche. Anche perché c’è un passato prossimo di informazioni ormai note ai più che la Pirelli non può nascondere: sono settimane che, scontenta della delaminazione dei propri pneumatici vista in vari GP, aveva deciso di introdurre un cambiamento radicale nella costruzione delle gomme, passando da una struttura in acciaio ad una in kevlar. Detto fatto, se non fosse che la Pirelli commette, a mio avviso due errori strategici: rimandare l’introduzione in gara dei nuovi pneumatici per la mancanza di test su asfalto (tentati in Canada, ma bloccati dalla pioggia del venerdì), e peccare d’ignavia nei confronti di FIA e scuderie, notoriamente indisciplinate quando si parla di regole e novità. Dopo gli insufficienti dati raccolti a Montreal, Pirelli avrebbe dovuto approfittare della sosta di 3 settimane e chiedere ufficialmente un test per le gomme nuove, nei giorni 18-19-20 giugno (nel mezzo della pausa), nelle piste di Jerez, Montmelò o anche Mugello, cui avrebbero partecipato tutte le scuderie, con una sola vettura, con un terzo pilota (possibilmente un giovane), per un massimo di 1000 km a scuderia. Motivando il tutto con ragioni di sicurezza: la FIA non avrebbe potuto dire di no. A fronte di questi test, poi, avrebbe, insieme alla stessa FIA, dovuto imporre l’uso dei nuovi pneumatici già dal GP britannico. Ma così non è stato. Poco coraggio, o troppa paura per un probabile danno d’immagine nel dover ammettere il fallimento di un progetto a favore di un altro.

A questo punto cosa fa la Pirelli per ovviare ad un disastro che, a farsi bene due conti, avevano immaginato possibile? Cambia la tipologia di colla usata per “saldare” la gomma alla struttura. Probabilmente peggiorando la situazione, o forse non facendo i conti con la “sfortuna” di doversi confrontare con il passaggio aggressivo sui cordoli delle velocissime curve di Silverstone. Nessuna scusante, a maggior ragione considerando le dichiarazioni rilasciate durante e dopo la gara: “è colpa della pista”, “non sappiamo”, “le esplosioni sono state causate da qualcosa di nuovo”… Troppa superficialità per un fornitore unico della categoria del motorsport che più rappresenta l’eccellenza per evoluzione tecnologica.

Vettel a piedi, Hamilton sugli scudi – I colpi di scena britannici, comunque, non si sono fermati qui: ci mette del suo la Red Bull che, nel giorno in cui tutti hanno problemi di gomme, lascia a piedi Vettel per un…problema al cambio! Era da Monza 2012 che, oltre alla gran classe, il pilota di Heppenheim poteva vantare anche una buona dose di fortuna: ed è per questo che il pubblico inglese non ha, un po’ antisportivamente se vogliamo, esitato nel festeggiare il suo ritiro. Da capirlo, il pubblico. Anche considerando come il vincitore morale di questo GP sia icuramente l’idolo di casa Lewis Hamilton, capace di impressionare in qualifica con uno stratosferico 1:29.607 (8 millesimi più veloce del record segnato da Vettel nel 2010, da quando il circuito ha la nuova configurazione), e di dominare la gara fino all’incredibile sfortuna del pneumatico, totalmente fuori dal suo controllo.

“A Fernando e Lewis ne succedono di tutti i colori, mentre a Sebastian va sempre tutto liscio”, pensano i più sfegatati tifosi degli altri due talenti indiscussi, nonche’ papabili iridati del circus. “Ma la RBR  lavora al massimo sull’affidabilità senza sacrificare le prestazioni, e Sebastian è bravissimo a stare fuori dai guai”, risponderebbero i fan del tedesco Red Bull. La verità sta nel mezzo, come sempre, ma un Vettel che non scappa via nella classifica mondiale è solo un bene per questo Campionato. Un campionato caratterizzato da mezze regole confuse, per colpa soprattutto di una Federazione Internazionale che dà l’idea di non avere il controllo completo di quello che accade in pista e, soprattutto, fuori. Ricordiamo la grande peculiarità della Formula 1 rispetto agli altri sport: c’è chi detta le regole – la FIA -, chi gareggia – team e piloti – e poi c’è Ecclestone, “il proprietario” del marchio e come tale grande deus ex machina che tutti sono costretti ad inseguire. Un esempio su tutti: Hamilton vuole portare il suo bull-dog nel paddock? Il suo ufficio stampa contatta quello della FIA e l’ufficio accrediti del circuito in questione e…no, Hamilton manda una mail ad Ecclestone.

Il grande weekend di Felipe – Già posso sentire i “buuuu” e i fischi addensarsi sotto il titolo di questo paragrafo. Ma è inutile ragionare per partito preso su Felipe: ieri ha fatto una grande gara. È evidente quanto il brasiliano sia avvolto da una macumba non indifferente: nelle libere del venerdì, su 22 piloti, probabilmente 18 hanno commesso errori di guida evidenti sul bagnato, ma solo 2 o 3 hanno avuto la sfortuna di danneggiare la propria vettura. Tra questi, Felipe. Al sabato paga il lavoro non fatto il venerdì e, soprattutto, una vettura inguidabile in qualifica: lui parte dodicesimo, Fernando, alla fine, decimo. Siamo lì (partiranno poi rispettivamente nono e undicesimo per la retrocessione di Di Resta). Ma in gara non sbaglia niente: parte a razzo, supera 5 piloti in 3 curve, è a ridosso del podio quando la sfortuna Pirelli colpisce anche lui, si ritrova ultimo, giù di nuovo a spingere e sorpassare con una forma che ricordava il Felipe del 2008, per arrivare sesto, comunque 5 posizioni sopra rispetto alla griglia di partenza. Non gli fosse esplosa la posteriore sinistra, sarebbe arrivato davanti a Fernando.

Quindi, qual è il problema di Felipe? Probabilmente l’essere brasiliano: dopo l’incidente del 2009 ha paura, e ha bisogno di motivazioni maggiorate rispetto agli altri per rendere al massimo e non commettere errori. E questo in F1 difficilmente te lo perdonano: le motivazioni e la non curanza della morte sono le due cose che devi metterci tu come pilota, a prescindere. Altrimenti sei fuori. Almeno dai cuori dei tifosi.

Il Brasile asfalta la Spagna – I brasiliani, appunto. Chi riesce a fermarli, quando motivati, soprattutto con un pallone tra i piedi? Nessuno. Fin troppo facile per gli uomini di Felipe Felipão Scolari portare a casa la Confederations Cup 2013: stravincono contro il fantasma della Spagna che siamo abituati a conoscere, un 3-0 (Fred, Neymar, Fred) netto che asfalta le furie rosse, decisamente “spompate”, forse per i supplementari di giovedì contro l’Italia nel forno bahiano.

To-do mondiale per il 2014 – Questa coppa, che vale ben poco, ci lascia con una lista di cose da migliorare per i Mondiali del prossimo anno: i campi da gioco, ad esempio, dovranno mostrare ben altre condizioni per essere all’altezza. L’Arena Fonte Nova di Salvador, il Mineirão di Belo Horizonte e persino il Maracanã apparivano disastrati.

La FIFA, invece, dal canto suo, dovrà snellire il cerimoniale: assolutamente da dismettere la sceneggiata della premiazione che dura più di un tempo della partita ormai, con trofei improbabili assegnati a caso, e imbarazzante sopravvento di sponsor (totalmente ridicole le hostess Emirates dietro ai grandi vecchi della FIFA) ed ego di Blatter & co, con Jose Maria Marin, presidente della Federazione di calcio brasiliano, infastidito da chissà cosa a favore di telecamera mentre Blatter consegnava la coppa nelle mani di Thiago Silva. Un’autoreferenzialità assolutamente estranea ai valori dello sport, che la FIFA deve moderare prima del 2014.

Il caos temperature, invece, lo lasciamo alla dozzinalità tutta italiana dei giornalisti sportivi: a Rio ieri sera c’erano 22 gradi…perfetti. Il problema sarà la differenza delle temperature (e dei tassi d’umidità) tra le varie sedi di gioco, ma a questo i giornalisti arriveranno con i loro tempi.

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Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
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