Pirelli ai cinesi, o forse no

24/03/2015 di Alessandro Mauri

I dettagli e i dubbi sull'operazione che porterà Pirelli nelle mani dei cinesi di ChemChina

Pirelli si appresterebbe a passare ai cinesi di ChemChina, che ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto apprezzata anche dall’attuale dirigenza. Ma il mercato scommette su una contro offerta da parte di qualche operatore europeo.

L’accordo sull’Opa – L’offerta pubblica di acquisto (Opa) è stata lanciata negli scorsi giorni da parte del gruppo cinese ChemChina, di proprietà statale, attraverso la creazione di una nuova società, denominata Bidco, che subentrerà nel controllo alla Camfin, società italiana tra i cui soci troviamo Marco Tronchetti Provera, oltre che alle banche Unicredit e Intesa e ai russi di Rosneft. L’offerta prevede il pagamento di 15 euro ad azione, sia ordinaria, sia di risparmio (questa a patto che aderisca almeno il 30% del capitale della categoria). I tempi dell’Opa saranno piuttosto lunghi, ed entro l’estate dovrebbero essere compiute le prime mosse per portare avanti il riassetto societario, che prevede l’acquisto del 26,2% del capitale da parte della società cinese. Le operazioni successive saranno invece più complesse.

Il delisting e il rientro in borsa – Con le risorse ottenute dalla cessione del 26,2% del capitale, la Camfin finanzierà parte della Bidco, la newco che assumerà il controllo di Pirelli, ottenendo una partecipazione di poco inferiore alla maggioranza, mentre altri 7 miliardi di euro necessari all’ operazione saranno finanziati dalla banca di investimento JP Morgan. A questo punto Pirelli inizierà la procedura di delisting da Piazza Affari, ovvero l’uscita dalle quotazioni, per poter essere suddivisa in due parti: una, Pirelli Truck, che si occuperà di pneumatici per camion e gomme per macchinari pesanti e che si fonderà con un’altra società controllata da ChemChina, la Aeolos. La seconda invece, denominata Pirelli Tyre, sarà specializzata nella produzione di pneumatici di elevata qualità per auto e moto, e dovrebbe tornare a Piazza Affari entro quattro anni. Questa decisione resterà nelle mani di Tronchetti Provera il quale, insieme ai partner russi, avrà la possibilità di cedere interamente le quote a ChemChina al prezzo dell’Opa in caso di mancata quotazione di Pirelli Tyre.

Il Presidente e a.d. di Pirelli, Marco Tronchetti Provera

Garantita l’italianità? – Uno degli aspetti più preoccupanti in questi casi è quello della possibilità per gli acquirenti di trasferire, dopo breve tempo, produzione e società al di fuori dell’Italia. Al di là delle complicate clausole che presiederanno alla nomina dei membri del consiglio di amministrazione e della governance della futura Pirelli (e che prevedono tra l’altro che Tronchetti Provera resterà alla guida della società ancora a lungo), sembra che l’italianità del gruppo sarà comunque garantita. Una serie di norme inserite nello statuto garantiranno che sede e brevetti resteranno in Italia, e tali norme potranno essere modificate solamente con il consenso del 90% del capitale di Pirelli, dunque una garanzia abbastanza rassicurante.

Un’altra via – Il mercato tuttavia sembra scommettere su un’altra soluzione: le quotazioni hanno superato di molto il prezzo previsto dall’Opa (nel momento in cui scriviamo, le azioni sono a 15,7 euro), e dunque in caso di effettiva riuscita dell’operazione, gli investitori perderebbero denaro. Anche scontando il dividendo che sarà pagato prima dell’operazione, e che quindi è conteggiato dal mercato, ma non nel prezzo dell’Opa, la quotazione di borsa lascia intuire che gli operatori si aspettano una contro offerta da qualche altro soggetto, presumibilmente europeo. Oltre al timore di un eventuale ingresso cinese nel mercato europeo dei pneumatici, destano dubbi anche gli effettivi benefici che questa acquisizione potrebbe portare in termini di sinergie tra la Pirelli e la società controllata da ChemChina. Resta tuttavia irrisolta la questione su quale società in Europa (e meno che mai in Italia), abbia la possibilità economica di superare l’offerta dei cinesi.

Ancora una volta la questione che si pone non è solamente (né prevalentemente) di carattere nazionale, nel senso che i capitali dovrebbero essere bene accetti non in relazione alla provenienza geografica (che anzi potrebbe evidenziare un interesse straniero ad investire in Italia), ma alla qualità dei progetti sottostanti. E proprio questo il problema maggiore dell’operazione Pirelli-ChemChina: non si vede un chiaro progetto sottostante, né si prefigurano grossi vantaggi da un punto di vista operativo e produttivo. Sembra dunque di essere di fronte ad una operazione con un’impronta industriale piuttosto scarsa, con pochi vantaggi concreti per Pirelli, ma molti per l’attuale proprietà.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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