Dopo l’uccisione del pilota giordano, le forze anti Isis si compattano

06/02/2015 di Michele Pentorieri

Il video shock sull’esecuzione del pilota Muadh Kasasbeah racconta ancora una volta l’orrore jihadista. Ma questa volta, la strategia dello Stato Islamico potrebbe ritorcersi contro i suoi ideatori, vediamo il perché

Muadh Kasasbeah

La notizia che il pilota giordano Muad Kasasbeah è stato arso vivo in una gabbia lo scorso 3 Gennaio, oltre ad aver fatto il giro del mondo provocando prevedibile sgomento, ha anche scatenato le reazioni più varie nella comunità internazionale. La Giordania era stata fino ad ora molto cauta nel manifestare il suo appoggio ad una campagna militare in un Paese arabo vicino, soprattutto a causa della presenza di alcune frange interne che sostengono l’azione dello Stato Islamico. Dopo la diffusione del video, tuttavia, il Regno Hascemita ha reagito in maniera tempestiva, giustiziando Sajida al Rishavi, che nel 2005 aveva partecipato ad un attentato ad Amman. Durante un matrimonio, i suoi 3 complici si erano fatti esplodere provocando decine di morti, ma un malfunzionamento del suo giubbotto esplosivo le ha concesso di vivere per altri 10 anni, anche se in carcere.

Non solo: nel sud del Paese è stato impiccato il detenuto Ziad al-Karbouli, esponente iracheno di al-Qaeda e uomo di fiducia di al-Zarqawi. Dopo queste reazioni a caldo, riconducibili più alle logiche di una faida che a quelle di una concreta e ragionata azione antiterroristica, ci si attendeva che Re Abdallah II mettesse a punto strategie più efficaci nella lotta allo Stato Islamico. Già ieri, infatti, fonti governative annunciavano che la Giordania avrebbe intensificato i propri impegni nella lotta all’avanzata jihadista, non escludendo un massiccio impiego di forze di terra. A testimonianza ulteriore di quanto Amman sia decisa a vendicare la morte di Kasasbeah, l’aviazione giordana si è subito adoperata con bombardamenti mirati durante i quali, stando ai comunicati delle Forze Armate, sono state distrutte decine di postazioni dell’Isis.

Se da una parte Amman sembra finalmente schierata in primissima fila nella lotta all’Isis, la coalizione internazionale deve purtroppo registrare i malumori degli Emirati Arabi Uniti. Dopo la cattura del pilota giordano, infatti, Abu Dhabi aveva sospeso i suoi raid aerei. Permangono alcune incomprensioni di carattere strategico con gli Stati Uniti, riguardanti soprattutto la scelta delle basi aeree da cui far partire le operazioni. L’intera questione rappresenta, in ogni caso, un duro colpo inferto all’unità della coalizione. Dal punto di vista bellico, ma anche da quello politico-propagandistico. Poter contare sull’appoggio di forze arabe moderate, come quella emiratina, costituisce infatti uno degli strumenti più efficaci per indebolire l’Isis con strumenti non militari.

Accanto alle prevedibili reazioni della Giordania, in questi giorni si assiste a manifestazioni di condanna pressoché unanimi da parte dell’intero mondo arabo nei confronti delle azioni dello Stato Islamico. Ed è proprio questo che potrebbe costituire il vero balzo in avanti nella lotta al terrorismo: rimpolpando le fila della coalizione internazionale, ma anche togliendo argomentazioni alla becera propaganda che vuole l’intero mondo arabo connivente ai propositi espansionistici degli jihadisti.

Nabil al-Arabi, segretario generale della Lega Araba, ha affermato che il raccapricciante filmato “ci riporta indietro, al Medioevo”. Ahmed al-Tayeb, Grande Imam di al-Azhar – una delle autorità massime per ciò che concerne il diritto islamico ed il pensiero dell’Islam sunnita- ha addirittura chiesto che i terroristi vengano “uccisi, crocifissi e mutilati”, così come previsto dal Corano per coloro che uccidono gli innocenti. Anche il neo-monarca saudita Salman bin Abd al-Aziz ha affermato che l’uccisione del pilota è “contraria all’Islam ed ai valori dell’umanità”.

Come in altre occasioni, le logiche dell’organizzazione terroristica hanno violato qualsivoglia senso di umanità. Ma ciò che rende questa esecuzione ben diversa dalle altre è che, più che in altre occasioni, stavolta sono anche i precetti islamici ad esser stati palesemente violati. Sempre al-Tayeb ha denunciato che “solo Allah può punire con le fiamme”, cosa che non è invece permessa agli esseri umani. Proprio questa elementare violazione del volere divino può essere il fattore cruciale nel riportare effettivamente alla ragione anche quella (piccola) parte di fedeli musulmani che fino ad ora ha avuto nei confronti dello Stato Islamico un atteggiamento accondiscendente.

E’ difficile dire se d’ora in poi il mondo arabo si mostrerà più compatto e determinato nella lotta al terrorismo e se la brutale esecuzione si ritorcerà contro l’Isis. La chiave della lotta allo Stato Islamico potrebbe però essere di carattere propagandistico, più che militare. Piuttosto che farsi attirare dalle logiche manicheistiche proposte dagli estremisti, la coalizione internazionale ed il mondo arabo moderato farebbero bene ad usare (anche) una buona dose di soft power, onde evitare radicalizzazioni che farebbero solo il gioco dei terroristi. L’uccisione del pilota giordano contro ogni logica religiosa offre alla causa anti-jihadista un’arma che può servire a sbugiardare agli occhi dei fedeli una volta di più la supposta conformità delle azioni terroristiche al volere di Allah. Resta da vedere se stavolta sapremo sfruttare l’occasione senza abbandonarci a deliri sullo scontro di civiltà.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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