Il PIL se ne frega delle riforme istituzionali, serve più coraggio

07/08/2014 di Andrea Viscardi

Sono bastati pochissimi mesi perché il Paese ripiombasse nella recessione. E qualcuno, all'estero come in Italia, inizia a stufarsi delle tante promesse e dei pochi successi di Matteo Renzi.

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio

L’Istat ha rivisto ieri le stime di crescita italiane, ovviamente al ribasso. Per l’Istituto di statistica non vi sarà più crescita nel 2014, anzi, il trend è quello di una mini recessione, con un PIL al -0,3% nel secondo trimestre. E la domanda è: quanto ha fatto l’esecutivo per rilanciare veramente la crescita? Il punto di partenza e di arrivo del Governo sembrano essere unicamente le riforme istituzionali. Bicameralismo/Titolo V e Italicum. La prima che, dopo quanto accaduto negli ultimi dieci giorni, dovrà ancora essere sottoposto ad una lettura alla Camera; la seconda di cui si ricomincia a parlare in queste ore, dopo un mese di silenzio. Entrambe, comunque, in ritardo di mesi rispetto a quanto annunciato.

Nel frattempo, però, l’economia italiana – ancora agonizzante a gennaio – non è certo guarita per volontà divina. E l’utilizzo degli strumenti legislativi in materia é stato marginale, per non dire, a volte, quasi superfluo o addirittura simil-propagandistico. Pensiamo agli interventi più “incisivi” apportati sino ad ora, come la riduzione del prezzo dell’energia elettrica per le imprese, la diminuzione dell’IRAP – che entrerà completamente a regime solo nel 2015 e sulle cui modalità le polemiche non mancano – o lo spreco di dieci miliardi del bonus-Renzi. Una goccia d’acqua gettata su di un incendio, con la speranza potesse bastare quantomeno ad arginarlo, in attesa di potersi dedicare al suo spegnimento in un secondo momento. Ma intanto, le case circondate dal fuoco, continuano a logorarsi. Colpa anche, non lo neghiamo, di un Governo il cui Premier non gode neanche della fiducia e dell’appoggio incondizionato di tutti i suoi parlamentari e quindi gode innegabilmente di meno margini di manovra, conseguenza, però, delle modalità del colpo di mano servito ad Enrico Letta.

Senato della Repubblica ItalianaVi sarebbe da dire molto, a riguardo. Basterebbe, per comprendere il poco coraggio dell’esecutivo al di fuori di quelle che sono le riforme costituzionali, paragonare la bozza di Jobs Act di pochi mesi fa con il decreto Poletti, e seguire il naufragio della seconda parte degli interventi dedicati alla riforma del lavoro. O sorridere davanti al bonus degli 80 euro, forse l’occasione persa più evidente. Un bonus che doveva rilanciare in minima parte i consumi, obiettivo che la Confcommercio ha dichiarato fallito solo pochi giorni fa. Ingenuo credere che questo potesse accadere, soprattutto considerando le fasce che hanno beneficiato del bonus, gli aumenti delle varie tipologie di tasse e aliquote nel 2014 e i ritardi di molte famiglie soggette al bonus rispetto ai pagamenti delle imposte statali. Dieci miliardi buttati al vento perchè,  stante, la situazione attuale, è come somministrare della morfina ad un malato alleviando il suo dolore, ma nulla facendo perché questi possa essere curato.

Molto poteva essere fatto diversamente. Ad esempio perchè non utilizzare quei dieci miliardi per ridurre una pressione fiscale effettiva arrivata, per le PMI, al record mondiale del 68,3%? Magari, in aggiunta con quanto previsto dal dl 24 aprile 2014, n. 66, convertito in legge il 18 giugno, per tagliare considerevolmente e, sin dal 2014, il più grande esempio di tassazione anti-crescita. l’imposta regionale sulle attività produttive, anche nota come IRAP? Una tassa che pesa per circa 25 miliardi di euro all’anno sulle imprese, con tutte le conseguenze del caso. Si potrebbe parlare, ancora, del grande intoccabile: il sistema anacronistico di sussidi e ammortizzatori sociali italiani, quelli di cui tutti parlano ma che nessuno tocca, capaci solo di aumentare l’inefficienza del mercato e distorcerne la concorrenza.

Intanto, i primi sei mesi Renzi sono passati e al Premier è mancato, e continua a mancare, appunto, il vero coraggio. Non quello di imporre delle riforme Costituzionali in Parlamento, quanto quello di dare un cambio di passo alla realtà italiana, intervenendo su temi economici e sociali capaci di suscitare la rivolta dei poteri forti – sindacati inclusi – e andando diritti per la propria strada, vero banco di prova per chiunque voglia, oggi, uscire dal nuovo medioevo italiano. Perché – per quanto importanti e necessarie – al PIL e all’economia italiana, così come a sessanta milioni di persone, di un governo dedito quasi in via esclusiva alle soglie di sbarramento e al secondo turno, importa, oggi, veramente poco

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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