Pietro Acciarito e re Umberto I

23/04/2014 di Lorenzo

Pietro Acciarito: attentato a Umberto I

E’ un episodio dimenticato della storia d’Italia, di quell’Italia di fine secolo che concludeva il lungo ottocento, secolo risorgimentale, con l’infamante onta di Adua. Tale episodio è da ricollocarsi all’indomani della caduta dell’ultimo ministero Crispi, nel bel mezzo di quel quadriennio che sarà poi ribattezzato “Crisi di fine secolo”.

Il background è quello di un Paese in piena crisi economico-politica e in preda a tentativi di svolte in senso autoritario – come avvenuto durante i due governi del generale Pelloux (1898-1900) e di rivolte popolari, come quella dello “stomaco” verificatasi a Milano durante la prima settimana di maggio del 1898. I primi tumulti si erano già registrati agli inizi degli anni ’90, culminate poi con la rivolte in Sicilia dei “Fasci Siciliani” e in Lunigiana, nel 1894. La reazione del governo Crispi alle rivolte fu durissima: venne mandato prima l’esercito, che ripristinò l’ordine e poi furono emanate leggi liberticide, di cui tre rivolte contro il movimento anarchico, promulgate nell’estate-autunno del 1894. La numero 314 sui reati commessi con materiali esplosivi, la numero 315 sulla istigazione a delinquere e sull’apologia di reato e la numero 316 sui provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza; essa, inoltre, contemplava l’estensione del domicilio coatto, gli arresti preventivi, il divieto di riunione se dirette a sovvertire, per vie di fatto, l’ordine vigente. Ciò permise al Crispi di inviare subito 350 anarchici italiani presso un domicilio coatto (Lipari, Ustica, Favignana, Lampedusa, Ponza e Ventotene le location). Il 22 settembre dello stesso anno Crispi sciolse tutte le associazioni anarchiche, socialiste ed operaie.

Ciò favorì in crescendo un clima teso fra alcune frange della società e lo stato italiano, tensione sfociata molto spesso in attentati verso coloro che venivano ritenuti “fautori” della situazione. Il 18 giugno 1896 Francesco Crispi, due mesi dopo le dimissioni da presidente del consiglio, fu vittima di un attentato  da parte di un anarchico romagnolo, Paolo Lega, che esplose contro di lui – senza colpirlo – due colpi di rivoltella, segno che i suoi provvedimenti avevano solamente accentuato la tensione con le frange radicali.

Nemmeno un anno dopo, il 22 aprile 1897, un giovane fabbroferraio romano, Pietro Umberto Acciarito, figlio di un modesto portiere che andava fiero di condividere con il sovrano Umberto I sia il suo genetliaco che il secondo nome del figlio. Il quale, interrotti gli studi, aveva aperto una piccola officina e si era pian piano avvicinato a gli ideali anarchico-rivoluzionari, sviluppatisi in quegli anni di fine secolo nel nostro paese. Inoltre, come appare evidente anche dai suoi comportanti quotidiani, Pietro soffriva di una sindrome depressiva accompagnata anche dalla chiusura della sua officina al principio del 1897.

Il 20 aprile 1897, Acciarito si recò dal padre, salutandolo ed informandolo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto. Il padre, conscio anche delle sue turbe, provò a sdrammatizzare, ma il figlio gli disse che avrebbe saputo presto il perché e che si sarebbe recato in settimana all’Ippodromo di Capannelle. Consapevole delle idee pericolose del figlio e del fatto che il sovrano, noto per la sua passione per i cavalli, si sarebbe recato all’ippodromo in occasione del ventinovesimo anniversario del matrimonio con la regina Margherita, fece un esposto presso la Polizia, avvisandoli di un possibile attentato verso la persona del Re.

Pietro Acciarito, Umberto IMalgrado ciò, Acciarito, miscelatosi tra la folla festante che attendeva re Umberto lungo la via Appia, riuscì ad avvicinarsi, armato di un pugnale, alla carrozza reale e, notata l’arma, il re poté schivarla facendo di fatto fallire l’attentato. Acciarito, conscio di aver fallito, si allontanò tra la folla, ma venne braccato ed arrestato dalla polizia cinquanta metri più avanti. L’attentatore, dopo l’interrogatorio, che fece emergere la presenza anche di altri anarchici, fu condannato all’ergastolo e a sette anni di isolamento. La polizia, dopo un lungo interrogatorio, cercò di estorcere all’attentatore dei nomi poiché dubitavano della natura isolata del gesto. L’imputato fece poi i nomi di cinque anarchici, tra cui il romano Romeo Frezzi che poi perirà durante l’interrogatorio. Il processo si concluse comunque con il riconoscimento di innocenza verso i cinque anarchici e la condanna all’ergastolo – con sette anni di isolamento (come per Passannante) – per  tentato regicidio di Pietro Acciarito, che si spense in un manicomio criminale nel dicembre del 1943.

Re Umberto I, evitati gli attentati di Passannante prima e di Acciarito poi, perì di morte violenta presso la Villa Reale di Monza il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. L’attentatore, tornato dagli Stati Uniti e turbato per il massacro compiuto dal generale Bava-Beccaris a Milano, individuò nella figura del sovrano il mandante dell’attentato ed esplose contro di lui cinque colpi di rivoltella.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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