Pier della Vigna, ascesa e caduta di un intellettuale medievale

23/11/2014 di Davide Del Gusto

Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo e che le volsi, serrando e disserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; fede portai al glorïoso offizio, tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi. La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio, infiammò contra me li animi tutti

Pier Della Vigna, biografia

Molti furono i personaggi che frequentarono, illuminarono e contribuirono ad elevare la gloria del variopinto caleidoscopio politico e culturale della corte siciliana del XIII secolo sotto la protezione di Federico II, lo Stupor Mundi. Solamente gli esponenti della migliore élite burocratica e intellettuale potevano effettivamente ambire ad un posto di riguardo nell’ampia schiera dei fedeli del’imperatore svevo; al contempo, però, era davvero facile poter essere messi da parte o, peggio, perdere la fiducia del sovrano. Dopo una carriera in perenne ascesa, infatti, il più celebre funzionario dell’Impero federiciano cadde repentinamente verso una rovina inarrestabile e drammatica: fu la tragica vicenda di Pier della Vigna.

Probabile coetaneo del suo futuro protettore (essendo nati entrambi nell’ultimo decennio del XII secolo), il giovane Piero non proveniva certo da una famiglia di alto lignaggio o particolarmente facoltosa: il padre, Angelo “de Vinea” era uno iudex della città di Capua. La posizione sociale del genitore, comunque, gli permise l’accesso alla scuola della Cattedrale e lo stesso arcivescovo Giacomo ne parla come di un suo alumnus. Poco conosciamo della formazione successiva di Piero, ma probabilmente raffinò le sue promettenti capacità oratorie all’Università di Bologna, ormai affermatasi da decenni come centro gravitazionale degli studi giuridici della Cristianità.

Dopo gli studi bolognesi e una prima carriera da notaio, nel 1224 Piero riappare menzionato nella sua città natale come giudice della Magna Curia imperiale (magne imperialis curie iudex): l’accesso, poco più che ventenne, a tale carica sarebbe giustificato, secondo il giurista e retore Enrico d’Isernia, dall’amicizia e dalla stima nutrite nei suoi confronti dall’abruzzese Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo, che lo avrebbe raccomandato personalmente all’imperatore. È significativo sottolineare che, all’inizio della sua carriera al servizio della corona, secondo quanto riferito dall’astronomo forlivese Guido Bonatti, Piero cercò in tutti i modi di aiutare economicamente la madre, caduta nella piena povertà dopo la recente morte del padre.

Federico II di Svevia
Federico II di Svevia

A partire dal 1230 Piero iniziò a svolgere anche la funzione di diplomatico, impegnato in numerose missioni per conto della corona imperiale, volte in primis ad attenuare il conflittuale rapporto tra Federico II, il Papato e i comuni lombardi. Ma tale attività non si esaurì nell’area padana: nel 1235, infatti, egli fu a Londra a trattare per le nozze tra il suo re e Isabella, sorella di Enrico III d’Inghilterra. Grazie alle sue ottime capacità oratorie, Piero entrò nelle grazie del sovrano inglese, che lo nominò suo vassallo, beneficiandolo di una consistente rendita annuale; in cambio, egli avrebbe dovuto garantire un’amicizia maggiore tra la corte plantageneta e quella sveva, nell’ottica di un isolamento della Francia di Luigi IX. Grazie a questo successo, Piero guadagnò una fiducia ancor più grande da parte di Federico, che da quel momento lo volle sempre accanto a sé nei suoi frequenti spostamenti come testimone per ogni atto. Il notaio iniziò allora a seguire alcune politiche personali, sfruttando la posizione raggiunta per accumulare ricchezze: non solo favorì la sua famiglia più di prima (permettendo una vita agiata alla sorella e introducendo addirittura due nipoti all’interno della Magna Curia), ma acquistò numerosi terreni, sottraendoli da numerose proprietà ecclesiastiche e monastiche, e si fece costruire numerose abitazioni, tra cui spiccavano una villa con un giardino e una vigna a Foggia, presso una residenza federiciana, e un imponente palazzo a Napoli.

Nonostante continuasse a considerarsi un semplice notaio, Piero divenne presto dictator della corrispondenza imperiale tra il 1236 e il 1248, assumendo e consolidando una posizione eminente all’interno della cerchia del sovrano: sono gli anni a cui risale il suo fitto carteggio con le personalità più importanti della politica e della cultura del tempo; lo stile altamente sofisticato delle lettere dettate da Piero e la sua intensa e collaterale attività poetica, posta all’interno del primo nucleo della Scuola Siciliana, costituirono il picco massimo di una cultura raffinata e variegata comprendente le Sacre Scritture, i testi giurisprudenziali della sua epoca, la mitologia classica e le auctoritates latine, nonché di un’ars oratoria esercitata tra Bologna e Capua e ora al servizio dell’Impero, di cui non di rado faceva sfoggio con i suoi amici intellettuali. Non è certo un caso se, agli albori dell’Età Moderna, le lettere di Pier della Vigna venivano ancora copiate nelle cancellerie dei regni cristiani come esempi di ottimo stile ed erudizione.

Per volontà imperiale, nel 1243 Piero aggiunse ai suoi incarichi anche quello di imperialis aule protonotarius et regni Sicilie logotheta: ereditando solo nel nome un’antica magistratura bizantina, cui si aggiungeva l’onore di custodire i sigilli imperiali, egli ottenne una posizione di notevole superiorità su tutti gli altri funzionari di corte. Fidandosi ciecamente di lui, l’imperatore, dopo aver già ricevuto una scomunica nel 1239 da papa Gregorio IX, per cercare di riportare alla normalità i rapporti con Roma, non esitò a inviare nel 1244 il novello logoteta presso la Curia papale di Innocenzo IV, così da poter trattare per un ritiro della sentenza. Fu una mossa inutile: nel corso dei lavori del successivo Concilio di Lione I, nel luglio 1245, Federico II venne deposto e a nulla valse l’arrivo repentino di un’ambasceria imperiale guidata nuovamente da Pier della Vigna.

Pier Della Vigna
Presunta raffigurazione di Pier della Vigna

Il 1249 fu il suo annus horribilis: apparve per l’ultima volta citato in un documento imperiale redatto a Cremona, ormai caduto, per motivi a noi ignoti, in totale disgrazia agli occhi di Federico. Secondo quanto riportato dagli autorevoli Annales Placentini gibellini, l’imperatore raggiunse il prima possibile la città lombarda per far imprigionare personalmente «Petrum de Vinea eius proditorem». L’accusa di tradimento, forse per un qualche delitto di lesa maestà, ricaduta sul capo del malcapitato notaio portò al suo trasferimento in catene prima a Borgo San Donnino, poi a Pontremoli e successivamente a Pisa. A San Miniato terminò la via crucis di Pier della Vigna, fatto accecare per ordine di Federico e lasciato morire nella sua cella; il moribondo forse si suicidò fracassandosi la testa contro una parete o, più probabilmente, terminò la sua esistenza nell’agonia della mutilazione.

Dalla tragedia alla riabilitazione: nonostante per tutti gli anni a seguire la sua fama di traditore fosse andata consolidandosi sia tra i membri della corte imperiale che tra i cronisti del tempo (su tutti Salimbene de Adam e Matteo da Parigi), un personaggio d’eccezione avrebbe tentato di recuperare la figura di Pier della Vigna. «Io son colui che tenni ambo le chiavi | del cor di Federigo, e che le volsi, | serrando e disserrando, sì soavi, | che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; | fede portai al glorïoso offizio, | tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi. | La meretrice che mai da l’ospizio | di Cesare non torse li occhi putti, | morte comune e de le corti vizio, | infiammò contra me li animi tutti; | e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto, | che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. | L’animo mio, per disdegnoso gusto, | credendo col morir fuggir disdegno, | ingiusto fece me contra me giusto. | Per le nove radici d’esto legno | vi giuro che già mai non ruppi fede | al mio segnor, che fu d’onor sì degno. | E se di voi alcun nel mondo riede, | conforti la memoria mia, che giace | ancor del colpo che ‘nvidia le diede»: così Dante Alighieri, nel XIII Canto dell’Inferno, fece descrivere dalla viva voce di un Pier della Vigna tramutato in albero il livello di potere e di fiducia raggiunti dopo anni di servizio svolto in nome dell’imperatore. Il Sommo Poeta cercò infatti di riabilitare la figura di questo personaggio sottolineandone l’alta virtù morale, infangata da livorosi avversari che ne avevano provocato la rovina, e relegandolo nella selva dei suicidi solamente per il modo in cui pose fine alla sua esistenza.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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