Piccole e medie imprese, l’agonia dell’eccellenza

18/05/2013 di Giacomo Bandini

Piccole e medie imprese – Fermo “Firmino” Santarossa è sempre stato a capo del Gruppo Santarossa. Quando gli hanno proposto di licenziare quasi 100 operai si è rifiutato. Lui che li conosceva tutti, uno ad uno, lui che con i suoi mobili da 40 anni rappresentava un modello per la zona dove era nato e cresciuto, con il benessere che aveva condiviso assieme a tutti  i suoi collaboratori. In un servizio tv un suo conoscente rimasto anonimo confessa al suo interlocutore: “Le vedi tutte queste belle villette intorno? Queste sono le casette di molti dei dipendenti di Santarossa. Costruite negli anni. Perché la piccola impresa negli anni ’70-’80 creava benessere per tutti. Evadendo, sì, evadendo. Però creava benefici a tutta la comunità”. Fermo non ha accettato la soluzione più facile, non ha voluto licenziare nessuno e non ha lasciato nessuno senza pane. Ha preferito togliersi la vita e morire in silenzio, da solo. Ma questa non è solo la storia di Firmino. È la storia della piccola-media impresa italiana.

Crisi piccole e medie impreseI numeri – Nel primo trimestre del 2013, quasi 4000 aziende hanno consegnato i propri libri contabili nei vari tribunali sparsi sul territorio – sostiene la ricerca di Cribis D&B, la società del gruppo Crif specializzata nella business information. Il dato peggiore dal primo trimestre del 2009 ad oggi, ma nel 2009 la crisi era agli esordi. Rispetto allo stesso periodo nel 2012, anno funesto, si è registrato un +12%. Il Cerved Group, l’Osservatorio nazionale su fallimenti, procedure e chiusure d’imprese, il cui mesto contatore viene esposto quotidianamente su Il Sole 24 Ore, fornisce ulteriori informazioni nel dettaglio riguardo la delicata questione. Tra gennaio e settembre del 2012 le imprese ritiratesi in varia misura dal mercato sono quantificate nel numero di circa 55000, con 9000 fallimenti per eccessivi debiti, attivo patrimoniale disastrato e ricavi negativi considerando i tre anni precedenti alla procedura di fallimento. 45000 circa è invece la cifra simbolo degli scioglimenti volontari da parte dei proprietari di azienda. 200 imprese al giorno ha fatto segnare il contatore di cui sopra, oggi ridotto, a dire il vero, nella sua dimensione giornaliera. Nel comparto industriale il settore maggiormente in crisi, per quanto riguarda l’abbandono del mercato è il cosiddetto sistema casa, seguito da quello moda e dal settore utilities e energetico. Situazione particolare per quest’ultimo in quanto aveva registrato un numero elevato di nuove imprese, ma si ritrova terzo nella classifica delle liquidazioni. La (triste) top 3 delle macro-aree regionali per chiusure vede in crescita nell’ultimo quadrimestre 2012 il Nordest + 16% insieme al Nordovest + 11% (la Lombardia in particolare) e a seguire Centro +3,3% e Sud +1%. Per consultare interamente  il report visitare il sito http://www.cervedgroup.com/studi-e-analisi.

Cause – Se si vanno a ricercare le cause il dito puntato è ovviamente contro la stretta creditizia. Lo spaventoso fenomeno del credit crunch. È il calo fisiologico del credito che accompagna le fasi di recessione, come quella in corso oggi. La mancanza di liquidità stritola il panorama del credito. I tassi di interesse sul prestito salgono e non viene più concesso facilmente come in precedenza. Il resto lo vediamo ogni giorno. Le imprese che non riescono più a pagare debiti richiesti dagli istituti bancari falliscono, questi ultimi non concedono più prestiti e la produttività ne rimane inevitabilmente coinvolta trascinando l’intero sistema-Paese a fondo. L’Europa nel frattempo viaggia su due corsie, Italia , Spagna e Grecia non rimborsano i prestiti della Bce, mentre altre nazioni sì. Draghi pensa allora al tasso d’interesse negativo per aumentare la circolazione di moneta, potenzialmente di grande aiuto delle Pmi, ma con distorsioni da non sottovalutare. Le banche lasciate libere di camminare con le proprie gambe potrebbero indirizzare il prestito verso altri interlocutori e non alle imprese sulle quali pende sempre il rischio creditizio e la doppia velocità produttiva e finanziaria della zona euro potrebbe continuare a impaurire le banche periferiche, come le nostre, senza ottenere gli effetti di un maggiore prestito alle Pmi.

Imprese non esenti da colpe – Di costi del lavoro elevatissimi e dei debiti della Pa è stato abbondantemente trattato nelle nostre pagine e verranno qui solamente menzionati come gravi impedimenti alla ripresa. Sembra giusto quindi analizzare anche le colpe delle stesse imprese italiane. Non è difatti solo il credito il problema. Il problema consiste anche nella rigidità del sistema imprenditoriale di casa nostra. Costi fissi e capitalizzazione limitata hanno aggravato il credit crunch. Il mercato si è altamente flessibilizzato, il fatturato vista la recessione è calato inevitabilmente, mentre i costi fissi sono rimati elevati. Questo perché le strutture non sono mai state riorganizzate adeguatamente, le inefficienze sono rimaste numerose e molti settori non hanno puntato sull’innovazione, rimanendo vittime del loro stesso conservatorismo. Ma i costi riducono anche la capitalizzazione, così come la produttività. È facilmente dimostrabile poi come il crollo delle imprese dunque sia derivato in larga misura  proprio dal crollo di attività. Il quale a sua volta ha innescato un netto peggioramento del grado di copertura delle immobilizzazioni, l’indicatore dei costi fissi per eccellenza.

Nessuno quindi è esente da colpe. È un circolo vizioso quello della Pmi che ha reso l’Italia tanto orgogliosa in passato. Oggi ne rimane solamente il ricordo, l’orgoglio è sopito. Diventa importante allora comprendere la necessità di riformare l’intero apparato, sia da parte delle istituzioni, a lungo immobili e sorde alle richieste di aiuto, sia da parte della classe industriale italiana. Non serve irrigidirsi sulle proprie posizioni, serve la volontà di fare le cose per poter cambiare, insieme e per far sì che ci siano sempre meno “Firmino” Santarossa.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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