Piazza Affari: nessun’altra Borsa ha saputo fare peggio

25/10/2013 di Federico Nascimben

Il report di Mediobanca: Milano è l'unica Borsa, tra tutte le maggiori del mondo, a registrare una variazione negativa rispetto al 2002

Martedì Mediobanca ha pubblicato un report contenente alcuni dati interessanti sullo stato in cui versa Piazza Affari. Una situazione che riflette molti dei problemi e dei mali del nostro capitalismo, ampiamente noti ma mai superati.

Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana.
Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana.

Piazza Affari/Borsa di Milano – Il processo di privatizzazione della Borsa Italiana iniziò nel 1996 (qui il testo del decreto legislativo n. 416) con la creazione di Borsa Italiana SPA e l’accorpamento e la soppressione di tutte le Borse regionali minori. Rimase solo Piazza Affari con sede a Milano gestita, a partire dal 1998, da Borsa Italiana SPA. L’ultimo passaggio della privatizzazione si concluse con il decreto legislativo n. 58 del 1998 (qui il testo). Nel 2007, dalla fusione tra Piazza Affari e la Borsa di Londra, nacque il London Stock Exchange Group.

Male come nessun altro – Il punto focale, messo in risalto dall’analisi, è dato dal fatto che Borsa italiana è l’unica, tra le maggiori d’Europa, a registrare una variazione negativa del proprio indice (-5,6%) negli ultimi dieci anni, mentre tutte le altre hanno avuto risultati positivi. Dato che viene confermato dal trend negativo: nel 2003 era la decima al mondo per capitalizzazione, a fine giugno 2013 la ventitreesima. L’andamento negativo della capitalizzazione è a sua volta il riflesso del calo dei prezzi dei bancari: se la capitalizzazione complessiva di Piazza Affari nel 2007 era pari a 769,5 miliardi, in cui i titoli del settore bancario rappresentavano il 32,2% del valore complessivo con 248 miliardi, mentre gli industriali erano pari al 58%; a giugno 2013 i bancari capitalizzavano in totale 61 miliardi (17,5% del valore complessivo), mentre gli industriali 261 miliardi (74%). Dieci anni fa, a fine 2003, i 490 miliardi di capitalizzazione complessiva di Borsa Italiana erano pari al 38% del PIL italiano di allora, mentre oggi si è scesi al 28% del PIL; un trend che viene messo ancor di più in evidenza se raffrontato con il 70% dei primissimi anni duemila e con la media di tutte le altre principali Borse del mondo che supera il 50%. Complessivamente, infine, l’incidenza di Borsa Italiana sul totale dei mercati borsistici mondiali è inferiore all’1% (0,9%).

Pochi capitali, troppi dividendi, pochi ingressi – In dieci anni è defluito il 40% (circa 170 miliardi) della capitalizzazione complessiva attuale, ma si sarebbe arrivati a 200 miliardi senza gli interventi di ricapitalizzazione degli istituti bancari, resi necessari dalle richieste provenienti soprattutto dalla BCE. Storicamente in Borsa italiana sono sempre stati elevati i dividendi e scarsi gli aumenti, le emissioni e le nuove quotazioni. Su quest’ultimo punto l’analisi ha posto un accento: se dal 1998 ad oggi il saldo tra nuovi ingressi e delisting (cioè uscite) in Borsa è in pareggio, dal 1990 al 2013 è negativo per quasi 30 unità. Dal 2000 al 2013 si sono registrate circa 190 uscite: nel 50% dei casi la permanenza in Borsa non ha superato i dieci anni, mentre nel 42% non ha superato i tre anni.

Conseguenze – Se pensiamo che negli ultimi 18 anni l’andamento del mercato azionario ha reso più dei BOT (Buono Ordinario del Tesoro), in media, solamente otto volte, e che, dal 1928 ad oggi, la Borsa ha un rendimento nominale del 6,4% all’anno, mentre il tasso di inflazione medio annuale è pari all’8,8% (cioè, in termini reali, l’investimento in Borsa è negativo del 2,2%), non ci si può stupire del fatto che storicamente gli italiani abbiano preferito investire i propri risparmi quasi esclusivamente sul settore immobiliare e sulle obbligazioni statali. Questo ha caratterizzato la scarsa dinamicità del mercato finanziario italiano, portando a tutta una serie di conseguenze che hanno appesantito e irrigidito la situazione economica italiana; sicché la scarsa diversificazione del rischio ha immobilizzato buona parte del mercato con alcuni riflessi sui conti pubblici dello Stato: lo scarsissimo ricorso al sistema pensionistico integrativo privato è forse uno dei casi più eclatanti.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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