Piangere sulle pietre non è un peccato

03/03/2015 di Francesca R. Cicetti

Dalla Barcaccia a Pompei, passando per Ninive. Storia di un popolo che dimentica l'arte per distrazione, salvo infuriarsi solo quando ad alzare l'attenzione è una prima pagina

Crolli pompei

Una pietra non dovrebbe indignare più di una vita umana. Un blocco di marmo non dovrebbe sollevare più sgomento di un omicidio. Eppure, a volte, è proprio così. E la statua, che non sanguina se bastonata, incarna l’anima di chi l’ha scolpita, delle generazioni che l’hanno ammirata, degli uomini che hanno sfilato davanti ai suoi occhi di roccia. La civiltà stessa. E distruggere la statua è distruggere la civiltà. La memoria, persino. Non accontentarsi di sgozzare i figli. Scavare a mani nude nelle tombe per disseppellire i padri dei padri, e allora uccidere anche loro.

Per questo non si credano disumani quelli che hanno pianto Ninive come si piangerebbe un fratello. Anche se alcune delle opere d’arte erano copie, e gli originali già messi in salvo. Lo scandalo non sta nel gesso, come qualcuno vorrebbe far credere. È il vergognoso fanatismo degli ometti armati di spranghe a indignare, e a ragione. Come ci ha sdegnato la furia degli ultras contro la Barcaccia del Bernini. Piccoli uomini che affrontano la Storia, la quale, però, non ha armi per difendersi, e può solo sperare in un atto di misericordia. Allora, piangere sulle pietre non è un peccato, e neppure una vergogna. Anzi. Si può piangere contro quegli atti di forza bruta, di insensata violenza, di crudeltà, perché sono le bandiere della distruzione. Non solo di un museo, di una piazza, di una statua, ma della memoria stessa.

Eppure, allo stesso modo in cui ci sconvolge la distruzione a colpi di bastone, dovrebbe farlo anche quella figlia della noncuranza e del lassismo. Proprio noi dovremmo saperlo bene, abituati ai frammenti di Pompei che si sgretolano sulle nostre teste. Eppure, indignati come siamo dalla cronaca ad effetto, dalla notizia da prima pagina, dimentichiamo il tallone d’Achille che sistematicamente atterra il Ministero dei Beni Culturali. Progetti, programmi, buone intenzioni che si riducono in polvere come i resti della città, gli affreschi, le pareti. La riqualificazione si sbriciola assieme alle antiche pietre. E non c’è nulla di diverso tra i fanatici militanti della violenza, gli irrispettosi tifosi calcistici e questo. Anzi, se possibile, dimenticare e speculare sul patrimonio artistico è addirittura più vile. E dovrebbe farci arrossire. Perché i presupposti giustizieri dell’Isis distruggono a sprangate quello che non riescono a comprendere. Sotterrano i millenni che li hanno preceduti perché incombono su di loro come una scure minacciosa, a memoria della loro pochezza. Noi, invece, i civilissimi, dimentichiamo per distrazione. E ci infuriamo solo quando a dircelo è una prima pagina. Attivamente giudichiamo, quando sorge lo scandalo. Poi torniamo a dormire.

Invece, piangere per le pietre è un bene. Una statua non è un essere umano, e neppure lontanamente si può comparare. Ma deve farci paura, quel bastone contro la pietra, perché fare a pezzi Bernini è come fare a pezzi la storia. Distruggere l’arte, la memoria, la bellezza, tutto ciò che ci rende umani. Vale la pena versare una lacrima per un pezzo di marmo.

 

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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