Pesce grande mangia pesce piccolo

14/02/2013 di Federico Nascimben

impreseRicordate la diatriba accesasi l’anno scorso sulla modifica all’art. 18 voluta dal Ministro Fornero? Ricordo che al tempo andai a vedere per curiosità quale sarebbe stata poi la ricaduta reale del provvedimento, dato che si sarebbe applicato solamente alle imprese con più di 15 dipendenti. Le cifre ce le fornì la CGIA di Mestre: in Italia vi sono 5.250.000 imprese circa, di queste solo 156.000 hanno più di 15 dipendenti (cioè solo il 3% del totale); su un totale di 12 milioni di impiegati ed operai, però, ben 7.800.000 (il 65,5%) sono coperti dall’art.18.

La cosa che ci deve far riflettere non è tanto il riferimento alla riforma Fornero, ma è il numero di imprese operanti nel nostro Paese e le loro ristrette dimensioni. Il tessuto della nostra economia è sempre stato storicamente composto da imprese medio-piccole. Questa formula ha caratterizzato negli anni del “grande boom” il nostro successo (sorretta anche dalla creazione dei famosi distretti industriali). Ora che però la nostra economia è ferma da quindici anni e in calo da cinque, occorre più che mai porsi qualche domanda. Quella formula è ancora valida?

Stando agli ultimi dati Istat nel nostro Paese vi sono 3,8 addetti per impresa; basti pensare che – stando alla relazione del Governatore della Banca d’Italia del 2010 – “le imprese italiane sono in media del 40 per cento più piccole di quelle dell’area dell’euro. Fra le prime 50 imprese europee per fatturato sono comprese solo 4 italiane. La struttura produttiva del nostro paese appare statica: i passaggi da una classe dimensionale a quella superiore sono rari”.

Viviamo in un mondo ed in un’economia ampiamente internazionalizzata, per riuscire a competere le dimensioni contano. Dal nanismo delle nostre imprese deriva la bassa capitalizzazione di queste e quindi la forte dipendenza del credito bancario (dato che vi è una scarsa differenziazione delle fonti di finanziamento in Italia) e l’elevato peso dei debiti a breve scadenza. Allora perché imprese così piccole? Perché la migliore tradizione italiana vuole che l’azienda sia a conduzione familiare (ben l’80% del totale) e che quindi la gestione sia anch’essa rinchiusa in tale ambito (ben due terzi del totale). Tale sistema si è reso impermeabile all’ingresso di soggetti esterni, per via dell’antica tradizione di mantenere il potere in mano al capofamiglia e ai propri figli. E quindi quasi sempre viene a mancare quella dissociazione tra imprenditore-proprietario e manager.

Come si può facilmente notare si torna al solito giochino del cane che si morde la coda: è un sistema che si autoalimenta. È una questione culturale anzitutto. Spiace dirlo, ma è una storia che si ripete e si rivede in qualsiasi ambito del “sistema-Italia”. Troppo spesso ci consideriamo proprietari del nostro piccolo feudo e lo tramandiamo per discendenza sanguinea alla nostra stirpe. Questo – naturalmente – non è necessariamente un male, anzi: è dimostrato (e la stessa esperienza ce lo dice) che molto spesso, in questo modo, vengono tramandati anche “know-how”, passione e professionalità insiti nell’ambiente familiare e nella persona che vi cresce all’interno. Su questo non vi è alcun dubbio e non intendo metterlo assolutamente in discussione. Il problema però è un altro: è un sistema fortemente statico che troppo spesso non dà spazio al merito e alle capacità di una persona proveniente dal di fuori della cerchia di parenti e amici. Abbiamo avuto modo di notarlo in maniera più acuta in questi anni: l’ascensore sociale in Italia è fermo al piano terra e non vuole muoversi.

Insomma: crescita dimensionale, merito e competitività. Sono tre argomenti che possono sembrare scollegati, ma sono più interconnessi che mai. Se vogliamo rompere le catene di questo sistema e poter competere sempre di più e ancora meglio nei mercati internazionali abbiamo bisogno di imprese più grandi, maggiormente capitalizzate e che siano meno dipendenti dal credito bancario. Per far questo occorre incentivare investimenti in capitali di rischio per tutte quelle attività che presentano potenzialità di sviluppo.

Occorre superare il modello italiano basato su un capitalismo senza capitali e su un capitalismo di relazione. Altrimenti là fuori, in un mercato internazionalizzato, arriverà il pesce grande che mangerà i nostri (tanti, troppi) pesci piccoli.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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