Da Pertini alla Boldrini: la lunga mutazione dei Presidenti della Camera

24/10/2014 di Edoardo O. Canavese

Il DNA della Terza Carica dello Stato è cambiato profondamente nel corso degli anni: quali sono le differenze tra i presidenti della Prima Repubblica e quelli del ventennio berlusconiano e oltre?

Un tempo erano garanti delle istituzioni tra i cittadini, popolari e spesso candidabili al Colle. Oggi sono ribelli, litigiosi, prime donne dei salotti tv. Da Pivetti a Casini, da Bertinotti a Fini, sono i presidenti della Camera, la cui ripida involuzione costituisce l’ennesima crepa nel rapporto tra piazza e palazzo.

La Presidente in gabbia – Quando il 16 marzo 2013 dalla corsa alla presidenza della Camera la spuntò Laura Boldrini, in molti ritennero che dietro quella candidatura, pur sorprendente, pur significativa per il pregresso impegno umanitario della parlamentare, ci fosse il più banale calcolo politico. La deputata del “partitino” della coalizione di maggioranza alla Camera, Sel, veniva proposta presidente, come accadde per Fini, a Bertinotti, a Casini. Eppure questi erano pezzi da novanta della corrente scena, e si resero protagonisti, a partire proprio dalla presa di possesso della terza carica dello Stato, di litigi, crisi, scissioni, divorzi, divenendo leader di protesta prima che alti rappresentati delle istituzioni.

Un momento della presidenza di Nilde Iotti alla Camera
Un momento della presidenza di Nilde Iotti alla Camera

C’era da attendersi che la pur battagliera Boldrini, paladina dei diritti fondamentali dei migranti, ammorbidisse le spigolose esperienze dei predecessori e si proponesse come nobile fonte di dialogo in un giovane e ai tempi apparentemente propizio parlamento; c’era. Ad oggi è presto per fare un bilancio del suo operato, ma si può già evidenziarne i limiti gestionali, nei confronti dei deputati più giovani ma soprattutto indisciplinati della storia repubblicana, in particolare per parte grillina; nei confronti degli insulti sessisti, della quale la Presidente è scaduta in sensazionalistici commenti come il “sono potenziali stupratori”. Chiose che non hanno fatto altro che gettare benzina nel calderone di Montecitorio.

Pertini, Iotti & co. – Solo uno stolto può fingere di credere che personaggi di questo calibro riuscirono a scalare Montecitorio grazie a requisiti squisitamente morali ed istituzionali. Ci arrivavano soprattutto attraverso alleanze strategiche e bizantinismi tra segretari di partito, che condizionarono (come oggi) l’accesso alle massime cariche pubbliche. Però, a loro, i requisiti non mancavano, e spesso la loro preponderanza giustificava l’abuso del manuale Cencelli. I Pertini e le Iotti erano personaggi pubblici la cui qualità politica era fortificata da una storia esemplare, fatta di lotta (partigiana) e di proposta (al governo come all’opposizione). Ne facevano, i requisiti, simboli e cittadini esemplari, degni di fama popolare e della stima di tutti i colleghi. Certo, si dirà, il recente ventennio berlusconiano ha avvelenato ogni carineria tra avversari, tale da rendere indigeribile un Bertinotti ad un leghista ed un Casini ad un diesse. Ciò non toglie che poco abbiano fatto gli ultimi presidenti della Camera per unire; al contrario, hanno spesso fomentato tensioni, in particolare mediatiche, di cui l’opinione pubblica avrebbe tranquillamente fatto a meno.

La svolta del ’92 – Giorgio Napolitano rappresenta un punto di svolta per l’evoluzione, o meglio, l’involuzione della figura presidente della Camera. La sua elezione si dovette alla necessità di una figura di riferimento istituzionale in un anno, il ’92, infettato da Mani pulite, sulla cui gestione politica si distinse da un lato provvedendo al rispetto immunitario dell’aula, dall’altro ostacolando la prassi del voto segreto per l’autorizzazione a procedere. Inoltre c’era la guerra di mafia, con tutto il suo contorno di sangue e urgenza; Napolitano, nonostante l’estrazione comunista, univa nella propria eccezionalità rappresentativa. Dopo il suo pur breve incarico seguì, un lungo, significativo vuoto mascherato di nuovo. Giacché non poteva esserci nulla di più lontano dal Presidente che Irene Pivetti, battagliera deputata leghista che, col primo governo Berlusconi si guadagnò lo scranno di Montecitorio più per meriti anagrafici che per competenze. E Luciano Violante, suo successore col Prodi I, ha sì normalizzato la rottura anagrafica della Pivetti, ma non di meno ha concorso all’allontanamento della presidenza dalla sua tradizionale vocazione popolare.

Presidenti ribelli – O meglio, non allineati con la maggioranza che li ha eletti al termine della rispettiva esperienza a Montecitorio. Pierferdinando Casini, presidente dal 2001 al 2006, di fatto assistette al proprio logoramento come potenziale delfino di Berlusconi, e il termine della sua presidenza corrispose allo sfilacciamento fiduciario con l’ex Cavaliere, il cui rapporto si guastò in occasione del nascita del Pdl e tramontò con le politiche del 2008. In occasione delle quali il suo successore, Fausto Bertinotti, corse contro il partito (o somma di partiti) che ne avevano caldeggiato la presidenza; non che durante l’effimero Prodi II avesse fatto molto per evitarne la caduta, paragonando il Professore al poeta “morente” Cardarelli e il suo esecutivo ad “un brodino caldo” che presto aveva fallito. E che dire di Gianfranco Fini: altro delfino, altro tradimento per Berlusconi, esempio più clamoroso di conduzione mediatica e personalistica dell’aula. Ne fece infatti la propria arena politica nella quale sfidare dall’alto il Cav; e l’eco televisivo gli diede qualche mese di protagonismo, prima che finisse frullato nel centrismo montiano.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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