Perfetti Sconosciuti, il ritorno della commedia

06/03/2016 di Evelina Montefiori

Non sempre (quasi mai) la commedia italiana riesce a trovare le giuste vie per arrivare al suo pubblico: blasonata, improbabile e pretenziosa, vittima dello stereotipo che imita se stesso. Vi è, nel panorama, una certa voglia di riscatto e con l’ultimo lavoro di Paolo Genovese, speranza c’è.

Perfetti Sconosciuti

Perfetti sconosciuti. Non sempre (quasi mai) la commedia italiana riesce a trovare le giuste vie per arrivare al suo pubblico: blasonata, improbabile e pretenziosa, vittima dello stereotipo che imita se stesso, dimentica gli insegnamenti dei “padri fondatori” e fa rimpiangere i bei tempi andati. C’è una certa voglia di riscatto e con l’ultimo lavoro di Paolo Genovese, speranza c’è. Perfetti sconosciuti è una commedia divertente, attuale e anche parecchio furba, che prende spunto dalla soluzione narrativa (ammettiamolo, non nuova di zecca) della cena tra amici per ricordare al pubblico che “siamo tutti frangibili” o, per dirla all’Alberto Sordi, che “il più pulito c’ha la rogna”.

A interpretare gli incauti commensali di un convivio al quale nessuno vorrebbe mai prendere parte, troviamo Marco Giallini, Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Valerio Mastrandrea e Anna Foglietta. La trama di per sé è abbastanza semplice, un gruppo di amici si ritrova a cena e tra aneddoti e riflessioni varie, accetta la provocazione lanciata dalla padrona di casa decidendo di condividere per l’intera serata il proprio cellulare, rendendo tutto pubblico: chiamate, foto, messaggi, mail. Che bella idea. Inutile dire che questa versione più tecnologica e assai più criminale di “obbligo o verità” finirà per lasciare tutti in mutande, o quasi.

Perfetti sconosciuti attacca gli smartphone senza clemenza e raccoglie prove sufficienti a convincere anche i più scettici della scarsa consapevolezza con cui oggi si decide di affidare a queste “scatole nere” ogni dettaglio della nostra esistenza, ignari di avere sulla testa una spada di Damocle che è portatrice sana di conseguenze fatali. Perché se il nostro cellulare ha un codice d’accesso un motivo ci sarà, e no, non è solo per scatenare il disappunto del malintenzionato che rubandolo può farsi i fatti nostri. È anche (e soprattutto) per mantenere il nostro privato, compromettente o meno, al riparo dalle incursioni di fidanzati, fidanzate, mogli, mariti e chi più ne ha più ne metta. Là fuori c’è un intero contingente d’irriducibili che, pur di non abbandonare il cellulare incustodito, se lo porta anche sotto la doccia.

Genovese sceglie allora l’espediente del gioco a carte scoperte per circumnavigare questioni importanti e attuali, ricreando una situazione in fin dei conti verosimile e solo leggermente sopra le righe. La linea di fondo del film riprende il grande classico del tradimento e lo approfondisce, spingendosi quindi sino alle frustrazioni dei rapporti di coppia incancreniti, e a smascherare anche i rapporti d’amicizia con i loro peccati veniali, le omissioni, le insicurezze e le famose bugie a fin di bene. C’è chi non si accetta fisicamente, chi scopre se stesso e non sa come dirlo agli amici, chi proprio non riesce a lasciarsi e chi teme il giudizio degli altri al punto da spendere una fortuna per comprare un vino “biodinamico”.

Aleggia nell’aria l’ingombrante tema del quarantenne irrisolto che fa presagire il peggio, a torto, perché qui è ben gestito: la sceneggiatura densa e brillante confeziona in modo arguto questo e altri piccoli cliché che non pesano, ma divertono moltissimo, come il siparietto del rapporto con gli ex rispetto ai quali il film sentenzia essere “come i giapponesi, che non si arrendono mai”.

L’ironia è autentica, aggancia lo spettatore e crea empatia facendolo ridere delle impasses dei protagonisti ma anche di se stesso, pienamente consapevole che quanto avviene potrebbe accadere (ammesso che non sia già accaduto) anche a lui. Ed è con grande leggerezza che il film si distacca temporaneamente dalla risata “di pancia” per accompagnarci nei meandri più introspettivi delle fragilità umane, come nelle considerazioni sul rapporto tra genitori e figli, affrontato con grande tenerezza e anche con un filo di sana cattiveria.

Che dire: tempi comici che funzionano, dialoghi brillanti e snodi narrativi che si evolvono in una perfetta soluzione di continuità capace di garantire dinamismo alla narrazione, concedendo la giusta autonomia al “divagare” quel tanto che basta perché la cena diventi un piccolo caleidoscopio, attraverso cui restituire parte di verità sulle nostre esistenze.

Certo, nella seconda parte la pellicola perde concretezza in favore di un’escalation drammatica che va verso l’esasperazione, motivata dall’esigenza vagamente paternalistica del regista di “imporre” certi messaggi, così da assegnare una conclusione alle diverse situazioni rappresentate. Anche l’allegoria espressa dall’eclissi lunare che accompagna lo svolgimento della cena è favolistica e sbandierata, ma la soluzione adottata per il finale, a ben vedere la più intelligente e forse l’unica possibile per non rovinare tutto il film, restituisce un po’ di cruda verità e riesce a ricalibrare il tiro.

Nel complesso, Perfetti sconosciuti è senza dubbio una commedia godibile e divertente, forte di una sceneggiatura ben costruita che punta tutto sui dialoghi; interpretata da un cast ben diretto, affiatato e vincente. C’è qualche debolezza, qualche peccatuccio… ma nulla che comprometta l’ottima resa del prodotto. D’altronde, come ci insegna Genovese, siamo tutti frangibili.

 

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Evelina Montefiori

Nata a Roma il 23/06/1989. Una laurea triennale in Scienze Politiche e una magistrale in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, entrambe conseguite presso la Luiss Guido Carli. Ama i film, le maglie a righe, il vino rosso e Dylan Dog.

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