Percorsi: San Pietroburgo e il genio italico alla corte degli Zar

20/08/2014 di Francesco Siciliano

Il Barocco russo di Francesco Bartolomeo Rastrelli

San Pietroburgo

La città russa di San Pietroburgo costituisce presidio di pregevolissima memoria storico-urbanistica. Sorta nel 1703, interpretò celermente un particolare aspetto dell’epica culturale Rus’, ineditamente mixata con elementi esogeni, pur entro i confini culturali dell’Europa continentale. Fu capitale russa nell’intervallo 1712/1918, sebbene geograficamente a ridosso del margine orientale del Golfo di Finlandia, presso il delta del fiume Neva, tra remoti acquitrini e depositi morenici che sostruiscono la memoria geologica di un territorio di potenza naturalistica estrema. Il suo spazio peri-urbano ospita le isole Peterburskaja Cast, inscritte nella dima naturale della Piccola e della Grande Neva, a delineazione di sue nette matrici topografiche. Entro questo fluido contenitore morfologico s’insediò dunque una conformazione di strutture e un’ambizione di ruoli che gravarono sul respiro tragico della storia d’Europa, nel XX secolo. Dal 1914 al 1924, la città fu ridenominata Pietrogrado; da quell’anno e fino al 1991 divenne Leningrado, in onore dell’indiscusso condottiero della Rivoluzione. Di considerevoli dimensioni demografiche, contando circa 4 milioni e seicentomila abitanti circa, San Pietroburgo estende oggi il suo perimetro urbano sino all’Estonia e alla Finlandia, lambendo le rive dell’enorme e suggestivo lago Onega.

Chiesa di San Salvatore
Chiesa di San Salvatore

La sua edificazione si riassunse bipolarmente in due versanti: su d’uno sorse la fortezza dei Santi Pietro e Paolo; sull’altro, giacente sulla sponda dirimpettaia, venne eretto un complesso di pura sperimentalità architettonica, articolato, sontuoso, immaginifico ed esotico che vantò tra i molti edifici di rilievo il Palazzo d’Inverno, l’intero complesso dell’Ermitage, la cattedrale di San Isacco e l’Ammiragliato, dal cui limite edilizio prendeva vita la Prospettiva Nevskij, scenografica arteria viaria grondante storica bellezza con i suoi circa 5 km di lunghezza e che, tuttora, solca come un sussiegoso fiume la città. Questo imperiale Viale della Neva rammemora, in ogni suo gravido miliare di edifici, le tappe sociali della Pietroburgo d’un tempo, la sua memoria, le sue lotte, le sue faticosissime conquiste. Percorso di altera forza urbanistica, voluto da Pietro il Grande quale principio di collegamento con Velikij Novgorod e dunque Mosca, fu emulativo in fondo della grandeur parigina degli Champs-Élysées, posto lì a solcar canali e contornato di grandiosi edifici, chiese e palazzi nobiliari. Nikolaj Gogol se ne nutrì esteticamente al punto da restituirne splendide elaborazioni narrative nei suoi Racconti di Pietroburgo.

Centri culturali e peninsule fluviali; accademie scientifiche e presidi militari, musei d’arte e edifici classici si dipanano in brani di spazio che fluiscono lungo itinerari del tempo. Fra essi, tutto si stratifica in menzioni politico-istituzionali, intuizioni accademico-culturali, possanze architettonico-ambientali. Luogo dunque di sintesi totale; spazio il cui genius loci naturalistico, di forze ctonie arginate entro percorsi, intrise di piane e di fiumi, incalzate da mari e da cielo, di glacialità ed esotismi, d’umidità e d’arsura, ne restituiscono una eidos originale, singolare per l’artificio urbano, rara per volontà di dominio. Contando agli esordi appena 70.000 presenze, si fece metropoli con l’accelerata ansia della modernità. San Pietroburgo ha posseduto un talento attoriale in molti ruoli: a un tempo manifatturiera, mineraria e museale; metallurgica e meccanica; petrolchimica, alimentare e cinematografica. Navigatrice per diritto e vocazione naturale, portuale e marinara entro la talassografia dei 5 cinque mari: dal Baltico al Nero, dal Bianco all’Azov, fino al Mar Caspio. Fluviale per eccellenza, ferroviaria per esigenza, metropolitana per necessità, aeroportuale per glocalità.

Palazzo d'Inverno
Palazzo d’Inverno

Nel 1703, in un freddo maggio di comando lo zar Pietro il Grande ne annunciò la fondazione. La Russia soffriva al tempo le condizioni di un conflitto in corso con la Svezia, conclusosi nel 1721, e ne concepì dunque il presidio, quale imprescindibile avamposto strategico sul Baltico. Nel 1709, la vittoria russa a Poltava, conferì a quel minuto snodo le potenzialità di mutamento in un vero centro urbano: tre anni dopo appena, inaspettatamente sostituì nel ruolo di capitale la gloriosa grande Mosca. Pietroburgo si accrebbe però discontinuamente, fino a rivenir scalzata dal suo podio ad opera della vecchia capitale. Nel 1825, ripose piede sulla scena nazionale, ospitando nelle proprie strade i violenti esiti della rivolta decabrista, e più tardi i populisti in sommossa e ancor oltre, i nuclei originari dello storico movimento operaio russo. Non potè resistere nel venir ribattezzata Pietrogrado nel 1914, e fu di nuovo palcoscenico dei cruentissimi scontri tra le forze bolsceviche e quelle controrivoluzionarie. La fame e le privazioni causarono la decimazione dei resistenti popolari, ponendo in contrasto la bellezza dei luoghi e l’eleganza delle forme urbane con l’acre e abominevole odore di patimento e morte. E Mosca nel 1918 di nuovo conseguì l’ambito titolo di capitale russa, sottraendo dolorosamente lo scettro alla zarina della Neva.

Ma l’epos della sofferenza non aveva abbandonato la Prospettiva, i palazzi dello Zar, i ponti di aristocratica efficienza. Ri-denominata Leningrado nel 1924, accresciutasi rapidamente, attraendo flussi col suo ancora inesplorato potenziale, patì uno dei più feroci assedi militari della storia, ad opera dell’esercito tedesco, nel 1941. Resistette strenuamente, rimanendo collegata col proprio retroterra sfruttando i percorsi rivieraschi del Ladoga, il più grande lago d’Europa, sino a rompere l’assedio nel 1943 e a liberarsi del tutto l’anno successivo. Le forze armate tedesche erano penetrate in territorio russo nel corso dell’Operazione Barbarossa, avviata il 22 giugno 1941. La Wehrmacht mosse verso Leningrado nel settembre successivo, accerchiandola. La città sulla Neva fu costretta a organizzarsi difensivamente, s’affidò al poi divenuto mitico maresciallo Zukov, resistendo sino alla vittoria per ben 900 giorni. L’assedio bloccò ogni approvvigionamento per la città; un solo varco percorribile restò agibile verso il grande lago, e fu pertanto battezzato la Strada della Vita. Le condizioni sanitarie, alimentari e climatiche si fecero di gravità tragica ma la città non si consegnò ad Hitler. La gemma urbanistica della Grande Russia non capitolò nemmeno dinanzi all’offensiva dell’Operazione Spark del gennaio 1943, che invece finì per riossigenare, mediante una controffensiva, le esauste forze russe. L’anno successivo dunque, la città travolse gli assedianti, battendo al tempo anche le milizie finlandesi, nazi-alleate, ricacciandole oltre la baia di Vyborg e del fiume Vuoksa.

Cupole del Palazzo di Caterina
Cupole del Palazzo di Caterina

La forza di resistenza degli abitanti di Leningrado risultò inaspettata e per molti versi prodigiosa. Se ne era pronosticato un cedimento di schianto ma non si previde l’insorgere d’un eroismo popolare, ordinario e pertanto ancor più epico. Il grande compositore Dmitri Shostakovich compose la sua Sinfonia di Leningrado proprio nel corso della prima fase dell’assedio nel 1941, riuscendo addirittura a rappresentarla teatralmente nell’estate del 1942. Quell’inno resistenziale si attestò presto anche negli USA, quale eroica sound-track anti-nazista. Con essa si celebrarono la memoria e il sacrificio di 1.250.000 tra morti e dispersi, civili e militari, per cui la città conseguì il tragico primato d’esser stata la protagonista della battaglia più sanguinosa della storia. E tanto le valse il primato di prima Città eroina dell’Unione Sovietica, nel 1945.

Oggi simboli, segnali e monumenti rammentano al visitatore la tragedia della battaglia, il sangue versato, l’abnegazione dei resistenti. Piazza della Vittoria in città ne ospita il più grande memoriale: l’obelisco alto 48 metri svetta possente e severo, nel mentre 900 fiammelle perenni risplendono in silenzio, ripercorrendo ininterrottamente nel loro flebile lucore i 900 giorni dell’assedio. Il grande regista italiano Sergio Leone s’impegnò poco prima della propria morte ad iniziare le scene di un’opera cinematografica dedicata a quell’evento bellico ma la sua creatività non riuscì a sbocciare in un ulteriore capolavoro. Opere, creazioni, valutazioni storico-scientifiche hanno, però, costantemente rielaborato storiograficamente questa guerra entro la Guerra, sottolineandone tanto la durata quanto le dinamiche che la caratterizzarono.

Ma l’ottica dell’oggi, intrisa di sensibilità televisivo-digitale, virtuale o ludica faticherebbe a cogliere le trascorse sofferenze, in quelle fogge urbane tanto razionali, arricchite da così numerose intuizioni artistiche e architettoniche; in quelle forme rese patrizie dalle remote ambizioni cesariste dei suoi piloti: zar e rivoluzionari, revanscisti e populisti. Eppure, le innumerevoli ferite delle cruenti aggressioni che nel tempo gli uomini hanno riversato sulla vecchia San Pietroburgo – invariabilmente elegante e resiliente dinanzi a ogni insidia, tanto naturale quanto disumana, capace di sopravvivere al freddo e alle sue acque, alle bombe e alla vista del sangue versato a fiumi sui selciati – non le impediscono di esporsi ancor oggi in quel suo sontuoso aspetto, possente e ricco, d’alta dignità monumentale che ne fa un contesto di esotismo sublimamente europeo.

Sant'Isacco
Chiesa di Sant’Isacco

Per essa produssero fatica intellettuale e prodigi creativi architetti d’ogni d’ove: maestri russi e tecnici italiani, artisti mediterranei e maestranze asiatiche. Tra gli italiani, Michetti e Camporesi, come Quarenghi e Chiaveri. E ticinesi come Fontana o francesi come Le Blond e Vallin de la Mothe; tedeschi quali Mattarnovi e Schadel, inglesi come Cameron. Dal XVIII secolo, la città nascente s’appropriò di un particolare stile, miscelando intuizioni tecniche a originali sperimentazioni architettoniche. Il Palazzo d’Estate, il palazzo Mensikov e il Collegio dei Dodici testimoniavano classica sobrietà; la cattedrale di San Isacco e l’Accademia di Belle Arti evocavano una robusta neoclassicità; il Palazzo d’Inverno e la Cattedrale del Monastero Smolnyi, i palazzi di Carskoe Selo e Peterhof recitavano una sontuosità barocca. E dunque l’Ermitage, soma possente del complesso architettonico che incluse più tardi numerosi corpi di fabbrica, progettato da Bartolomeo Rastrelli da Firenze, incarnava la forza immaginativa e la perizia ingegneristica di un mai sufficientemente ricordato progettista italiano.

Andrebbe rilevato infaticabilmente che gusto e creatività, ingegnosità e spirito d’impresa hanno contraddistinto innumerevoli intelligenze italiche, affermatesi nel mondo per originalità e dedizione alla propria intima missione.

Francesco Bartolomeo Rastrelli, architetto, nato a Firenze – o forse a Parigi – nel 1700 circa, può essere annoverato a pieno titolo in questo nobile albo dell’ingegno umano. Figlio dello scultore fiorentino Bartolomeo Carlo – secondo alcuni bergamasco – classe 1675, già gran favorito di Pietro il Grande, crebbe professionalmente anche grazie a brevi ma intense esperienze in Italia, Francia e Austria.  Al termine di tale apprendistato tecnico, si trasferì in Russia, ad appena sedici anni, su richiesta di taluni nobili di corte e per collaborare alle numerose attività, dal padre in quel momento curate. In due occasioni si assentò per completare la propria formazione tecnica: in Francia, cimentandosi nello studio del classicismo cosmopolita europeo proposto da Luigi XIV e in Italia, per approfondire lo studio di modelli architettonici classici. La fortuna di Rastrelli ebbe però inizio con l’imperatrice Anna che volle nominarlo architetto di corte, nel 1736. E il giovane artista si distinse in numerose prove: per Ernst von Biron, favorito di Anna, Rastrelli realizzò il palazzo di Mitau nel 1740, di gusto barocco classicheggiante e con rinvii estetici inequivocabili agli edifici di Filippo Juvarra, a Torino. Ma fu dall’anno 1741, al tempo dell’imperatrice Elisabetta, che Rastrelli divenne il vero protagonista dell’architettura russa, tanto da creare una tipologia espressiva, definita Barocco Rastrelli, poi consolidatasi quale stile autoctono russo, e creando una scuola e un clima professionale singolarmente coeso, entro il suo entourage.

E di Rastrelli originalissima fu la capacità di rielaborare, adeguandole tra esse, le espressioni del tardo barocco francese, tedesco, austriaco e italiano, generando una nuova tradizione russa. La sua opera costituì un’intensa ritessitura dei modi architettonici continentali, coniugata a un clima socio-culturale esotico, in cui forte era l’esigenza di soluzioni innovative. Rastrelli recò con sé i termini operativi di una tradizione che la Russia riconobbe entusiasticamente per ricchezza creativa e genialità di sintesi. La stessa zarina Caterina II,  principessa di origine tedesca, assurta al trono con un colpo di stato ai danni dello stesso marito Pietro III, volle riconfermare a Bartolomeo il privilegio di incarichi importanti. Così, in breve si rafforzò il costume di quello stile, il Barocco Rastrelli, tanto da rendere una mera tipologia progettuale definizione classica del gusto di un periodo, caratterizzante a sua volta l’epoca estesa di un potere. Un’opera contrassegnata da un impegno dal taglio culturale cosmopolita, capace di trasfondere a oriente l’arte classica italiana, rideclinandone canone e stilemi. I suoi impianti architettonici recarono, nelle pieghe della propria definizione strutturale e estetica, l’affermazione di un Neo-Rinascimento, sino a porre – in talune opere – un’essenzialità di soluzioni che condussero a un inedito, composito Neo-classicismo. E con tali esiti, Rastrelli profuse ancor più gusto e impegno, fornendo un maggiore contributo al sistema decorativo del linguaggio Rococò, nel mentre utilizzando – in un suo eclettismo studioso e ricco di curiosità – linguaggi tipicamente russi, come nelle coperture della cattedrale di S. Andrea a Kiev. Bartolomeo infatti, considerando le tipicità tradizionali di quell’enorme Paese, e rielaborando i numerosi spunti colti nei suoi viaggi in Europa, introdusse in Russia linguaggi eterogenei per la composizione del suo proprio idioma neo-barocco.

ErmitageUn Barocco russo o petrino che di fatti è tuttora in grado di richiamare lo sguardo sul fraseggio imponente e sinuoso delle linee del Palazzo d’Inverno, o dei palazzi Razumovkij, Stroganov e Voroncov a San Pietroburgo. Ma ancor di più, il mirabile gusto espressivo di Rastrelli mai terminò di sprigionare novità funzionali, presso la reggia di Carskoe Selo, solo iniziata da altri architetti, come nel convento Smolnyj o ancor di più a Kiev, dove si erge uno dei suoi migliori risultati: la chiesa di S. Andrea. I lavori al Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo durarono circa otto anni. L’edificio, a triplice impianto, presenta una facciata lunga 1.500 metri. Rastrelli si concentrò soprattutto sullo scalone d’onore e sulle cosiddette infilate, quali tipici inanellamenti prospettici di forme funzionali. Gli interni dell’infilata sulla Neva – destinati a scopi di rappresentanza – furono successivamente modificati con decorazioni di gusto tardo-neoclassico. Ma nel 1837, tutto il complesso subì l’insulto di un tremendo incendio che rese inevitabili significativi interventi di ripristino. E numerosi altri architetti, anche italiani, già protagonisti nell’aver contribuito a generare in quei decenni in Russia una scuola, nonchè il ticinese Trezzini, originario ideatore di una prima definizione urbanistica di Pietroburgo, divennero indissolubilmente i progettisti di un piano regolatore culturale per l’intero territorio.

Basterebbe menzionare il caso di Giacomo Quarenghi e dei fratelli Giovanni e Vincenzo Angelone, che vollero addirittura realizzare una copia delle Logge di Raffaello presso il Grande Ermitage. Ma fu Rastrelli a tessere le fila di una modalità di edificare icone funzionali per una urbanistica al servizio delle istituzioni. Il palazzo Vorontsov, o del Corpo dei Paggi, a due ordini, con il tema centrale rialzato da abbaini, già caratterizzato da una decoratività fornita dalla ricchezza degli elementi plastici, e soprattutto dalle semicolonne, diverrà difatti uno dei marchi di fabbrica di Rastrelli. E così il convento Smolnyj, realizzato tra il 1748 e il 1755, o il Palazzo Imperiale di Peterhof, oggi Petrodvorets, eretto tra il 1747 e il 1755, ove compare l’inedita policromia di bianchi, ori e azzurri e che si attestò come il suo miglior omaggio al gusto russo. La fastosità, da taluni definita quasi barbarica, del palazzo di Carskoe Selo, oggi Puskin, costruito tra il 1752 e il 1756, cantierato da architetti francesi e russi, ne testimonia definitivamente l’originalità d’ingegno. E tra i numerosi padiglioni, nel parco di Carskoe Selo, ecco ergersi ancora possente, brillante ed elegante l’Ermitage.

Divenuto tra i maggiori forzieri museali d’arte del pianeta, col suo salone centrale a cupola, da cui si dipartono i Quattro bracci a croce di S. Andrea, l’opera parla il linguaggio del Juvarra a Stupinigi; gli stessi affreschi del salone furono infatti realizzati dal Valeriani, già attivo presso la dimora di caccia torinese.  Intorno al 1760, Bartolomeo Rastrelli curò le ultime – benchè ciclopiche – opere a Pietroburgo: il palazzo Stroganov del 1754 e la conclusione del Palazzo d’Inverno, completato nel 1764. Fuori città dette avvio, lasciandoli però all’altrui completamento, molti altri cantieri. Tra essi, quello della chiesa di S. Andrea a Kiev, costruita dal russo Micurin, ne costituisce un prezioso esempio. Intanto, nel 1764 Caterina II la Grande aveva promosso la già cospicua collezione di opere e dipinti, originariamente composta sugli elementi della raccolta curata dal mercante berlinese Gotzkowski e poi consegnata al Palazzo d’Inverno. Da quel momento la collezione russa si accrebbe grazie ad acquisti costanti e oculatissimi, eseguiti da esperti incaricati da Caterina, in ogni angolo d’Europa. Il piccolo eremitaggio della zarina aumentò di valore grazie alle continue acquisizioni, o a committenze dirette indirizzate agli artisti più noti. E crebbe di conseguenza la necessità di nuovi spazi espositivi. L’Eremitaggio elevò il proprio ruolo di padiglione delle meraviglie e tutta la galleria prese il nome di Ermitage. Gli acquisti e le transazioni procedettero a lungo, con ritmi sostenutissimi. Dopo appena 10 anni, si contarono nella collezione già 2.000 opere di valore eccezionale. Pertanto, si costruì un nuovo edificio, allineato al Palazzo d’Inverno, sul Lungoneva. Il Grande Ermitage, progettato più tardi da Yuri Veldten e ultimato nel 1784 con i suoi 32 saloni esponeva, come descrisse I. Georgi nel 1793, quadri “affissi in base alle impressioni che comunicavano”. E uscendo dal palazzo, gli ospiti si ritrovavano in un giardino d’inverno racchiuso entro una serra, con “diversi tipi di alberi e specie di uccelli”. Alla fine del XVIII secolo, già si contavano 2.658 opere, 3.800 libri, 10.000 sculture, 10.000 disegni. Nel 1837, l’enorme incendio scatenatosi produsse ingenti danni al Palazzo d’Inverno, ma lambì pochi capolavori. In soli due anni, l’intero edificio fu ricostruito. Il Nuovo Ermitage fu invece pronto nel 1852. Dopo il 1917, numerosissime collezioni private rientrarono nella sua enorme raccolta, generata nel tempo grazie anche all’apporto di intellettuali di fama quali Voltaire e Diderot. I saloni riaperti nel 1945 furono 69, e dedicati tutti alla Pinacoteca di Palazzo.

ProspettivaIl Museo dell’Ermitage occupa oggi cinque edifici: il Palazzo d’Inverno, il Piccolo Ermitage, il Vecchio Ermitage, il Nuovo Ermitage e il Teatro dell’Ermitage. Il solo Palazzo d’Inverno, con 230 metri di fronte da Est a Ovest e 140 da Nord a Sud, vanta numeri sorpendenti: 1057 stanze, 117 scale, circa 200 finestre. I 353 saloni dell’edificio ospitano attualmente una delle maggiori collezioni d’arte del mondo, con migliaia di capolavori antichi, moderni e contemporanei. Il Perugino, Leonardo, Raffaello, Rubens, Rembrandt, El Greco, Monet e Picasso sono tra i numerosi maestri presenti nelle sue stanze. Oltre 8.000 quadri, 40.000 disegni, migliaia di incisioni, elementi di antichità classiche, sculture, ori, arte antica del Medio ed Estremo Oriente costituiscono le gemme di un forziere ciclopico della creatività umana. Quattro milioni di persone ne visitano ogni anno i suoi complessivi 3 milioni di “pezzi”.

E così, da quella porta d’Occidente che introduceva a Oriente, costruita con la fatica di soldati russi e di condannati ai lavori forzati; da prigionieri di guerra svedesi e ottomani, da operai estoni e finlandesi, generata dalle aspirazioni occidentali dell’appassionato d’arte e architettura Pietro il Grande, la Russia cominciò a osservare la confinante Europa. E Pietro s’attardò a sorvegliare ogni lavoro in corso nella sua città, dalle finestre della sua piccola dimora in legno, ubicata presso le rive della Neva, prima costruzione della nascente San Pietroburgo. In ragione delle sue ambizioni e fino alle intuizioni di Caterina II, la città divenne così uno dei maggiori laboratori urbanistici del mondo.

La Rivoluzione d’Ottobre ne battezzò più tardi la maturità di capitale, vedendone al potere i Soviet comunisti spodestare gli zar russi. Rinascimento italiano e barocco olandese, Rococò e Classicismo fino allo stile Impero di napoleonica influenza, tra Piccolo Ermitage e Teatro dell’Ermitage, creature espresse della volontà di Caterina continuarono però ad ammaliare gli inquilini della Leningrado rivoluzionaria. La Torre appuntita della Cattedrale dei SS Pietro e Paolo del Trezzini del 1733, continuò a svettare quale simbolo d’una storia di potere ancora suggestiva. Accanto a quel molo fluviale, così prossima a quella struttura, vi era stata ancorata la corazzata Aurora, dalla quale fu sparato il colpo di cannone che varò il segnale d’assalto al Palazzo d’Inverno, il 25 ottobre del 1917, moto d’avvio della Rivoluzione. Il Museo della Marina, l’Istituto di Letteratura Russa dell’Accademia delle Scienze, l’Università di San Pietroburgo, l’Antica Sala dell’Arte dello Zar, oggi Museo antropo-etnologico, l’Accademia di Belle Arti, la Cattedrale di S. Andrea, l’Accademia Navale e il Palazzo Mensikov, l’Istituto di Arte mineraria a forma di tempio greco e la piazza dei Decabristi, il Senato, il Santo Sinodo e l’altissima Torre dell’Ammiragliato inanellano ancor oggi una geometria di splendidi artifici, di certo tra i maggiori dell’architettura artistica del macro continente Euro-asiatico.

La Prospettiva Nevskij, coi suoi 60 metri di larghezza e 5.000 di lunghezza, accoglie imperturbata con la sua possanza le facciate del Palazzo Stroganov di Bartolomeo Rastrelli, la chiesa di Nostra Signora di Kazan, progettata da Voronichin nel 1811, con il suo emiciclo a colonnati e il palazzo di Michajl, costruito nel 1825 su progetto di Rossi, includente il Museo di Russia con la Biblioteca Nazionale: 23 milioni di testi e manoscritti attendono costantemente migliaia di occhi stupefatti. E verso la parte settentrionale della Prospettiva, la via Sadovaja con il campo di Marte, il monumento alla Rivoluzione, il Palazzo d’Estate, il Giardino d’Estate e il parco più antico della città ristorano le menti dei più affaticati. Più di cento statue costeggiano quei viali, gli stagni, le piccole grotte e i boschi dei parchi contornanti: opere italiane, a confermarne le capacità e lo stile. Non distante, il Palazzo dell’Ingegneria, voluto da Paolo I, campeggia con il decoro della propria discrezione.

Francesco Bartolomeo Rastrelli
Francesco Bartolomeo Rastrelli

Ma l’architetto Rastrelli, geniale inventore alla corte degli Zar, non trascurò di intervenire su strutture di valore già esistenti: nei dintorni di Mosca, egli lavorò a ristrutturare il monastero della Nuova Gerusalemme e fu poi attivo per i nuovi cantieri del Cremlino. Probabilmente, l’osservazione ossequiosa delle peculiarità decorative russe, riscontrabili presso le numerosissime ville e palazzi in struttura lignea di quella sconfinata regione, contribuì a generare in Bartolomeo il gusto della pittura  policroma, con cui curò spesso l’estetica dei propri edifici. I molti suoi disegni conservati all’Ermitage, presso l’Archivio di Stato di Mosca e nel Museo di Varsavia ne sono ancora prova, come pure la sua attenzione di arredatore d’interni: fu infatti anche originale autore di disegni per mobili d’arredo e di porte dalla raffinata istoriazione. La città nel tempo estese la sua propulsione urbanistica sugli spazi d’intorno: su essi furono edificate numerose residenze, come la Petrodvorec con i suoi parchi, gli edifici e le fontane; la Lomonosov, splendida dimora di Caterina II; il parco Pavlovsk, celebrato per i suoi rigogliosissimi pioppeti. San Pietroburgo, la Venezia del Nord con le sue 101 isole e gli innumerevoli canali e ponti, emana ininterrottamente suggestivo, ineguagliato fascino: stratificazioni radianti di una storia politico-culturale e artistica dalle vicissitudini uniche. Nel 1990, il cuore urbanistico di questo imponente complesso, mosse i più alti decisori dell’Unesco a conferire ad esso l’eccezionale riconoscimento di Sito appartenente al Patrimonio dell’Umanità.

Ma sin dal 1771, anno della morte di Francesco Bartolomeo Rastrelli in San Pietroburgo, la scuola formatasi col suo ingegno aveva già reso questo luogo inestimabile tesoro e mito culturale della memoria collettiva.

 

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Francesco Siciliano

(Mondragone – CE – 1964). Laureato in filosofia, dopo una parentesi di studio in Nord America, nel 1992 è redattore per il periodico “Linea Verde” (Rossi Ed. – Napoli). Nel 1993, pubblica il volume di letteratura sperimentale, a tema socio-economico, dal titolo Pandette (Rossi Ed.). Tutor culturale per l’ENAIP (Progetto P.O.L.O.), nel 1994 consegue un master in Relazioni pubbliche europee in Roma, con perfezionamento presso le sedi di Confindustria e dell’Associazione/Consorzio Civita. Autore critico e redattore di Artitalia s.r.l. di Milano (1994 - ‘96) per il centro storico di Roma, matura un’esperienza come amministratore pubblico a Mondragone (1995 – ’99). Dal 1998 è titolare di un’attività redazionale/editoriale, per la realizzazione di opere di ricerca culturale pluri-disciplinari, su supporti cartacei e multimediali, a committenza pubblica e privata. Candidato per l’Ulivo alle elezioni regionali in Campania nel 2000 e al Parlamento italiano nel 2008, nel 2009 pubblica il pamphlet socio-economico Economia della Saggezza – Elementi di dosaggio (Ed. Albatros Il Filo). Nel luglio del 2014, pubblica il romanzo-saggio dal titolo Automatismi (Arduino Sacco Editore) e con il proprio marchio PHYSIS, il volume di saggistica storico-economico-culturale dal titolo Mùtina Velox, inerente il territorio modenese e finalizzato alla distribuzione pubblico/privata (Musei, Regione Emilia-Romagna, Associazioni). Vive e lavora tra Spoleto e Deauville (Francia).
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