Perché le riforme istituzionali servono (al di là dell’attuale impianto)

13/08/2014 di Luca Andrea Palmieri

Lentezza e troppi passaggi rendono riformare il paese un’impresa titanica: un intervento è necessario

Su queste pagine recentemente ci siamo spesso dedicati alla sempre più delicata situazione economica del paese, anticipando di fatto le problematiche che il Governo si trova ad affrontare in questi giorni, con il ritorno alla recessione tecnica, e i problemi che, da settembre, si dovranno affrontare in vista di una difficile e più che mai complessa legge di stabilità. E’ indubbio, in questo contesto, che le riforme istituzionali la abbiano fatta da padrone sia in Parlamento che sulle pagine di tutti i giornali, non solo per la loro portata (nel bene o nel male si tratta di una riforma epocale), ma anche per le difficoltà affrontate nella prima tornata dei passaggi parlamentari (i più complessi, a onor del vero).

Vogliamo oggi concentrarci su un aspetto poco analizzato, diluito spesso com’è nella pura questione ideologica: le riforme istituzionali servono? Se si (come vuole dimostrare questo articolo), perché? Tutto ciò, preme specificarlo, al di là delle questioni di merito sulla riforma, che pone un’evoluzione al sistema istituzionale italiano – è da tempo che, sempre su queste pagine, si sostiene la necessità di superare il bicameralismo perfetto, tema tra l’altro noto da almeno vent’anni alle forze politiche – ma che è senza ombra di dubbio ampiamente migliorabile, soprattutto in vista della discussione sulla legge elettorale. Viene da sé che in ogni caso, adesso più che mai, sono i temi economici ad avere la precedenza.

Uno scorcio della Commissione Affari Costituzionali alla Camera
Uno scorcio della Commissione Affari Costituzionali alla Camera

Lobby romane e emendamenti ad hoc – Il 12 agosto il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Sergio Rizzo, giornalista più noto ai più per essere uno degli autori de “La Casta” e di altri best seller sullo spreco di denaro pubblico in Italia, in cui parla delle lobby romane e di come, nell’azione parlamentare, riescano a svuotare di contenuto i disegni di legge. Non c’è atto del governo o dei singoli parlamentari che, nel marasma della complessità delle discussioni parlamentari, non debba passare la tagliola di emendamenti ad hoc che, spesso con strumenti bizantini, riescono ad annacquare quanto di buono venga proposto per ridurre i privilegi, e non solo della politica. Si pensi ai professori universitari. La riforma della Pubblica Amministrazione del ministro Madia proponeva, nel testo originale, l’obbligo di pensione per chi avesse compiuto 68 anni ed avesse il massimo dei contributi: tutto inutile, nel testo finale la norma è sfumata. Per non parlare della Magistratura, dove l’età pensionabile è addirittura di 75 anni, e si voleva ridurre “solo” a 70: un altro buco nell’acqua.

Questi esempi, non sono gli unici, sono permessi da un sistema decisionale che, grazie ai suoi mille passaggi e alle aree di “autoprotezione” di cui alcune categorie beneficiano, rende praticamente impossibile riuscire a scardinare le situazioni attuali. Si badi bene, niente dice che un sistema di elezione più diretto dei deputati impedisca queste situazioni: cose del genere esistono da quando esiste la Repubblica Italiana, e va ricordato che per 50 anni si è votato con le preferenze. Il problema è semmai di pubblicità, perché nel marasma di provvedimenti che passano per i due rami del Parlamento, solo un occhio estremamente esperto è in grado di distinguere l’emendamento dall’aria più innocua, ma che mira a smontare l’impegno riformatore.

Lentezza decisionale – Il problema fondamentale dunque è uno: in questo paese decidere è praticamente impossibile, non senza dover prima scalare una vera montagna, che spesso e volentieri risulta una cima inconquistabile. Colpa di una classe dirigente pigra e improntata alla sola autoconservazione, ma anche di un paese ideologicamente fin troppo spaccato per il quale il sistema decisionale iper-garantista approntato dai nostri padri costituenti non funziona più. E’ evidente che le intenzioni di chi ha scritto la Costituzione fossero lodevoli, e la necessità sentita era di blindare il sistema istituzionale a così poco tempo dalla fine del regime fascista. A sessant’anni di distanza però, si sono fatti vivi dei limiti visibili solo nel lungo termine, che si sono sviluppati in una forma di corporativismo che, ampiamente presente nel nostro tessuto sociale, ha trovato terreno fertile nelle molte letture richiesta da un disegno di legge.

Il problema ulteriore poi, è anche quello pratico della rapidità decisionale. A molti sembra un problema da poco, una questione di volontà solo e soltanto politica, ma non è solo così: la stessa struttura politica spaccata del paese ha rafforzato un sistema che già mostrava dei limiti quando era la Democrazia Cristiana a dominare, per quanto dovesse scendere a patti con svariati partitini nel contesto della “conventio ad excludendum”. Il problema è che il mondo va avanti molto più velocemente di quanto non siamo abituati ad ammettere, e la necessità di prendere decisioni più veloci esiste: non c’è da credere sempre a chi dice che per certe questioni ci vuole il dovuto tempo. E’ vero, senza dubbio, ma da noi questo concetto raggiunge proporzioni bibliche, e si ignora il fatto che già le Commissioni ed il dibattito extra-parlamentare permettano ampie discussioni. O, meglio ancora, queste proporzioni sono dovute a una vera e propria volontà di impantanare certe riforme, che vegetano nei calendari parlamentari senza possibilità di essere seriamente discusse, continuamente sommerse dall’emergenza di turno, sfruttata ad hoc per spostare altrove l’attenzione.

Pietro Grasso, attuale presidente del Senato
Pietro Grasso, attuale presidente del Senato

E poi… arriva l’Unione – La questione a questo punto diventa effettivamente politica: c’è bisogno di mettere il Parlamento con le spalle al muro di fronte alla necessità di scelte. O si vota a favore o si vota contro, con tutte le conseguenze che ne derivano, perché il modo migliore oggi per far morire un provvedimento scomodo non è votar contro, ma affossarlo con la scusa dei tempi lunghi: questo, francamente, è inaccettabile. Così succede che su molte questioni è l’Unione Europea a decidere per noi: non perché ci schiaccia imponendo, da madre matrigna, la sua volontà, ma semplicemente perché gli ammodernamenti del sistema legislativo sono molto più facili da accettare dall’alto, quando c’è la legge comunitaria a imporli, che dopo estenuanti trattative che nella maggioranza dei casi non portano a nulla. Non tutto ciò che ha imposto l’Unione è sempre condivisibile, per carità (ricordiamo tra l’altro che il Fiscal Compact non viene direttamente da là, essendo un trattato internazionale), ma questioni come i prezzi della telefonia mobile, o la tanto decantata (e spesso ancora inattuata, se non su carta) trasparenza della pubblica amministrazione sarebbero ancora in alto mare se non fosse per l’”Europa matrigna”.

Maxi-emendamenti – Così un Parlamento più veloce e più incisivo significa anche un Parlamento più responsabile, che non abbia il “dito” dietro cui nascondere le sue palesi incapacità. Restando in tema, un’ultima citazione va proprio alla legge di stabilità: chi non ha mai sentito parlare dei maxi-emendamenti che, nelle ultime ore utili prima dell’approvazione del ddl, servono a prolungare l’erogazione di sovvenzioni, pagamenti, riduzioni fiscali, e in cui alla fine viene infilata qualsiasi porcheria ad personam, approfittando del voto unico reso necessario dalle scadenze inderogabili? Questo è forse il più tipico “scarto” che si viene a creare per l’inefficienza del nostro sistema istituzionale. La lentezza, i bizantinismi, le interminabili trattative e i mille modi per ridursi all’ultimo secondo fanno si che i provvedimenti davvero non rinviabili si riducano praticamente sempre a un “maxi-voto” finale che permette di tutto. E’ ora di finirla con questa storia, sia per una questione di trasparenza che per avvicinarci, anche a costo di imporsi, a un paese normale che, o fa programmazione o le risorse, molto semplicemente, le può dimenticare: a partire da chi tanto si lamenta e poi, alla prima occasione, marcia sopra questi problemi.

A questo punto dovrebbe essere chiaro il modo in cui il contesto istituzionale si incrocia a quello economico. Il nostro Parlamento è pieno di modi per non scegliere, per derogare fino a quando non c’è più tempo per fare altrimenti – inserendo nel mentre le peggiori porcate – o di scegliere nel modo più lento possibile. Nel mondo che corre, questo sistema è destinato a portarci al fallimento, come Stato e come società. Certo, il principio per cui contano prima di tutto le persone all’interno del Parlamento è sacro. Ma semplicemente, ragionando a parità di “onestà”, quando le idee in campo sono molto diverse, è necessario un sistema legislativo snello. Se no, le riforme oggettivamente necessarie al paese (indipendentemente da discorsi entusiastici o dal cinico “ce lo chiede l’Europa”), non sarà mai possibile farle, o quantomeno non senza giganteschi patti di larghe intese che finiscono per scontentare tutti. Il fatto che un patto del genere sia alla base dell’attuale riforma è proprio un’indicazione di tutto ciò. Ma scardinare il sistema è necessario, al di là di tutto, sperando che il tempo ci porti anche una riforma migliore.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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