Perché nessuno investe più in Italia?

07/02/2014 di Giovanni Caccavello

Le classifiche stilate dalla Banca Mondiale lasciano pochi dubbi. Così, mentre la politica continua a parlare di Grillo, della Presidente della Camera Boldini, di Impeachment a Napolitano, di Italicum e di leggi porcata (vedi decreto BankItalia) il sistema industriale del paese aspetta risposte (da oltre vent’anni)!

Situazione – Come molti commentatori lasciano giustamente intendere, il sistema politico ed economico che la “Seconda Repubblica” è riuscita a lasciare in eredità all’Italia e agli Italiani è devastante. Oggi, dopo oltre vent’anni di fallimenti la politica continua a non capire e tutte le forze politiche sono sempre più distanti dall’economia e dal dibattito reale del paese. Un esempio lampante: il decreto Imu-BankItalia. Come tutti abbiamo potuto capire il decreto, approvato dal parlamento, che porterà alla rivalutazione delle quote della nostra Banca Centrale è una porcata. Non usiamo mezzi termini perché questo è. A questo poi si è aggiunta una cosa ancora più grave: oltre all’incapacità di promulgare leggi “giuste” il dibattito, questa volta grazie ai “Grillini”, si è spostato per l’ennesima volta nella direzione sbagliata. Da giorni, infatti, quasi nessuno parla più del decreto in sé, delle sue modalità, ma tutti parlano della lite tra Movimento 5 Stelle e la Presidente della Camera Boldrini, del video orrendo comparso un paio di giorni fa sulla bacheca del blog di Grillo e dell’impeachment a Napolitano. Senza dubbio questi sono argomenti importanti ma, in un paese normale, lo sarebbero meno. In un paese normale si parlerebbe dei problemi reali del paese, del fatto che decine di migliaia di aziende, piccole, medie e grandi chiudono ogni anno, che i giovani non trovano lavoro, che la pressione fiscale è insopportabile e che lo stato Italiano è uno stato fondato su una “Peggiocrazia”. In un paese normale questi sarebbero gli argomenti che finirebbero in prima pagina ogni giorno.

Crisi di governo, a chi giova?
Enrico Letta, attuale Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ease of Doing Business 2013/2014 – Passiamo così a parlare delle cose importanti e che a tutti interessano. Per fare questo abbiamo deciso di prendere in considerazione la classifica stilata dalla Banca Mondiale nel Giugno 2013 riguardante la “Facilità di Fare Business” nei 189 paesi presi in considerazione dall’istituto. Questa classifica, che viene aggiornata ogni anno e risulta essere quindi quella più recente, tiene conto di dieci fattori: 1) Facilità di avviare una propria attività; 2) Facilità di ottenere permessi di costruzione; 3) Facilità di ottenere elettricità; 4) Facilità di registrazione di una proprietà già esistente; 5) Facilità di ottenere credito; 6) Protezione degli investitori; 7) Facilità di ottenere credito; 8) Facilità di commerciare oltre confine; 9) Efficienza del sistema giudiziario 10) Facilità di risolvere le insolvenze. Secondo la Banca Mondiale, questi sono i dieci punti di maggior rilevanza quando un qualsiasi imprenditore decide di svolgere la propria attività di “Businessman”.

Peggiocrazia Italiana – L’Italia, come potete immaginarvi, è in una posizione di classifica impietosa che non lascia alcun tipo di dubbio: nessuno vuole investire nel nostro paese o non riesce ad aprire la propria attività perché il sistema che nel corso degli ultimi decenni si è venuto a creare è estremamente oppressivo, statalista, altamente burocratico e soprattutto assolutamente opposto alla voglia di “fare azienda”. Cioè è dovuto principalmente al fatto che lo Stato Italiano agisce troppo e male e che i governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi tre decenni hanno svolto un operato insufficiente e sono stati incapaci di prendere decisione economiche al fine di rilanciare l’intero settore industriale italiano.

64esimo posto – Osservando le classifiche redatte dalla Banca Mondiale (qui il link), l’Italia si trova al 64esimo posto tra Santa Lucia (63°) e Trinidad & Tobago (65°). All’interno dell’intera Eurozona fanno peggio di noi solo Grecia (72°), Romania (73°), Repubblica Ceca (75°) e Croazia (89°). Danimarca, Svezia, Regno Unito, Finlandia, Irlanda, Lituania, Germania e Lettonia, Olanda e Austria si trovano tutte nei primi trenta posti della classifica confermandosi paesi molto attraenti per gli investimenti esteri. Se guardiamo poi alla classifica generale dei 31 paesi OCSE, l’Italia si piazza in 29esima posizione succeduta solo da Grecia e Repubblica Ceca.

Guardando poi velocemente alle singole voci, l’Italia si posiziona al 33esimo posto (miglior prestazione assoluta di un paese poco amico degli imprenditori) nella “Facilità di risolvere le insolvenze” e al 34esimo posto nella “Facilità di registrazione di una proprietà già esistente”. Dopo questi due soli piccoli sussulti tutte le altre voci raccontano una caporetto. In bel quattro voci (Facilità di ottenere permessi di costruzione (112°), Facilità di ottenere credito (109°), Facilità di ottenere credito (138°), Efficienza del sistema giudiziario(103°) in il nostro paese si colloca ben oltre la centesima posizione. Guardando alle ultime quattro classifiche riguardanti: Facilità di avviare una propria attività; Facilità di ottenere elettricità; Protezione degli investitori e Facilità di commerciale oltre confine, l’Italia si colloca rispettivamente alla 90esima, 89esima, 52esima e 56esima posizione.

Conclusioni – Questi risultati non hanno bisogno di alcun commento. Cercando di rimanere calmi si può solo dire che sono desolanti. Poi ci si chiede perché nessuno voglia investire nel nostro paese e perché molte aziende – ultime in termine cronologico Fiat, Electrolux e Yahoo – decidano di delocalizzare oppure di andarsene definitivamente direzione Irlanda, paese uscito dalla grande recessione post crisi finanziaria 2008 grazie ad un piano di austerity difficile ma ben coordinato con la Troika, come nel caso di Yahoo.

La politica per il momento sembra far finta di non accorgersene continuando a litigare con i Grillini, ad andare dietro alla vicende personali di Berlusconi e rimanendo lontana anni luce dalla realtà economica del paese cercando di far approvare decreti “porcata” come il “Salva Roma”, tanto per citarne uno, avendo però l’imbarazzo della scelta. Finché non ci si accorgerà che per fare ripartire il motore del paese bisogna raccontare agli Italiani la verità e non le storielle della crisi finita (Governo Letta) e mai nemmeno iniziata per Berlusconi e per il Centro Destra, il popolo Italiano farà sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. Finché gli Italiani, poi, continueranno a votare sempre i “soliti noti” non ci si potrà aspettare nulla di buono in campo economico nel breve – medio periodo.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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