Perché la rielezione di Napolitano è una sconfitta per il Parlamento

20/04/2013 di Andrea Viscardi

Un’Italia spezzata, divisa, politicamente inesistente. Un saggio che, oramai novantenne, decide di sacrificarsi per il bene del Paese. Il secondo Partito della nazione che si sfalda, tra colpi di pistola sparati alle spalle e dimissioni di massa. Mentre un comico sceso in politica proclama un’inedita marcia su Roma. Non stiamo parlando di un b-movie tra il comico e il drammatico. Questa è l’Italia del presente, questa è l’Italia che doveva cogliere l’esigenza di cambiamento.

Fallimento politico – Questa è quella parte d’Italia completamente sganciata dalla realtà circostante. Basti sentire le ipocrite e irreali dichiarazioni dei Partiti e dei loro esponenti. Napolitano rappresenta per tutti una vittoria della politica italiana, non una sconfitta. Perché la politica sarebbe stata in grado di far cambiare idea all’unico personaggio in grado di essere una garanzia bipartisan. Nessuno, invece, si accorge di come oramai i cittadini non siano più in grado di assorbire dichiarazioni di questo tipo rimanendo passivi. Nè tantomeno alcun parlamentare ha provato ad accennare il fatto della costrizione compiuta nei confronti di Giorgio Napolitano. La sua rielezione rappresenta la sconfitta di tutto il Parlamento e della politica nostrana. L’incapacità di una classe dirigente allo sbando che sopravvive, vivacchia, continuando a fingere che ogni momento sia buono per cambiare tutto, salvo poi lasciare l’intero panorama politico e istituzionale così com’è.

Cambiamento – Così, l’Italia, mentre cercava cambiamento, si è trovata una classe politica che ha costretto, mettendolo all’angolo, una persona di 87 anni a riassumere la carica di Capo dello Stato, piuttosto che fargli godere la meritata pensione. Una politica incapace, in due mesi, non solo di formare un governo, ma anche di eleggere un Presidente della Repubblica. Perchè fondamentalmente, diciamocelo, è stato lo stesso Napolitano a rieleggersi, come conseguenza di piagnistei e di suppliche provenienti da chi, oramai, ha perso completamente il lume della ragione. La distanza dalla società civile, quella voragine creatasi nell’arco degli ultimi anni, invece di essere stata ridotta è, se possibile, divenuta ancora maggiore. La credibilità politica dei massimi esponenti dei partiti italiani è oramai inesistente. Ma nessuno sembra tintinnare e accogliere le istanze di cambiamento. Anzi, tutti si arroccano in Parlamento, come se fosse quella villa in cui i personaggi del Decameron, ignorando ciò che avveniva fuori, pensarono di potersi salvare dalla peste.

Re Giorgio – Napolitano succederà a se stesso, per la prima volta nella storia della Repubblica. Questa volta, però, i suoi poteri saranno ben maggiori di quanto non fossero stati sino a un mese fa, vista la situazione. La domanda che sorge spontanea, però, è quanto possa essere giusto – innanzi ad un allargamento dei poteri sostanziale – garantire un mandato continuativo di quattordici anni ad un Presidente della Repubblica. Forse sarebbe ora di affrontare, dopo anni di rinvii, una vera e sostanziale riforma costituzionale. Il semipresidenzialismo oramai è un dato di fatto, tanto vale percorrere definitivamente quella strada. Re Giorgio, dalla sua, ha messo subito in chiaro le cose con i Partiti: “io il sacrificio lo faccio, ma lo stesso farete voi. Dovete assumervi le vostre responsabilità”. Quindi il messaggio è chiaro, nessun ritorno alle urne: o governo del presidente o esecutivo di larghe intese. Nessuno, nè PD nè PdL, può ora tirarsene fuori.

Salvagente – Certo il ritiro di Bersani, sono questi alcuni dei nomi del prossimo Presidente del Consiglio. Soprattutto nel primo caso, sarebbe un altro segnale negativo per gli italiani. Amato è uno dei politici meno amati, tutti ricordano il disastro della gestione SME e l’espropriazione – perchè di questo si trattò – avvenuta in tarda nottata dai conti correnti degli italiani, considerando che poi, dallo SME, si dovette uscire comunque. Siamo sicuri sarebbe la scelta giusta? Nel frattempo Napolitano va ringraziato. Lo devono fare i cittadini, perché lui, de facto, con questo sacrificio, ha messo a disposizione allo Stato quegli anni di meritato riposo che avrebbe potuto godersi. Ma soprattutto deve ringraziarlo il Parlamento. Perché se oggi avesse rifiutato, allora, la politica italiana così come la conosciamo sarebbe morta quasi definitivamente (sarebbe stato negativo?). Ora, però, il rischio (prevedibile) consiste nel rivedere un qualcosa già vissuto in passato. Come ogni volta, i Partiti si sentiranno relativamente al sicuro – il grande pericolo oramai è scampato e l’idea che tutto questo rappresenti una grandissima sconfitta verrà presto messa da parte.  La stessa elezione di Napolitano potrà, in qulche modo, aiutare la situazione interna al PD. Tanto vale lasciarsi tutto alle spalle e continuare a fare come si è sempre fatto. In attesa che la corda, oramai tesa come quella di una chitarra, si spezzi definitivamente.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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