Perché il rating dell’Italia continua a scendere

09/12/2014 di Alessandro Mauri

Le motivazioni alla base della bassa considerazione che il nostro Paese ha tra le diverse agenzie, riconfermata dall'ultimo declassamento ad opera di Standard & Poor's

Notizia di pochi giorni fa, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato il livello di affidabilità del debito italiano a BBB- , appena un livello sopra al debito spazzatura.  Come mai un rating tanto basso? Colpa delle agenzie o della lentezza del processo di riforme?

Rischio di insolvenza – Anzitutto, occorre ricordare come il livello di rating assegnato da agenzie specializzate (le principali sono la già nominata Standard & Poor’s, oltre a Moody’s e Fitch, ma ne esistono molte altre) rappresenti il livello di rischiosità associato al debito di quel particolare soggetto, che può essere un’impresa, una banca o un ente sovrano, come nel caso dei titoli di Stato italiani. In particolare, i valori assegnati, rappresentati da lettere (AAA, B, etc. come nel caso di Standard&Poor’s) o combinazioni di numeri e lettere (A1, A2, A3 e così via), rappresentano la probabilità che il soggetto emittente vada in default entro un determinato orizzonte temporale. Quindi ci saranno valutazioni differenti a seconda del fatto che si consideri il breve termine o il medio-lungo periodo. Il declassamento del rating al livello BBB- del debito sovrano italiano rappresenta proprio il lungo termine, mentre se si considera il breve periodo (quindi un orizzonte temporale entro i 12 mesi) è passato al livello A-2.

Standard & Poor’s.

Bocciatura inaspettata – La bocciatura è stata tanto clamorosa quanto inaspettata. Innanzitutto, per quanto possa essere in difficoltà, l’Italia non può essere paragonata in alcun modo ad altri paesi cui viene attribuito lo stesso rating, quali per esempio il Marocco o la Bulgaria, e quindi ci si chiede se il rating espresso rifletta realmente lo stato di rischio con il quale ci si deve confrontare nel caso in cui si voglia investire nel debito del nostro Paese. L’analisi dello spread tra Btp e Bund tedeschi appare in ogni caso fuorviante, in quanto fortemente condizionato dall’ingente liquidità presente sui mercati per via dei vari interventi delle banche centrali, nonché per le sempre più insistenti e attendibili voci di un Quantitative Easing da parte della Banca Centrale Europea (che dovrebbe realizzarsi verosimilmente nel Gennaio del prossimo anno); quindi il differenziale ai minimi dal 2010 è solo in parte da riferirsi alla percezione di un minor rischio intrinseco ai nostri titoli di Stato.

Una valutazione corretta? – E’ evidente come un’analista serio non possa dar credito ai vari ricorsi, tipicamente italiani, portati avanti contro le agenzie di rating per presunti illeciti o danni ai risparmiatori, dal momento che le agenzie si limitano a dare una propria valutazione (le cui modalità sono in gran parte coperte da segreto industriale), che deve comunque essere supportata da dati e analisi rigorose, altrimenti il mercato non prenderebbe in considerazione i rating. Ci si potrebbe tuttavia chiedere perché la posizione della Germania (AAA) non è stata ancora rivista dal 2012, o che cosa spinga le agenzie di rating a mantenere una doppia A per la Francia, nonostante gli enormi problemi economici. Sorgono inoltre perplessità sulle modalità di erogazione del servizio, in gran parte finanziato dagli stessi enti e soggetti che poi verranno valutati (specialmente se si tratta di banche o imprese). Un aiuto per comprendere meglio come mai si sia giunti ad un rating così basso può venire dalle analisi del Fondo monetario internazionale, che prevede per il periodo 2015-2019 una crescita media dell’1,5% per la Germania e una dell’1,1% in Italia, non una grande differenza, ma considerando l’elevato livello del debito italiano, appare evidente come un eventuale, ulteriore, ribasso nelle stime di crescita, potrebbe esporre il nostro paese a nuove turbolenze, che difficilmente sarebbe in grado di superare. Anche la Germania e soprattutto la Francia soffrirebbero in una situazione analoga, ma con una maggiore capacità di tenuta.

Le prospettive future – L’outlook, cioè la prospettiva futura, resta in ogni caso stabile, sia per le aspettative che il Governo implementi riforme strutturali e di bilancio in grado di migliorare la crescita, sia per l’ipotesi che la Bce continui a implementare operazioni non convenzionali per garantire la tenuta dell’ Eurozona. Il lato positivo è che Standard&Poor’s ritiene di poter aumentare il rating qualora l’esecutivo dovesse approvare le varie riforme che ha annunciato, con particolare riferimento a quella del mercato del lavoro, nonché alla sua capacità di portare il deficit e il debito su una via di decremento costante. Il giudizio sul tanto contestato Jobs Act è anch’esso positivo, salvo la preoccupazione che i decreti attuativi possano sminuirne l’efficacia.

I mercati hanno reagito abbastanza bene al declassamento del rating, e questo è un ottimo indizio di come abbiano più fiducia (specialmente in Draghi) rispetto alle agenzie. Appare inoltre evidente come questo declassamento sia anche conseguenza della lentezza con cui le riforme sono implementate, e dovrebbe essere un ulteriore stimolo ad accelerare i tempi, per non concretizzare le paure di Standard&Poor’s sulla mancata crescita economica nei prossimi anni.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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